O.Carm
Lettera per il centenario di Santa Teresa di Gesù
Lettera all'Ordine in occasione del quarto centenario della canonizzazione di Santa Teresa di Gesù
Cari fratelli e sorelle, credo che stiamo vivendo un momento di grazia nel nostro Ordine. La notizia che Tito Brandsma sarà canonizzato molto presto ha commosso i cuori e le menti di ogni comunità carmelitana. Le prossime settimane saranno piene della vita e dei pensieri di questo sant'uomo. Mentre scrivo questa lettera sono consapevole di una parte della vita e del pensiero di Tito Brandsma che arricchisce la Famiglia Carmelitana in modo molto notevole, cioè il suo grande interesse per la vita, l'esperienza e la dottrina di Santa Teresa di Gesù.
Il 12 marzo di quest'anno la Chiesa celebrerà il quarto centenario della canonizzazione di Teresa d'Avila, che fu canonizzata lo stesso giorno di Ignazio di Loyola, Francesco Saverio, Filippo Neri e Isidoro l’agricoltore. Quel giorno, su iniziativa del Superiore Generale della Compagnia di Gesù, ci sarà una celebrazione dei cinque santi nella chiesa del Gesù a Roma presieduta da Sua Santità, Papa Francesco. Il nuovo Superiore Generale dei Carmelitani Scalzi, P. Miguel Márquez Calle, O.C.D. ed io siamo stati invitati a partecipare e a concelebrare con il Papa, come rappresentanti della Famiglia Carmelitana. Parteciperanno anche altri membri dei nostri rispettivi Consigli Generali.
Questo lieto evento è un'ottima occasione per costruire relazioni con la Compagnia di Gesù, che ringrazio per il loro invito, ed è anche un'occasione all'interno della stessa Famiglia Carmelitana, per riflettere sul dono dei nostri santi. Qui, in questa lettera vorrei riflettere attraverso gli occhi di Tito Brandsma, sul dono di Teresa di Gesù al nostro Ordine e a tutta la Chiesa. Tito Brandsma ha condiviso alcuni dei modi che abbiamo oggi di pensare alla Famiglia Carmelitana. Era consapevole di come il carisma carmelitano sia dato a molte persone nella Chiesa. Scrivendo del Beato John Soreth ha riconosciuto il grande lavoro che Soreth aveva fatto aprendo alle donne i doni del Carmelo di cui fino ad allora avevano goduto solo gli uomini.[1] È in questo stesso spirito che riconosce il grande dono di Teresa al nostro Ordine per il modo in cui lei aiuta le persone ad apprezzare sempre di più il carisma carmelitano, aiutandole a giungere alla conoscenza del mistero di Dio nella loro vita.
Tito non ha fatto nessun segreto della sua stima per Teresa di Gesù. Il nome di sua madre era Teresa (Titjsie). Ogni anno, in occasione della festa di Teresa di Gesù, Tito scriveva un biglietto speciale a sua madre per la sua festa. Durante tutta la sua vita, pregò con le parole di Teresa: "Che nulla ti turbi". Iniziò la traduzione delle sue opere in olandese con l'aiuto di altri carmelitani, ma non portò a termine il lavoro, il che fu per lui fonte di grande rammarico. Allo stesso modo la biografia che stava scrivendo fu nella sua mente fino alla fine, tanto era forte il suo desiderio di far conoscere questa santa tra gli olandesi. Commentando la traduzione con il suo grande amico e mentore Hubertus Driessen, si domandavano quanto la traduzione delle opere di Teresa, che avevano finora pubblicato, avesse "dato di nuovo al nome del Carmelo in Olanda una buona reputazione come Ordine di preghiera e mistica".[2]
Ci sono due conferenze di Tito Brandsma che potrebbero aiutarci in modo particolare a vedere il legame tra lui e Teresa di Gesù. Nella lezione che tenne all'Università di Nijmegen, in 1932, sotto il titolo Godsbegrip (L'idea di Dio),[3] nel momento di assumere il ruolo di Rettore Magnifico della università, troviamo che l'idea di Dio che più gli piace è l'idea di Dio che entra nella vita di ogni essere umano, ed entrerà sempre di più nella persona che con il suo modo di vivere e credere gli farà spazio per entrare. Nelle sue parole:
Ciò che quindi difendo e considero indispensabile per il nostro tempo è la contemplazione di tutto l'essere nella sua dipendenza da Dio e il suo emergere da Dio, la cui opera dobbiamo vedere in ogni cosa e il cui essere dobbiamo discernere in ogni cosa. Dobbiamo anche riconoscere e venerare Dio in tutte le cose, e prima di tutto in noi stessi. Dio ci si rivela nelle profondità di tutte le cose e nelle nostre stesse profondità. Dio vuole essere visto e conosciuto. In nessun luogo Dio può essere conosciuto meglio che nel fondo del nostro essere. Se il pensiero dell'inabitazione di Dio, della totale dipendenza di tutta la natura da Dio, dalla guida e dalla rivelazione di Dio fosse vivo in ogni cosa, agiremmo in modo diverso e adegueremmo il nostro comportamento per essere in sintonia con la rivelazione di Dio.[4]
Mentre pronunciava queste parole, è possibile che Tito stesse pensando a Teresa, dalla quale imparò com’è l’unione dell'anima con Dio e la natura onnipervasiva di Dio nella vita della persona umana. Tra la serie di dieci conferenze che Tito Brandsma tenne nel suo tour negli Stati Uniti d'America nel 1935, una fu dedicata interamente a Teresa di Gesù. In questa conferenza, in linea con la sua comprensione dell'idea di Dio, egli mostrò, basandosi soprattutto sul Castello Interiore, come Teresa sostenesse l'idea che Dio entra sempre più nella vita delle persone che conoscono Dio, accettano Dio e cercano di conoscere sempre più il suo amore. Nelle parole di Tito:
Santa Teresa dipinge la vita mistica come qualcosa che si sviluppa nell'anima, secondo la capacità naturale dell'anima, come l'ultima realizzazione dei poteri umani. Esse sono state impiantate da Dio nella natura umana e si realizzeranno quando l'anima sarà consapevole della sua possibilità di raggiungere quel più alto grado di perfezione e quindi si abbandonerà completamente nelle mani del Signore che solo è in grado di portarla alla più alta delle elevazioni. Per tutto questo, non si chiede altro all'anima se non che realizzi i desideri e le volontà di Dio, che riponga la sua fiducia in Lui e che solo in Lui trovi la sua felicità. A Dio piace avere un amore ordinato ed Egli stesso ordinerà questo amore nell'anima.[5]
Tito ammirava Teresa per la meraviglia della sua esperienza e della sua dottrina. L'ammirava anche per la sua opera di riforma, ritenendo che la sua riforma fosse di beneficio non solo ai Carmelitani Scalzi ma anche ai Carmelitani dell'Antica osservanza. Con un linguaggio che risuona con la tradizione scalza, Tito dice:
Certamente Maria è al primo posto nella venerazione dei suoi fratelli e delle sue sorelle, ma essi non ritengono di derogare a quella madre amatissima, quando onorano la più graziata delle sue figlie come un'altra madre, una madre che non ha dato loro l'esistenza, è vero, ma che li ha rigenerati ad una vita nuova. [6]
Ora ci troviamo in tempi e circostanze che ci sfidano ad essere consapevoli della vera natura della nostra chiamata, e a rispondere con una vita che dia autentica testimonianza di questa chiamata. Dobbiamo vivere in un modo che sia fedele a ciò che diciamo di noi stessi, persone chiamate a vivere in fedeltà a Gesù Cristo, come persone contemplative la cui vita è plasmata dalla preghiera, dalla fraternità e dal servizio, e che seguono nella loro vita gli esempi di Maria ed Elia. Tito vide in Teresa una santa che decise di ritornare all'ispirazione originale del nostro ordine, e di purificare la vita dell'Ordine da tutte le abitudini e costumi cresciute nel corso dei secoli che servivano ad allontanare i suoi membri dalla loro vocazione originale.
In questo momento di grazia, mentre ci rallegriamo della prospettiva che Tito Brandsma sia dichiarato santo e onoriamo la canonizzazione di Teresa di Gesù, non può sfuggirci che abbiamo tutte le ragioni per rendere grazie a Dio, per rinnovare la nostra vita e per avere fiducia nella vita che abbiamo scelto, o meglio, che Dio ha scelto per noi. Con gioia e impegno condivideremo questa vita e questa saggezza con tutta la Chiesa e con ciascuna delle nostre chiese locali. Per questo motivo, nel breve tempo a disposizione, incoraggio le nostre comunità in tutto il mondo a celebrare il quarto centenario della canonizzazione di Santa Teresa di Gesù, e a farlo, dove possibile, insieme ai membri della Famiglia Carmelitana Scalza.
Che il ricordo e l'onore che rendiamo a Santa Teresa di Gesù e al nostro nuovo futuro santo Tito Brandsma, rafforzino in ognuno di noi il desiderio di vedere il volto del Dio vivente e di fare la sua volontà in ogni cosa.
Míceál O'Neill, O. Carm.
Priore Generale
05 marzo, 2022
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[1] T.Brandsma, A New Dawn, The Carmelite Nuns, Bl. John Soreth, in Carmelite Mysticism, Historical Sketches, Darien: Illinois, The Carmelite Press, 1986, 36-43
[2] A. Staring, Fr. Titus Brandsma and St. Teresa of Avila, in Essays on Titus Brandsma, Rome Carmel in the World Paperbacks, 1985, p. 207.
[3] T. Brandsma, Mysticism in Action, Collected Words, Editors, Joseph Chalmers e Elizabeth Hense, Rome: Edizioni Carmelitane, 2021, 95-124.
[4] T. Brandsma, The Idea of God, in Mysticism in Action, Collected Works, Editors, Joseph Chalmers e Elizabeth Hense, Rome: Edizioni Carmelitanij, 2021, p. 121.
[5] T. Brandsma, St. Teresa, the Growth of the Mystical Life, in Carmelite Mysticism, Historical Sketches, Darien, Illinois: The Carmelite Press, 1986, p.46.
[6] Quoted in A.Staring, fr. Titus Brandsma and St. Teresa of Avila, in Essays on Titus Brandsma, Rome: Carmel in the World Paperbacks, 1985, p. 208.
La memorabile canonizzazione del 1622
Non c'è mai stata una celebrazione di canonizzazione in Vaticano pari a quella del 12 marzo 1622! Quattrocento anni fa, Papa Gregorio XV ha riconosciuto solennemente la santità di tre uomini e una donna, una monaca carmelitana, Teresa d'Avila. Fu onorata insieme a Ignazio di Loyola, Isidoro di Madrid (noto anche come Isidoro il contadino), Francesco Saverio e Filippo Neri.
Si deve anche essere colpiti dal fatto che ognuno di questi nuovi santi avrebbe continuato ad essere figure importanti nella Chiesa fino al nostro tempo attuale. Ignazio fondò la Compagnia di Gesù, più comunemente conosciuta come i Gesuiti. Francesco Saverio, un grande amico di Ignazio, divenne il grande missionario per i popoli del Giappone, dell'India e dell'arcipelago malese. Filippo Neri fondò la Congregazione dell'Oratorio con una spiritualità che è stata chiamata "una spiritualità della vita quotidiana".
Gli scritti di Santa Teresa sono riconosciuti come capolavori della letteratura e della spiritualità spagnola del XVI secolo. Le sue riflessioni sul processo per progredire verso Dio attraverso la preghiera e la contemplazione sono considerate punti di riferimento nella storia della mistica cristiana. Nel 1970 divenne la prima donna dichiarata "Dottore della Chiesa".
Sia il Priore Generale dei Carmelitani, P. Míceál O'Neill, che il Superiore Generale dei Carmelitani Scalzi, P. Miguel Márquez Calle, si uniranno a Papa Francesco per celebrare il 400° anniversario di queste canonizzazioni con una Messa nella Chiesa Romana del Gesù, dei Gesuiti, sabato 12 marzo. Il P. Míceál pubblicherà anche una lettera all'Ordine per commemorare l'occasione.
La cerimonia di quattrocento anni fa continua ad affascinare gli studiosi per le innovazioni nel processo di canonizzazione che ha introdotto. Gli storici dell'arte la ammirano per l'uso dell'arte a sostegno dell'espansione missionaria della Chiesa Cattolica.
La cerimonia del 1622 era originariamente prevista come canonizzazione del santo patrono della nuova capitale della Spagna, Madrid, San Isidoro. Il re di Spagna, Filippo IV, pagò per il "teatro" della canonizzazione - una struttura eretta nella Basilica di San Pietro decorata con scene della vita di Sant'Isidoro e illustrazioni di miracoli attribuiti alla sua intercessione. Nel transetto doveva essere appeso uno stendardo per ognuno degli altri canonizzati. "Così gli altri erano stati, tecnicamente, aggiunti a questa cerimonia", secondo Simon Ditchfield, professore di storia all'Università di York in Inghilterra. Ha scritto molto sulla cerimonia del 1622.
I papi precedenti avevano tentato di regolare il riconoscimento dei santi. Ma il processo era lento e molti uomini e donne sante venivano proclamati e venerati semplicemente come risultato della devozione del popolo, ha detto Ditchfield alla CNS.
Dopo la Riforma protestante ci fu il desiderio di portare formalità e rigore al processo della Chiesa per dichiarare i santi. Nel 1588, Papa Sisto V istituì quella che sarebbe diventata la Congregazione per le Cause dei Santi. Nei 30 anni seguenti, solo nove persone furono canonizzate e nessuna di loro nella stessa cerimonia.
I santi del 1622, dice Ditchfield, sono i primi santi ad essere beatificati prima di essere canonizzati, un passo intermedio che ora è standard.
La cerimonia del 1622 è stata un'innovazione anche perché più persone sono state canonizzate nello stesso giorno. Questo ha fornito più decorazioni in San Pietro e cinque bolle di canonizzazione invece della tradizionale, e un corpo di documentazione senza precedenti. Pamela M. Jones, professore emerito di storia dell'arte presso l'Università del Massachusetts a Boston, ha detto alla CNS.
Le bolle, o decreti di canonizzazione, e gli stendardi e altre opere d'arte usate per decorare San Pietro, ha spiegato Pamela Jones, professore emerito all'Università del Massachusetts "sottolineavano i loro contributi distintivi e virtù simili. Le celebrazioni dei santi mostrano anche che erano percepiti utili alla Chiesa Cattolica Romana come difensori della fede contro 'eretici' e 'infedeli' e come divulgatori della fede cattolica in un'epoca turbolenta di espansione mondiale".
In qualche modo, il processo stabilito per la creazione dei santi sottolineava anche l'autorità del papa come stabilito dal Concilio di Trento. Jones ha scritto in "A Companion to Early Modern Rome, 1492-1692", un libro che ha co-curato con Ditchfield e Barbara Wisch che "Poiché i culti dei santi erano universali, il papa, la cui giurisdizione era universale, aveva il diritto esclusivo di canonizzare", scrive Jones. Dopo il rito di canonizzazione del 1622, Roma fu sede di processioni, fuochi d'artificio, concerti e spettacoli teatrali. Eventi simili ebbero luogo in tutto il mondo: a Madrid per celebrare la canonizzazione di Sant'Isidoro, ma anche più lontano per onorare i nuovi santi dell'ordine religioso in tutta Europa, in Asia e nelle Americhe.
Santa Teresa d'Ávila Dottore della Chiesa
Teresa d'Ávila - Dottore della Chiesa[1]
Il 27 settembre 1970, papa Paolo VI proclamò solennemente Teresa d'Ávila prima donna Dottore della Chiesa. Il titolo di Dottore della Chiesa (Doctor Ecclesiae) viene dato dal papa per risultati eccezionali in teologia e nella trasmissione della fede. I dottori della Chiesa sono considerati testimoni della dottrina della Chiesa portando gli insegnamenti di Gesù Cristo agli uomini del loro tempo e di quelli successivi in modo speciale.
Secondo Papa Bene detto XIV [l'edizione 1747-1749 del documento è considerata la versione ufficiale], una persona deve soddisfare le seguenti tre condizioni per essere chiamata Dottore della Chiesa:
a) Eminens doctina (eccellente dottrina),
b) Insignis vitae sanctitas (un alto livello di santità),
c) Summi Pontificis aut Concilii Generalis legittima dichiarazione congregata (una dichiarazione del papa o di un Consiglio Generale legittimamente riunito).
Come si può vedere dalle istruzioni del 1982 della Congregazione per le Cause dei Santi per l'assegnazione del titolo di Dottore della Chiesa, questi criteri sono utilizzati ancora oggi.
Un nuovo sviluppo è iniziato nel 1970. Con le designazioni ufficiali di Teresa d'Ávila e Caterina da Siena come Dottori della Chiesa, alle donne fu attribuita per la prima volta un'importanza speciale. Le obiezioni e le riserve contro questo si basavano principalmente su 1 Cor 14,33s. ("Come in tutte le chiese dei santi, le donne devono tacere nelle chiese") e 1 Tim 2,12 ("Non permetto a nessuna donna di insegnare"); esse furono rimosse dalla Sacra Congregazione dei Riti dopo un attento esame teologico.
Va notato che Dottore della Chiesa non è un "titolo onorifico", ma il riconoscimento della dottrina di un santo come eccezionale (eminens). Non è neppure la "terza tappa" dopo un processo di beatificazione e canonizzazione, perché ciò che è decisivo è che la dottrina del santo ... ha fornito risposte a specifiche esigenze dei tempi e continua ad esercitare un benefico influsso nella Chiesa universale di oggi.
Il suo insegnamento ha avuto efficacia e autorità oltre la Chiesa cattolica, non solo nella vita dei fedeli, ma anche per la teologia spirituale. Questo si manifesta nei suoi scritti, nei quali ha descritto la sua storia di salvezza con Dio, i fondamenti di una vita spirituale, così come la necessità e i gradi della preghiera.
Teresa riconosceva Cristo come il centro della sua dottrina spirituale, perché Cristo rivela il Padre, unisce gli uomini a lui e li associa a sé. Secondo il papa, il fondamento della dottrina di Teresa sono la preghiera cristiana e la Chiesa, attraverso la quale si realizza il Regno di Dio.
Il fattore decisivo fu la sua personalità, caratterizzata da umiltà, semplicità e carisma, vitalità e un'intensa vita spirituale. Paolo VI la definì una maestra di vita spirituale, una contemplativa come nessun'altra e instancabilmente attiva. Era una personalità grande, unica e tuttavia molto umana e attraente.
La fonte e la meta della dottrina di Teresa è la preghiera. Conosceva tutti i segreti della preghiera per esperienza personale. In lei, un'esperienza che ha sopportato e goduto è diventata realtà. Il dono di proclamare questi segreti fece di lei una delle più grandi maestre di vita interiore.
Nota dell'editore: Da Papa Bonifacio VIII nel 1295, il titolo di Dottore della Chiesa è stato conferito a 37 santi - 33 uomini e 4 donne. Dal Concilio Vaticano II (1962-1965), 7 santi sono stati così onorati - 3 uomini e 4 donne.
[1] Riassunto di un articolo di Dorothee Backwinkel e Michael Plattig, O. Carm. Theresa of Avila—50 Years a Doctor of the Church. Carmelus 67 (2020) fasc. 1, 207-228.
Bolla papale del 1622 in onore di Teresa d'Avila
In occasione del 400° anniversario della canonizzazione di Teresa d'Avila, presentiamo questo interessante documento dell'Archivio Generale dell'Ordine Carmelitano.
A quarant'anni dalla morte, il 12 marzo 1622, Teresa d'Avila veniva canonizzata da papa Gregorio XV. Insieme a lei, nella stessa data, salirono agli onori degli altari altri tre grandi santi della stagione riformista post tridentina: Ignazio di Loyola, Francesco Saverio e Filippo Neri.
Come la beatificazione, avvenuta il 24 aprile 1614, con papa Paolo V, anche la canonizzazione ebbe una vasta eco in tutto l'Ordine con il moltiplicarsi delle edizioni e dei commenti ai suoi scritti, con la dedicazione di nuove chiese ed altari.
Tra le monache fu tale l'entusiasmo che il 18 maggio 1622, due mesi dopo il grande evento, papa Gregorio XV concesse la possibilità di acquistare l'indulgenza plenaria a quanti avrebbero visitato le chiese dei monasteri carmelitani nel giorno anniversario della canonizzazione (vedi foto).
Al di là del contenuto, la bolla attesta il forte legame tra le carmelitane dell'antica osservanza e la madre santa Teresa.
https://www.ocarm.org/it/itemlist/user/654-marcopellitero?start=1110#sigProIdb2b6dbba1e
Il suo cammino spirituale
Il cammino spirituale di Brandsma
Immagini di Tito Brandsma
Galleria di immagini di Tito Brandsma
Da compagni di prigionia
Prof. Dr. F.J.Th. Rutten
From his commemorative speech (1942)
“In love lay his decisive power.”
“From this deceased rays emanate.”
From a written testimony (1955)
“My judgement in 1942, 'from this deceased rays emanate,' is based on a peculiarity in the memory of Father Brandsma, which I noticed in my surroundings. When people talked about Father Brandsma, they almost always only remembered his striking goodness. There was no mention of particular incidents in his life, not even by those who had known him very well.”
Dr. (Jacobus) van Ginneken, (SJ)
From his commemorative address (1942):
“We know from his Carmel retreat that he had prepared himself diligently for death. His intention from the first recital of the ninth day was: to learn to die. In his last will we read: 'I unite myself in my death with the death of my Redeemer and with Mary I place myself under the feet of the Cross of my Lord. Misericordias Domini in aeternum cantabo.’ I will sing of the Lord's mercy for ever and ever (Ps. 88:2).”
Reverend (Johannes) Kapteijn
Camp Amersfoort and the prison of Kleve
Fr. Titus and Kapteijn were shackled together when they started their trip to Dachau
"Our dear brother in Christ, Titus Brandsma, is truly a mystery of grace".
Van Mierlo
Camp Amersfoort
“Professor Brandsma was physically very weak, but mentally one of the strongest. He was totally above his physical suffering. Without exception we all loved him very much, especially for his natural and amiable manner. He knew no hatred or aversion, nor impatience or hardness.”

Colonel Fogtelo
Scheveningen prison and Camp Amersfoort
“It was as if this man was in the free world.”

Dr. Jacobus Gerard G. Borst
Camp Amersfoort
“I knew Professor Brandsma from earlier and had great friendship and admiration for him. Whenever I could find the time, I would go and talk to him. Professor Brandsma was always cheerful, and he also knew how to suffuse his environment with this cheerfulness. He was interested in all possible kinds of problems, and he was not in the least impressed by the methods of terror with which they tried to crush us mentally and physically.”
Pastor Heinrich Rupieper
Dachau Concentration Camp
“He made a gentle, quiet impression on me. He had surrendered his life into God's hand. He did not know hatred. I was always surprised that Father Titus patiently endured everything without any expression of disgust or inner sadness. He prayed the rosary a lot, on his fingers, and said: 'We must pray for them.”
Chaplain Meertens
Camp Amersfoort
“He lived from hour to hour in an intimate union with God and yet was not unworldly. On the contrary: he was man with men, sincerely loved the good things in nature, and for higher motives endured the troubles that befell him.”
Chaplain (Nikolaus) Jansen
Dachau Concentration Camp
“When Father Titus arrived in Dachau, he looked like an abomination. Of course, that only got worse there. In the short time he was with us he was often beaten, sometimes his face was covered in blood. But he kept up the courage and was spiritually unshakeable.”
Father Van Genuchten
Dachau Concentration Camp
“I thank God that I was allowed to know this joy-filled and sunny person. When Professor Brandsma came to us, Dachau was a hell like never seen before or since. His short stay in Dachau was a true martyrdom. And yet he always remained cheerful and happy, an example and even a support to us all. I will never forget Professor Brandsma and I hope he will not forget me either!
Fr. Joseph Kentenich
Priest of the Pallotine Congregation
“His person and words always bespoke such a calm, such an abandon and so much good hope that one can never forget this venerable person.”
R. Höppener
Dachau prisoner
“His spirit could simply not be broken. Any thought of revenge was far from him: thus he could say his Our Father in silence while in the presence of his attackers.”
Fr. Othmarus Lips, OFM Cap
Capuchin religious
“Simple and unobstrusive among the 1200 priests of Dachau... a perpetual smile, filled with patience and inner calm, a smile of mystical serenity in the midst of all the suffering he had to undergo.”
P. Verhulst
Dachau prisoner
“Fr. Titus knew of no feelings of hate, he was all love. There was no favoritism with him. When I returned home I said immediately to my mother: That man will be canonized one day.”
4. Testimone del Perdono
Alla ricerca del dialogo
Durante la sua intera vita, P. Titus Brandsma è stato un uomo di perdono e riconciliazione anche nelle situazioni e nei contesti più complicati. Quando era assistente della stampa cattolica, ha dovuto affrontare situazioni complesse (tensioni politiche, lotte sindacali, radicalizzazione, ecc.) e ha sempre mostrato uno spirito di dialogo, aperto all’ascolto di tutt. Questo gli valse il soprannome de “il riconciliatore”.
Allo stesso modo, durante il suo anno come Rettore Magnifico dell’Università Cattolica di Nimega, il professor Brandsma ha cercato di creare un’atmosfera di dialogo e ha sempre cercato di trovare aree di incontro e comprensione. Non fu facile, poiché le università dell’Europa centrale nei primi anni ‘30 vivevano in un’atmosfera di estrema tensione tra radicalismi di vario tipo (comunisti, fascisti, nazionalisti, ecc.).
È forse in questo contesto che possiamo comprendere meglio la sua passione per l’esperanto, la lingua artificiale creata da Ludwig Zamenhof per evitare sia la divisione (nonché la violenza) causata dalla non sempre facile coesistenza delle lingue, sia per rifiutare il colonialismo linguistico che, in molte occasioni, porta all’imposizione. L’esperanto fu per lui - forse un po’ romanticamente - uno strumento di comprensione, un modo per superare le barriere linguistiche che spesso diventano barriere razziali, suprematiste e discriminatorie.
Ecumenismo
È anche da questo punto di vista che l’atteggiamento ecumenico del p. Titus può essere compreso in tutta la sua profondità. Il nostro carmelitano è stato un vero pioniere dell’ecumenismo nel Carmelo. Prese parte, con grande entusiasmo, al cosiddetto “Apostolato della Riunificazione”, volto a una migliore conoscenza e avvicinamento dei cattolici alle Chiese orientali. Ha sempre mostrato un atteggiamento molto rispettoso e vicino ai protestanti (la maggioranza nei Paesi Bassi) e ha sempre cercato un dialogo franco e fraterno con i fratelli separati.
Di fronte al conflitto
Durante i duri mesi di prigionia in varie carceri e campi di concentramento, P. Titus visse con diversi protestanti, alcuni dei quali avrebbero poi testimoniato nel processo di beatificazione, evidenziando la sua gentilezza, la sua cordialità e la sua profonda fiducia nel Signore. Ciò non vuol dire che fosse un “diplomatico” o che non avesse forti principi etci e religiosi. Tutto il contrario. Infatti, dopo l’invasione dei Paesi Bassi, il professor Brandsma mostrerà in molte occasioni la sua ferma opposizione ad alcune delle misure del governo occupante, sia nel campo dell’istruzione (quando si rifiutò di obbedire all'ordine di espellere i bambini ebrei) sia nel campo della stampa (quando chiese ai direttori dei giornali cattolici di rifiutare di pubblicare gli slogan nazisti).
Tuttavia, nonostante il suo fermo rifiuto dell’ideologia nazionalsocialista, non mostrò mai odio verso le guardie dei Lager in cui è stato. Inoltre, il nostro carmelitano ha invitato i religiosi che ha incontrato a Dachau a pregare per loro. In fondo, credeva che cedere all’odio sarebbe stata la vera vittoria del male...
P. Titus non odiava nemmeno i tedeschi come popolo, come nazione. Quando gli fu chiesto dal sergente Hardegen di scrivere un breve saggio sulle ragioni per cui gli olandesi e specialmente i cattolici si opponevano al nazionalsocialismo, il prigioniero elaborò un breve saggio in cui sviluppò le ragioni filosofiche, etiche e religiose di questa opposizione (un argomento del quale aveva spesso parlato nelle sue lezioni universitarie). Nonostante l’evidente opposizione, il saggio si concludeva con una bella benedizione: Dio salvi l’Olanda! Dio salvi la Germania! Che Dio conceda a questi due popoli di camminare nuovamente in pace e libertà e di riconoscere la sua Gloria per il bene di queste due nazioni così vicine tra loro...
Oggi
In un mondo come il nostro, pieno di divisioni e conflitti, padre Titus appare davanti ai nostri occhi come esempio, come un testimone che la riconciliazione e il perdono sono possibili, nonostante le difficoltà, e come un vero martire dei valori cristiani più autentici.
Preghiera
Ti chiediamo, Signore,
per l'esempio e l'intercessione di Titus Brandsma,
che soffrì i tormenti del martirio con fortezza
e piena fiducia nella volontà di Dio,
che anche noi, carmelitani del XXI secolo,
frati, monache contemplative, religiose di vita attiva,
terziari, laici di vari gruppi...
sappiamo sempre testimoniare la radicalità dell'amore cristiano
e i valori del Vangelo
e che le nostre vite siano semi di riconciliazione e perdono.
Maria, Madre e Decoro del Carmelo: prega per noi.
Titus Brandsma, Martire Carmelitano: intercedi per noi.
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1. Una breve biografia
I primi anni Cinque di loro entreranno poi nella vita religiosa.
La famiglia possedeva una fattoria e un allevamento di mucche, e vendeva latte e formaggio prodotto nella stessa fattoria. A quel tempo, i cattolici erano una minoranza in Frisia e custodivano la loro religione e cultura. Il padre di Anno lavorò per preservare la cultura frisone nella sua famiglia e nella comunità locale; partecipò alla vita politca e fu anche presidente della commissione elettorale locale.
Quando Anno ebbe completato la sua istruzione secondaria in una scuola francescana, decise di entrare nell’Ordine Carmelitano. Iniziò il suo noviziato a Boxmeer nel settembre 1898 prendendo il nome di suo padre, Titus, come proprio nome religioso. Fece la sua prima professione nell’ottobre 1899 e fu ordinato sacerdote il 17 giugno 1905.
Dopo ulteriori studi all’Università Gregoriana di Roma, ottenne il Dottorato in Filosofia nel 1909. Titus aveva anche un vivo interesse sia per la Spiritualità che per il Giornalismo, due aree che, insieme alle sue attvità accademiche, avrebbero costituito gran parte del suo lavoro di tutta la vita.
Come frate carmelitano gli piaceva anche condividere la tradizione spirituale dell’Ordine con persone al di fuori dell’Università. Viaggiò molto, tenendo conferenze sulla spiritualità carmelitana.
In questo ruolo, incoraggiò gli editori ad opporsi alla pubblicazione della propaganda nazista sui giornali cattolici e sulla stampa in generale perché era particolarmente critico nei confronti dell’antisemitismo.
Quando i nazisti invasero l’Olanda nel maggio 1940, Titus era segretario dell’Arcivescovo di Utrecht e incoraggiò i vescovi a parlare contro la persecuzione degli ebrei e la violazione dei diritti umani in generale attuata dagli invasori. Così facendo, divenne un uomo controllato dalle autorità.
Titus fu internato a Scheveningen e Amersfoort, in Olanda, prima di essere deportato a Dachau, a giugno.
Sotto quel duro regime, la sua salute peggiorò rapidamente e fu trasferito nell’ospedale del campo già alla terza settimana di luglio. Fu sottoposto a esperimenti chimici prima di essere ucciso con un'iniezione letale il 26 luglio 1942. Il giorno della sua morte, i Vescovi Olandesi pubblicarono una lettera pastorale in cui protestavano fortemente contro la deportazione degli Ebrei dall’Olanda.
Prima della sua esecuzione, Titus aveva pregato che Dio aiutasse l’infermiera che avrebbe praticato l’iniezione a pentirsi delle sue azioni nel campo. Le diede anche la sua corona del rosario, sebbene lei protestò dicendo di essere una cattolica non praticante. Alcuni anni dopo, la stessa donna si recò in un priorato carmelitano per chiedere perdono e fu testimone nel processo per la beatificazione, che ebbe luogo a Roma, il 3 novembre 1985.
Davanti l’immagine di Gesù
Lezioni dalla sua vita
Lezioni dalla vita di Brandsma
- I versi iniziali di una poesia scritta nella sua cella di prigione a Scheveningen spiegano la fonte della sua forza interiore: O Gesù, quando ti guardo, so di nuovo che ti amo e che anche il tuo cuore mi ama ...
- L'esperienza di coloro che erano con lui a Dachau era che la serena pace interiore di Brandsma veniva da una fonte profonda: La tua vicinanza rende ogni cosa buona in me - permettendogli di essere così sereno in mezzo a tante attività e preoccupazioni.
- Brandsma insegnava che il nostro orientamento verso Dio viene da dentro di noi: La presenza e l'opera di Dio non devono essere solo oggetto di intuizione, ma devono anche manifestarsi nella nostra vita, esprimersi nelle nostre parole e azioni, irradiarsi da tutto il nostro essere e agire.
- Nel suo discorso tenuto all’apertura dell’anno accademico dell’Università di Nimega nel 1932, Brandsma disse: L'idea di Dio non è immutabile come la roccia, ma si manifesta nella nostra vita in immagini mutevoli che non significano un cambiamento essenziale, ma mettono la nostra idea di Dio in una luce diversa. Tito invita a una grande apertura a questa variabilità dell'idea di Dio. Dobbiamo cercare l'Eterno nel tempo.
- Dio è il terreno più profondo del nostro essere
- ... una persona si accorge di essere mossa e modellata da forze che vengono dal nucleo del suo essere;
- ... aprirsi al mondo interiore è sperimentarlo come mistero. Non viene da se stessi ... ci è dato.
- La vita di Dio in noi è dinamica - viene continuamente ad agire in noi: Dio è una forza interiore che ci colpisce in modo liberatorio e chiarificatore e ci fa guardare il mondo in modo diverso.
- Questo senso di Dio in/con lui permise a Brandsma di essere a casa ovunque, sia in mezzo alla gente che nel silenzio della sua cella.
- Brandsma ha insegnato che Dio lavora nell'uomo in un modo così nascosto che tutto ciò che è umano rimane e non viene distrutto e che nella vita interiore di ogni essere umano ci sono momenti di attesa e di ricezione - accanto a un tempo di decisione, azione e dono di sé.
- La vita reale è modellata e guidata non solo da ciò che possiamo capire ed è razionale, ma anche dall'accidentale.
- Brandsma ha insegnato: Inginocchiati davanti all'immagine di Dio nel tuo fratello.
- Il rispetto di Brandsma per le persone nasce dal fatto che esse sono collegate tra loro in e attraverso Dio. Questo rispetto per gli altri induce una persona a dare ai suoi simili lo spazio in cui possono essere se stessi.
- Il 16 giugno 1942, Brandsma fu inviato a Dachau, dove fu spogliato di ogni dignità, conosciuto solo come numero 30492.
- Si comportava come se vivesse in libertà. Il suo silenzio interiore era qualcosa che nessuno poteva togliergli.
- Terribili oltraggi subiti a Dachau. Da questo momento in poi, Tito cominciò a morire continuamente: lasciò andare ciò che si aspettava da questa esistenza umana, e si abbandonò a ciò che divenne possibile agli occhi di Dio. La sua forza più profonda era la certezza di essere amato... O Gesù, quando ti guardo il mio amore per te diventa più vero. E il tuo, lo so, non finirà mai: Tu mi vedi come un amico speciale.
- Raphael menziona ripetutamente la serenità e l'equilibrio che Brandsma mostrava.
- Brandsma rimase totalmente sereno ... mostrò lo spirito di "disinteresse" del mistico.
- "L'uomo che lo picchiava e lo prendeva a calci non poteva toccare la sua vita interiore".
- "Il sacerdote cappuccino Othmarus commenta: Un eterno sorriso pieno di pazienza e serenità interiore, un sorriso di mistica rassegnazione in tutte le sofferenze che doveva sopportare, segnava Tito. Era stato maltrattato così tanto che i suoi denti pendevano letteralmente dalla sua bocca. Ripagava tutto questo con la preghiera di Cristo: "Padre, perdona loro". Né io né nessun altro l'abbiamo mai sentito lamentarsi. Era un santo.
- A Scheveningen e Amersfoort visse e parlò con la ricchezza della sua conoscenza ed esperienza, come risultò evidente dal suo interrogatorio, dalla sua difesa, dal suo discorso su Geert Grote. A Kleve e Dachau si rese conto di essere stato abbandonato dalle autorità. Questa consapevolezza lo sconvolse profondamente. Dopo un forte conflitto interiore si arrese. Non si aspettava più la liberazione. L'unica cosa che era fortemente viva in lui era la consapevolezza di essere nelle mani di Dio e che la sua dignità era 'inviolabile'".
- La sua riflessione a Scheveningen, Io so che Tu mi ami, lo sostenne.
- Il 26 luglio 1942, Brandsma ricevette un'iniezione letale in seguito alla quale morì.





















