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Displaying items by tag: Celebrating At Home

Prepararsi, rimanendo fedeli
(Luca 12:35-39)

A volte nella vita ci lasciamo affascinare da una particolare causa o da un progetto ai quali dedichiamo grande entusiasmo e passione. Con il passare del tempo, però, può capitare che il nostro entusiasmo si affievolisca e la nostra passione si raffreddi. Le priorità cominciano a cambiare.

Come nel Vangelo della scorsa settimana, essere preparati e rimanere fedeli è il fulcro del brano evangelico di questa settimana.

Accumulare tesori davanti a Dio è una buona preparazione. Accumulare i propri beni in granai sempre più grandi non lo è.

Essere pronti significa essere aperti alla venuta del Signore. Vestirsi preparandosi per agire, con le lampade accese e pronti ad aprirgli la porta, è l'antidoto al concentrarsi troppo sui beni materiali, sullo status e sul potere.

I servi fedeli che saranno pronti al ritorno del padrone saranno benedetti dal padrone stesso che li farà mettere a sedere e li servirà. Un classico ribaltamento dei ruoli tradizionali.

La comunità di Luca (e gli altri primi cristiani) si stavano lentamente abituando all'idea che la seconda venuta di Gesù, che secondo loro sarebbe avvenuta ‘da un giorno all'altro’, sembrava tardare. Nella comunità stavano emergendo dei problemi, poiché i funzionari e altri sembravano ‘andare in tilt’. Da qui le espressioni ‘essere pronti’, ‘servire’, ‘avere le lampade accese’ e ‘stringersi le vesti ai fianchi.

La parabola dei servi è un invito a rimanere fedeli e pronti per il ritorno del padrone.

La parabola pone la domanda: ‘Come devono comportarsi i discepoli nel periodo tra le due venute di Gesù? Come i proprietari di casa, dobbiamo essere vigili e attenti alla presenza di Gesù.

Sebbene il testo parli del ritorno finale di Gesù, possiamo anche pensare a stare attenti e vigili per i momenti in cui la presenza di Gesù irrompe improvvisamente nella nostra vita - in un amico malato, in un mendicante per strada, in una persona bisognosa, in un momento di preghiera o di riflessione.

Come credenti vogliamo fare tutto il possibile per costruire la comunità, il Corpo vivente di Cristo nel nostro mondo, e permettere al Vangelo di trasformare le nostre vite, il che si manifesta nella nostra vicinanza a Dio e nelle buone azioni al servizio degli altri.

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Mercoledì, 27 Luglio 2022 11:12

Memoria del B. Isidoro Bakanja, Martire

12 Agosto Memoria facoltativa

Nato tra il 1880 e il 1890 a Bokendela (Congo), nella tribù dei Boangi. Fin da ragazzo, per vivere fu costretto a lavorare come muratore o nei campi. Si convertì al cristianesimo nel 1906.

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False sicurezze
(Luca 12:13-21)

Troppo spesso ci rendiamo conto della vulnerabilità e dell'incertezza della vita. Le cose possono cambiare da un momento all'altro. 

Non sappiamo cosa accadrà oggi, domani o tra qualche istante. Queste esperienze possono renderci profondamente ansiosi e cerchiamo di proteggere noi stessi e i nostri beni dagli eventi avversi della vita. Non si tratta di un problema che riguarda solamente la gente ricca, come l'uomo del Vangelo di oggi. Può essere un problema per tutti noi.

Sembra che abbiamo un bisogno istintivo di costruirci un senso di sicurezza attraverso l'accumulo di beni e ricchezze.

Il Vangelo di Luca si concentra sul fatto che non c'è nulla di più distruttivo per la vita e per l'umanità del bisogno di acquisire, conservare e aumentare la ricchezza. Il problema non sono le ricchezze che possediamo, ma il fatto che il nostro bisogno di possederle intralcia il nostro rapporto con Dio, la nostra unica vera sicurezza. Questo stesso bisogno ostacola anche la nostra preoccupazione per gli altri.

Diventiamo riluttanti a condividere ciò che abbiamo, nel caso in cui un giorno ne avessimo bisogno. 

Per molti versi, il Vangelo riguarda l'orientamento fondamentale della vita di un discepolo: viviamo per noi stessi e per i nostri beni o per Dio e per il Regno? Siamo noi a possedere i nostri beni o sono loro a possedere noi? A cosa diamo più valore nella nostra vita?

La sete di cose materiali ci rende distorti, restringe la nostra attenzione e corrompe il nostro senso morale.

Come discepoli di Gesù, cerchiamo di tenere Dio al centro della nostra vita. Con il Battesimo e la Cresima ci impegniamo a collaborare con Dio per realizzare i sogni e le speranze di Dio per ciascuno di noi.

Una vita di successo agli occhi di Dio non consiste nell'accumulare un tesoro materiale per noi stessi (la parabola del giovane ricco nel Vangelo di questa domenica), ma nell'essere una fonte di vero tesoro per gli altri (la parabola del servo nel Vangelo di domenica prossima). Molto spesso, le orazioni della Messa chiedono a Dio di aiutarci a usare con saggezza le cose buone della terra.

La saggezza di Dio ci indirizza sempre a usare ciò che siamo e ciò che abbiamo per arricchire la vita degli altri.

Vivere secondo il cuore di Dio ci aiuta a mantenere tutte le cose nel loro ordine e ci apre alla visione più ampia che Dio ha della realtà.

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L’ospitalità di Dio
(Luca 11:1-13)

Molte persone lottano per trovare un appellativo a Dio. Per alcuni, ‘Padre’ va bene. Per altri, l'immagine di Dio come Padre evoca ricordi traumatici della loro esperienza infantile di dolore, sofferenza, abbandono e persino abuso. 

In alternativa, alcuni preferiscono termini come ‘Creatore’, ‘Redentore’ e ‘Santificatore’. Ma questi termini descrivono funzioni, non persone, e sembrano mancare di quel calore e di quell'intimità che intuitivamente contraddistinguono il nostro rapporto
con Dio. 

Nel Vangelo di oggi, uno dei discepoli, avendo visto Gesù in preghiera, gli chiede di insegnargliela. La preghiera che Gesù insegna loro è probabilmente molto vicina a quella che lui stesso pregava.

Questa preghiera non ha la stessa impostazione formale di quelle utilizzate nel culto del Tempio e della Sinagoga. Inizia invece con un'espressione più informale, calda e intima che si rivolge a Dio come ‘Abbà’ - non formale come ‘Padre’ e non infantile come ‘Papà’, ma una via di mezzo.

Comunque decidiamo di chiamare Dio, il termine che usiamo deve avere lo stesso senso che ‘Abbà’ aveva per Gesù. Anche i discepoli vivono la stessa relazione calda e intima che Dio e Gesù condividono. Ed è in questa relazione di membri della famiglia di Dio che Gesù insegna loro a pregare.

La preghiera si concentra inizialmente solo su Dio (‘sia santificato il tuo nome’), poi si sposta su ciò di cui il mondo ha bisogno (‘venga il tuo regno’), quindi su ciò di cui i discepoli hanno bisogno (sostegno, perdono e protezione da prove, persecuzioni e tentazioni).

Una comunità che recita questa preghiera riconosce la sua vicinanza privilegiata a Dio. Ma riconosce anche che l'ospitalità di Dio chiama l'intero genere umano a quella stessa vicinanza vissuta come l'avvento del Regno.

Il bussare senza vergogna alla porta di un amico è un incoraggiamento a non aver paura di chiedere continuamente a Dio ciò di cui abbiamo bisogno per vivere come membri del Regno. Dio non mancherà di condividere la sua vita e il suo amore attraverso il dono dello Spirito Santo.

Se gli esseri umani, per quanto imperfetti, sanno dare cose buone ai propri figli, quanto più Dio, amorevole e benevolo, farà il dono dello Spirito Santo a coloro che lo chiedono? Lo Spirito Santo, che è il legame d'amore tra Dio, Gesù e noi, lo Spirito Santo è colui che ci aiuta a percepire e a sperimentare che siamo profondamente avvolti dall'amore, dalla cura e dalla premura di Dio.

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La vera ospitalità
(Luca 10:38-42)

Preparare il cibo per un'occasione speciale o per un ospite importante può essere un compito scoraggiante. 

Al giorno d'oggi, può anche essere pieno di trappole di ogni tipo, dato che le preferenze alimentari continuano a cambiare e compaiono varie allergie. 

Nella storia che Luca racconta in questo Vangelo, è evidente che Marta si è data molto da fare per accogliere e provvedere a Gesù, l'ospite. 

Preoccupata di servire e infastidita da Maria che siede passivamente ai piedi di Gesù, l'ansia di Marta ha la meglio e chiede a Gesù di intervenire.

In un certo senso, Marta è come un padrone di casa ben intenzionato che prepara una cena completa di carne arrosto solo per scoprire che l'ospite è vegetariano! Forse la vera ospitalità veniva prima della preparazione del pasto. Forse la vera ospitalità riguarda anche ciò che l'ospite ha da offrire, non solo a ciò che chi accoglie vuole offrire. 

Spesso nei Vangeli i ruoli iniziali di una storia si invertono. In questo Vangelo sembra che Gesù, l'ospite, abbia qualcosa da offrire che Marta trascura, ma che Maria riconosce. Gesù diventa ospitante. Ed è lui che finisce per alimentare i suoi ‘ospiti’, non Marta. 

E Maria? Apparentemente persa nell'ascolto di Gesù e ignara del bisogno di aiuto di Marta? Ci sembra del tutto sbagliato che Gesù la lodi per aver scelto ‘la parte migliore’. Gesù rifiuta di rimandare Maria in cucina. La sua risposta può essere letta anche come un invito a Marta a lasciare i suoi sfarzosi preparativi e a unirsi a loro. 

La vera ospitalità per il discepolo consiste nel conoscere e passare del tempo con l'ospite. 

La posizione di questo racconto nel Vangelo di Luca, tra la parabola del Buon Samaritano (il discepolo ideale) e l'insegnamento di Gesù sulla preghiera, potrebbe suggerire che sono necessarie entrambe le cose: un'attenzione profonda alla Parola di Dio e un'azione decisa: ascoltare e mettere in pratica la Parola. 

Potrebbe anche suggerire che l'ascolto della Parola viene prima di tutto, e solo dopo viene messa in pratica nelle attività e nel servizio. Potrebbe anche suggerire l'importanza di prestare attenzione a fare la scelta giusta in ogni momento, a non essere così presi dal fare anche opere buone da dimenticare di nutrire la nostra relazione con Gesù. 

Ciò che emerge chiaramente, comunque, è che sia gli uomini che le donne sono chiamati al discepolato. 

Maria, la figura più emarginata della storia, presenta il tipo di ospitalità che Gesù vuole in un discepolo: un cuore aperto e in ascolto.

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Verso un amore al di là delle etichette
(Luca 10:25-37)

Papa Francesco afferma che la società crea ‘una cultura dell'aggettivo’ che preferisce etichettare immediatamente le persone come buone o cattive.
Gesù, afferma, rompe la mentalità che separa, esclude, isola e sminuisce la persona.
Un buon esempio di ciò che dice il Papa si trova nella parabola del Vangelo di oggi. Il fatto stesso che conosciamo la storia come ‘Il buon samaritano’ sembra implicare che egli sia un'eccezione, che la maggior parte dei samaritani sia ‘cattiva’. Questo è sicuramente il modo in cui gli interlocutori di Gesù vedevano i samaritani.
L'idea dell'ospitalità, dell'accoglienza dello straniero e dell'assistenza ai bisognosi occupava un posto di rilievo nelle scritture, nella spiritualità e nella pratica ebraica. La pratica di queste virtù è stata a lungo riconosciuta come una risposta alla Parola (la Legge di Dio) posta nel cuore del credente.
Cioè, agire secondo il cuore di Dio Chiedersi chi è il mio prossimo (chi è ‘dentro’ o ‘fuori’) è una domanda sbagliata secondo Gesù. Piuttosto, ci si dovrebbe chiedere: ‘Come deve comportarsi un membro del popolo eletto di Dio?’. Nella parabola non è un membro del popolo eletto ad agire secondo il cuore di Dio, ma un estraneo, un samaritano. È lui che mostra come un membro del popolo di Dio dovrebbe agire nei confronti di chi è nel bisogno. Non si chiede ‘chi è il mio prossimo’, ma si dimostra un prossimo e una persona secondo il cuore di Dio con la generosità con la quale aiuta l'uomo bisognoso.
Questo è ‘amare con tutto il cuore’. Sappiamo anche noi fare lo stesso?

Questo incontro misericordioso
tra un samaritano e un giudeo
è una potente provocazione,
che smentisce ogni
manipolazione ideologica,
affinché allarghiamo
la nostra cerchia.

Fratelli tutti n. 83

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Missionari del Regno
(Luca 10,1-12)

Sulla strada per Gerusalemme, Gesù insegna ai discepoli il significato della "sequela". Parte di questa sequela è la proclamazione del Regno, ovvero attirare l'attenzione sul regno di Dio nel mondo e nelle persone che lo abitano.

C'è un senso di semplicità e di urgenza quando Gesù incarica i settantadue di diffondere la Buona Notizia del coinvolgimento di Dio nella vita umana.

Il Vangelo, naturalmente, non riguarda l'invio di 72 persone a livello storico. Si tratta della missione di ciascun discepolo di Gesù. La diffusione del messaggio del Vangelo deve avvenire sempre in
modo non ostile, conquistando i cuori e le menti attraverso il buon esempio e una vita esemplare. Il modo migliore per farlo è rendersi vulnerabili e concentrarsi sulla missione piuttosto che sulla propria comodità. La vera gioia non consiste nella conversione di un gran numero di persone, ma nella consapevolezza di aver compiuto la parola e la volontà di Dio.

I discepoli non possono permettersi di essere appesantiti da troppe cose o di perdersi in chiacchiere inutili (pettegolezzi). Devono essere portatori della pace di Dio, una pace che guarisce, rafforza, lenisce, libera e ristora. Le difficoltà non mancheranno, ma i discepoli non si lasceranno sopraffare. 

Questo è il motivo della gioia cantata nella prima lettura dal profeta Isaia. Dio è all'opera in mezzo al suo popolo come una madre che nutre e un fiume che scorre portando nutrimento, pace, conforto e gioia. Le persone fioriscono quando la presenza di
Dio viene riconosciuta e accolta. 

Che questa presenza possa sempre essere visibile e
percepibile in noi.

Un missionario pienamente
dedito al suo lavoro
sperimenta il piacere
di essere una sorgente,
che tracima e rinfresca gli altri...
Può essere missionario solo chi
si sente bene
nel cercare il bene del prossimo,
chi desidera la felicità degli altri.

Evangelii Gaudium, n. 272

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Comincia il viaggio
(Luca 9:51-62)

Molto spesso nella vita sappiamo qual è la cosa giusta da fare, eppure possiamo trovare molta difficoltà nel farlo. La lettura del Vangelo di oggi ne è un esempio. Le prime righe del Vangelo di oggi definiscono il tenore di ciò che leggeremo nelle prossime undici domeniche sulla qualità e sui costi necessari per coloro che vogliono seguire Gesù.
Il Vangelo si apre con la notizia di Gesù che ‘prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme’. Questo lungo viaggio dalla Galilea a Gerusalemme sarà l'ultimo viaggio di Gesù. Si avverte una certa determinazione. Gesù sa cosa deve fare. Ma credo che ci sia anche un certo sentimento di reticenza. Sapere che è la cosa giusta da fare non la rende facile da fare, come vediamo dall' incontro di Gesù con i tre aspiranti discepoli in
questo brano.
E cosa succede quando sentiamo di fare la cosa giusta e veniamo per questo trattati duramente? Ci comportiamo come Giacomo e Giovanni, che vorrebbero far scendere il fuoco dal cielo per punire
i colpevoli? Oppure seguiamo la via di Gesù e andiamo ‘in un altro villaggio’? Possiamo essere pieni di un tale senso di giustizia da trasformarci in vendicatori di Dio, ma in realtà stiamo vendicando
noi stessi.
Gesù parla spesso di non violenza e non resistenza.
La maggior parte di noi lo trova molto impegnativo.
Perché non dovrei reagire alla persona che mi colpisce? Non ho forse il diritto di difendermi? Eppure sappiamo che la ritorsione ci blocca semplicemente in un ciclo crescente di violenza, che
solo il perdono può interrompere.
Vale anche la pena di riflettere sui tre aspiranti discepoli in questo brano evangelico. Tutti sembrano essere stati toccati in qualche modo da Gesù e attratti da lui. Tutti sembrano essere sinceri nel loro desiderio di seguirlo. La risposta di Gesù al primo pone una domanda: l'entusiasmo e il desiderio sono sufficienti? Il richiamo di Gesù al fatto che egli ‘non ha dove posare il capo ’ sembra dire
che è necessario avere un sano realismo nella nostra decisione di seguire Gesù. Possiamo davvero farlo? Cosa ci chiede? Siamo pronti a convivere con le incertezze? Anche gli altri due aspiranti discepoli sono sinceri nel loro desiderio e nella loro intenzione, ‘ma prima’ vogliono partire per adempiere ai loro obblighi familiari. Anche in questo caso, la risposta di Gesù pone la domanda su cosa viene prima: gli obblighi familiari o il nostro rapporto con Lui. Non si tratta di una domanda ‘o l'una o l'altra’. Quando il nostro rapporto con Gesù viene al primo posto, allora tutti gli altri rapporti trovano il loro giusto spazio nella nostra vita. Non possiamo mettere il nostro rapporto con Gesù ‘in attesa’ mentre sistemiamo il resto della nostra vita.
La chiave per mantenere tutto nella giusta misura è la relazione con Gesù, che è il centro della nostra vita e di ciò che siamo.

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La presenza reale di Gesù in noi
(Luca 9:11-17)

La festa odierna celebra il segno perenne della presenza di Cristo con noi nel Pane e nel Vino dell'Eucaristia. Celebra anche la presenza di Cristo con noi nella comunità della Chiesa. L'Eucaristia è il nostro sacramento di comunione, non solo con Cristo e Dio, ma anche con tutti coloro che sono chiamati nella comunità cristiana. La nostra comunione ci lega gli uni agli altri in una sacra unione della mente e del
cuore con Gesù.
La parola ‘comunione’ significa condividere in comune. Nella Santa Comunione ciò che abbiamo in comune con Dio e tra di noi è Gesù Cristo presente nel Pane e nel Vino. Un altro significato di ‘comunione’ è essere un'unica mente e un solo cuore. È’ lo Spirito Santo che ci mantiene in comunione di mente e di cuore con Dio, con Cristo e tra di noi.
Siamo molto abituati a pensare alla presenza reale di Gesù nel Santissimo Sacramento. Ma la vera presenza di Cristo si trova anche nella comunità quando si riunisce nel suo nome al banchetto della Parola, per ricordare ciò che Gesù ha detto e fatto durante l'Ultima Cena (non solo le parole sul pane e sul vino, ma anche la lavanda dei piedi), quando condivide il cibo dell'Eucaristia, quando esce e continua a spezzare e riversare quel cibo in atti di bontà e d’amore, in parole lenitive e nutrienti che danno vita agli altri.
L'Eucaristia non è un oggetto da guardare, ma un'azione da fare affinché la presenza viva di Gesù continui a toccare e guarire.
Forse dobbiamo pensare più profondamente alla presenza reale di Gesù negli esseri umani reali e viventi. Il pane e il vino non hanno occhi per guardare con amore, né un volto con cui sorridere, né una bocca per pronunciare parole confortanti, né le braccia per sostenere un lutto o un malato, né per dare una mano, né orecchie per sentire il dolore. Ma siamo noi che lo facciamo.
Quindi siamo chiamati a diventare l'Eucaristia che sostiene coloro che ci circondano con il nutrimento della apertura del cuore e della vista, del rispetto, dell’amore, della compassione, della speranza e del perdono.
La nostra partecipazione al corpo e al sangue di Cristo non tende a nient'altro che a diventare ciò che riceviamo. (Sant'Agostino)

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Dio si è incarnato in noi
(Giovanni 16,12-15)

La Festa della Trinità è un giorno in cui possiamo riflettere su chi è Dio, non in cui cercare di capire come possono esserci tre persone in un unico Dio.
L’attenzione della Chiesa oggi è sull'esperienza, non sulla teologia.
In termini intellettuali, Dio rimane un mistero. Per le persone di fede, Dio non è conosciuto tramite la mente, ma con il cuore. Questo è ciò di cui ci parlano la spiritualità e la mistica: esplorare la nostra esperienza di Dio.
Attraverso la nostra liturgia pubblica, la preghiera privata e la contemplazione arriviamo a sperimentare - per "conoscere" e sentire nei nostri cuori - che Dio ci ama, ci accetta, ci perdona e ci invita costantemente ad entrare in un'esperienza sempre più profonda dell'amore.
Quando permettiamo al cuore di Dio di parlare al nostro con amore, iniziamo ad assorbire sempre più la vita di Dio nella nostra. Cominciamo a trasformarci. I nostri valori e i nostri atteggiamenti, i nostri modi di guardare il mondo e di essere nel mondo iniziano a cambiare. Iniziamo a vedere con gli occhi di Dio e sentiamo con il cuore di Dio.
Ci appassioniamo delle cose di cui Dio è appassionato: parlare in modo veritiero, agire con giustizia e integrità, andare verso gli altri e soprattutto verso i vulnerabili, promuovere la pace e la comprensione, porre fine alla competizione e alla discriminazione, rispettare la vita.
Questo ci rende delle persone migliori e le nostre vite diventano una benedizione per l'altro e per il mondo.
Questo è ciò che significa vivere del grande dono di Dio per noi, lo Spirito di Gesù Cristo che Dio ha messo nei nostri cuori. Dio si incarna in noi e noi diventiamo amministratori della grazia e della vita di Dio.

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