Per le sue virtù era mal visto e trattato male perfino dai frati meno osservanti. Egli però sopportava con grande pazienza tutte le noie e il temperamento di quei religiosi, e si esercitava nella virtù e si impegnava per il bene del convento. Poiché viveva in grande austerità, era asciutto nella persona, di faccia pallida e occhi incavati, ma con uno sguardo vivido e onesto.
Era di buon esempio per chi andava a trovarlo, e chi lo frequentava spesso rimaneva commosso fino alle lacrime per le buone parole e gli esempi.
B. Luigi, pur essendo priore, non si risparmiava il lavoro, anzi si comportava come il più umile dei frati del convento, andando in giro di porta in porta per la città di Randazzo per la questua del pane, dei ceri e cose simili, per mantenere i frati e far del bene a tutti. Infatti, mentre questuava, i poveri si rivolgevano a lui per l'elemosina, sapendo che non avrebbe mancato di distribuire di quel pane che a sua volta aveva ricevuto.
Una volta, il giorno di Pasqua, i frati del convento mangiarono carne, ma egli volle pane ed acqua come al solito, come ha testimoniato frate Pietro Cubani, compagno di B. Luigi. Questi ha pure narrato che mentre il medesimo B. Luigi si recava per le aie e le masserie per la solita questua, dalla strada gli fu scoccata una freccia che lo ferì alla fronte, per cui rimase parecchio tempo infermo. Molti gli chiedevano che dicesse chi era stato a ferirlo, ma non volle mai rivelarlo, anzi con grande pazienza ripeteva: “Dio lo perdoni, sia lode a Dio.”
C'era una via, che portava al convento di san Michele, scomoda e malfamata; egli, per eliminare lo scandalo e il malcostume che vi regnava, comprò un terreno e vi aprì un'altra strada, lavorandovi personalmente insieme a quanti, dietro sua richiesta, erano venuti ad aiutarlo. Se frate Luigi aveva bisogno di qualche favore a beneficio del convento, nessuno gli diceva di no, ma erano ben contenti di favorirlo, in ricordo dei benefici ricevuti, per i suoi modi garbati e per la sua larga ospitalità.
Dopo che passò da questa vita, il suo corpo fu riposto in una cassa sotto l'altare maggiore della chiesa con una grata di ferro; e molti lo veneravano e lo invocavano, specialmente i malati di febbre quartana, che ne restavano guariti. Queste cose, si dicevano allora, e si ripetono ancora oggi.
(P. Simonelli, Il B. Luigi Rabatà, Roma,1968, pp.74-76)
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