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S. Elisabetta della Trinità (OCD), Vergine
O mio Dio, Trinità che adoro, aiutami a dimenticarmi completamente, per fissarmi in Te, immobile e tranquilla, come se la mia anima fosse già nell'eternità. Nulla possa turbare la mia pace né farmi uscire da Te, o mio Immutabile, ma che ogni istante m'immerga sempre più nella profondità del tuo mistero.
Pacifica la mia anima, rendila tuo cielo, tua dimora prediletta, luogo del tuo riposo. Che non ti lasci mai solo, ma che sia là tutta, interamente desta nella mia fede, tutta in adorazione, pienamente abbandonata alla tua azione creatrice.
O mio Cristo amato, crocifisso per amore, vorrei essere una sposa per il tuo Cuore, vorrei coprirti di gloria, vorrei amarti fino a morirne. Ma sento la mia impotenza e ti chiedo di «rivestirmi di te», d'identificare la mia anima a tutti i movimenti della tua anima, di sommergermi, d'invadermi, di sostituirti a me, affinché la mia vita non sia che un'irradiazione della tua vita. Vieni in me come Adoratore, come Riparatore e come Salvatore.
O Verbo eterno, Parola del mio Dio, voglio passare la mia vita ad ascoltarti, voglio rendermi perfettamente docile per imparare tutto da Te. Poi, attraverso tutte le notti, tutti i vuoti, tutte le impotenze, voglio sempre fissare Te e restare sotto la tua grande luce. O mio Astro amato, affascinami perché non possa più uscire dalla tua irradiazione.
Fuoco consumante, Spirito d'amore, «discendi in me», affinché si faccia nella mia anima come una incarnazione del Verbo e io gli sia una umanità aggiunta nella quale Egli rinnovi tutto il suo Mistero.
E tu, o Padre, chinati sulla tua povera piccola creatura, «coprila della tua ombra», e non vedere in lei che «il Diletto nel quale hai posto tutte le tue compiacenze».
O miei Tre, mio tutto, mia beatitudine, solitudine infinita, immensità in cui mi perdo, mi abbandono a Voi come una preda. Seppellitevi in me perché io mi seppellisca in Voi, in attesa di venire a contemplare nella vostra luce l'abisso delle vostre grandezze.
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B. Francesco di Gesù Maria Giuseppe (OCD)
Nella sua provvidenza Dio ha disposto di non porre rimedio ai nostri mali e di non concederci le sue grazie se non per mezzo della preghiera, e che attraverso la preghiera di alcuni si salvino gli altri (cfr. Gc 5, 16 ss). Se i cieli stillarono dall'alto e le nubi fecero piovere con giustizia, se si aprì la terra e germogliò il Salvatore (cfr. Is 45,8), Dio volle che precedessero la sua venuta le grida e le suppliche dei santi padri e specialmente di quella Vergine singolare che persuase i cieli con la fragranza delle sue virtù e attirò nel suo seno il Verbo increato. Venne il Redentore e per mezzo di una preghiera continua riconciliò il mondo con il suo Padre. Perché la preghiera di Gesù Cristo e i frutti della sua redenzione si applichino a qualche nazione o popolo, perché vi sia chi illumini con la predicazione del vangelo e amministri loro i sacramenti, è indispensabile ci sia qualcuno o molti che con gemiti e suppliche, con preghiere e sacrifici abbiano conquistato quel popolo e lo abbiano riconciliato con Dio.
A ciò, tra altri fini, mirano i sacrifici che offriamo sui nostri altari. L'ostia santa che su di essi presentiamo tutti i giorni al Padre, accompagnata dalle nostre suppliche, non ha solo lo scopo di rinnovare la memoria della vita, passione e morte di Gesù Cristo, ma anche di obbligare per mezzo di essa il Dio della bontà perché si degni applicare la redenzione del suo figlio alla nazione,provincia, città, villaggio, o a quella o quelle persone per le quali viene celebrata la santa Messa. Proprio in essa si tratta con il Padre la redenzione, ossia la conversione delle nazioni. Prima che la redenzione fosse applicata al mondo o, che è lo stesso, prima che lo stendardo della croce fosse innalzato tra le nazioni, il Padre dispose che il suo Unigenito, fatto carne, ne trattasse con lui per mezzo di «suppliche continue, con forti grida e con lacrime» (Eb 5, 7), con angosce di morte e con lo spar-gimento di tutto il suo sangue, specialmente sull'altare della croce, che innalza sulla cima del Calvario.
Per concedere la sua grazia anche a coloro che non la chiedono né possono chiederla, o non vogliono, Dio ha disposto e comandato: «Pregate gli uni per gli altri,perché possiate salvarvi» (Gc 5, 16 ss). Se Dio concesse la grazia della conversione a sant'Agostino, ciò è dovuto alle lacrime di santa Monica; e la Chiesa non avrebbe san Paolo, afferma un santo padre, se non fosse per la preghiera di santo Stefano. Ed è degno di essere qui ricordato che gli apostoli,inviati a predicare e ad insegnare a tutte le nazioni, riconoscono che il frutto della loro predicazione era piuttosto effetto della preghiera che delle loro parole, quando eleggendo i sette diaconi perché si occupassero delle opere esterne di carità affermano: «Noi ci dedicheremo con continuità alla preghiera e al ministero della parola» (At 6, 4). Si noti bene: dicono che si dedicheranno prima alla preghiera e solo in seguito al ministero della parola, perché senza dubbio non andarono mai a convertire un popolo prima di averne ottenuto la conversione nella preghiera.
Gesù Cristo trascorse tutta la sua vita in preghiera e predicò solo tre anni.
Così come Dio non dispensa le sue grazie agli uomini se non mediante la preghiera, perché vuole che lo riconosciamo come fonte da cui deriva ogni bene, nemmeno vuole salvarci dai pericoli né curare le piaghe né consolare nelle afflizioni se non per mezzo della preghiera stessa.
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Nuno come carmelitano
San Nonio Alvares mantenne una devozione a Dio quasi infantile e un rigido codice di moralità, anche per i soldati del suo esercito. Attribuiva le sue strepitose vittorie all'intercessione di Maria in suo favore. Sebbene il “Conestabile Santo” fosse uno degli uomini più potenti del regno, usò la sua ricchezza e la sua influenza per promuovere la devozione religiosa e per costruire molte chiese come segno della sua gratitudine. Forse la più spettacolare delle sue chiese fu l'imponente Carmo a Lisbona, che affidò alle cure dei Carmelitani. Fece costruire una grande casa per ospitare i religiosi. A quel tempo, in Portogallo esisteva un'unica casa carmelitana, a Moura. La nuova casa e la chiesa furono riccamente finanziate dal Connestabile, che insistette anche sulla preghiera regolare e sulla stretta osservanza della Regola.
Mentre le rovine della chiesa del Carmo a Lisbona sono oggi solo un guscio dopo il terremoto di Lisbona del 1755, la casa costruita per i carmelitani accanto alla chiesa è rimasta intatta. Infatti, San Nuno sarebbe entrato nell'Ordine e avrebbe vissuto come fratello in questa casa dopo il suo ritiro dal servizio militare. Oggi l'edificio, noto come Caserma del Carmo, è il quartier generale della Guardia Nazionale Repubblicana (GNR), anche se conserva alcune delle caratteristiche presenti all'epoca di San Nuno.
Al piano terra una “cella” contiene alcuni oggetti della vita di San Nuno. Una targa vicino alla porta della cella recita: “Questo è il luogo della cella in cui il Conestabile morì il 1° novembre 1431”. Sul letto c'è il suo abito. Su una parete sono appesi due oggetti di mortificazione popolare: una disciplina, uno strumento per l'autoflagellazione e un cilicio a catena di metallo con i rebbi rivolti verso l'interno.
Tra gli altri oggetti, una bandiera decorata con una grande croce e immagini di San Giorgio, San Thiago, San Giovanni e di Maria, una delle quali con il Bambino Gesù. C'è anche un grande baule e una piccola statua del Santo in piedi su un vecchio altare decorato con una grande Croce nello stile preferito da San Nuno.
La tomba di San Nonio Alvares Pereira andò perduta durante il famoso terremoto di Lisbona del 1755. Il suo epitaffio recitava:
“Qui giace il famoso Nuno, conestabile, fondatore della Casa di Bragança, eccellente generale, monaco benedetto, che durante la sua vita terrena desiderò così ardentemente il Regno dei Cieli da meritare, dopo la sua morte, la compagnia eterna dei Santi”. I suoi onori mondani erano innumerevoli, ma egli vi rinunciò. Era un grande principe, ma si fece umile monaco. Fondò, costruì e dotò questa chiesa in cui riposa il suo corpo”.
Esortazioni della beata Francesca d'Amboise
5 Novembre | Memoria facoltativa
La tentazione stimola la virtù
Dalle Esortazioni della beata Francesca d'Amboise alle monache
Qualunque pena o malessere abbiate nei vostri cuori, portatelo il più pazientemente possibile, e pensate che è la vostra croce. Aiutate nostro Signore e portatela con lui, volentieri, di buon animo, tanto dovete sempre portare la croce e se ne rifiutate una, ne troverete forse un'altra più pesante. Con la fede e la speranza nell'aiuto di Dio si vince la tentazione. Non dobbiamo perderci d'animo e fermarci nel nostro cammino, ma sempre farci coraggio. Pensate alle pene e alle grandi tentazioni che i santi padri ebbero a sostenere nel deserto. Le pene che essi soffrirono nello spirito, furono senza confronto molto più dure delle penitenze e au-sterità che imponevano ai loro corpi. Chi non è tentato non acquista nessuna virtù. Quindi accogliete ciò che piace a Dio, il quale non manda mai una sofferenza che non sia per il nostro bene. Egli dice nel vangelo: Chi vuol venire dietro a me, cominci a rinnegare sé stesso,cioè a dimenticarsi, a non avere nessuna stima di sé, a disprezzarsi e a desiderare di essere disprezzato dagli altri. Nostro Signore dice che dobbiamo prendere la croce per seguirlo, cioè accettare la penitenza e i tormenti per amor suo, come egli ha portato la croce per nostro amore.
Ma vi raccomando, non la portate come fece Simone il cireneo! A nostro Signore, esausto per le battiture e i tormenti sostenuti, i giudei, per paura che morisse prima di arrivare al luogo ove doveva essere crocifisso, tolsero la croce e la caricarono su Simone. Questi la prese a malincuore e benché la portasse, non vi morì sopra come nostro Signore, il quale la portò di sua scelta e volentieri, e vi morì rendendo ľanima a Dio suo Padre.
Fate come lui, seguendo il suo esempio. Voi avete la croce della penitenza; portatela volentieri sino alla fine: in essa morirete e renderete a lui le vostre anime. Lodate e ringraziate Dio per avervi chiamate al suo servizio. Non disprezzate nessuno, pensate che il comandamento di Dio è che amiate il vostro prossimo come voi stesse e tutte le sorelle, anche quelle che vi fanno o vi vogliono del male.
Soprattutto abbiate carità l'una per l'altra e preoccupatevi di vincere le vostre passioni. Prendete oggi un rimedio e domani un altro e così arriverete a poco a poco a vincere e a superare le vostre tentazioni, e quando nostro Signore vedrà la vostra buona volontà e perseveranza, vi darà la sua grazia e vi aiuterà a portare i pesi della vita religiosa fino alla fine. Niente vi sarà difficile a sopportare per amor suo.
(Carmelus 11 [1964] 254-255)
B. Francesca d'Amboise, Religiosa
5 Novembre Memoria facoltativa
Nacque nell'anno 1427, probabilmente in Thouars (Francia). A quindici anni passò sposa a Pietro II, duca di Bretagna, insieme al quale fu incoronata nella cattedrale di Rennes nel 1450. Rimase vedova nel 1457, non volle le seconde nozze, e si orientò anzi verso la vita religiosa. A tale scopo costruì nel 1463 un Carmelo femminile a Bondon, sotto consiglio del Beato Giovanni Soreth, Priore Generale dei Carmelitani.
Conferenza sulla figura di S. Maria Maddalena de' Pazzi
La figura di Santa Maria Maddalena de' Pazzi è il tema della prossima conferenza del Centro di Studi Carmelitani
Il Centro di Studi Carmelitani dell'Università Cattolica d'America ospiterà il 24 ottobre 2024 una conferenza del carmelitano Simon Nolan, dottore di ricerca, priore provinciale della Provincia irlandese dell'Ordine ed ex decano della Facoltà di Filosofia della Pontificia Università di San Patrizio a Maynooth, in Irlanda. La conferenza si intitola Risveglio all'amore di Dio: Santa Maria Maddalena de'Pazzi sulla dimensione mistica di ogni vita cristiana.
Per coloro che desiderano essere presenti, la conferenza si terrà nella sala riunioni della Curley Hall. La conferenza avrà luogo dalle 17.00 alle 18.30 (ora orientale degli Stati Uniti). Alla conferenza seguirà un ricevimento. Per coloro che non possono partecipare di persona, ci sarà un link per la trasmissione in livestream.
Santa Maria Maddalena de' Pazzi (1566-1607), originaria di Firenze, è chiamata la “santa estatica” per il suo dono speciale di essere consapevole della sua unione con Dio mentre i suoi sensi interni ed esterni erano distaccati dal mondo sensibile. Oggi la santa suscita un rinnovato interesse e di recente sono stati pubblicati diversi libri che esplorano la sua spiritualità.
Per saperne di più sulla vita di Santa Teresa e sulla sua opera ed eredità, suggeriamo la lettura dei libri delle Edizioni Carmelitane, la casa editrice dell'Ordine Carmelitano:
Maria Maddalena de' Pazzi: Passione per l'uomo e per la chiesa, di Luca M. Di Girolamo, OSM.
Iconografia Carmelitana al Femminile, di Ruggiero Doronzo.
La Chiesa Sposa. Passione e visione per una ecclesiologia rinnovata in S. Maria Maddalena de' Pazzi, di Sr. Maria Mihaela Catana O. Carm.
Santa Maria Maddalena de’ Pazzi: esperienza e dottrina, di Bruno Secondin, O. Carm.
Per accedere a queste e a molte altre interessanti pubblicazioni delle Edizioni Carmelitane, cliccare qui.
S. Teresa di Gesù, Vergine e Dottore della Chiesa
15 Ottobre | Festa
Teresa è tra le massime figure della mistica cattolica di tutti i tempi. Le sue opere - specialmente le 4 più note (Vita, Cammino di perfezione, Mansioni e Fondazioni) - insieme alle opere di carattere più storico, contengono una dottrina che abbraccia tutta la vita dell'anima, dai primi passi sino all'intimità con Dio al centro del Castello Interiore. L' Epistolario, poi, ce la mostra alle prese con i problemi più svariati di ogni giorno e di ogni circostanza. La sua dottrina sull'unione dell'anima con Dio (dottrina da lei intimamente vissuta) è sulla linea di quella del Carmelo che l'ha preceduta e che lei stessa ha contribuito in modo notevole ad arricchire, e che ha trasmesso non solo ai confratelli, figli e figlie spirituali, ma a tutta la Chiesa, per il cui servizio non badò a fatiche. Morendo la sua gioia fu poter affermare: "muoio figlia della Chiesa".
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A novembre, le Edizioni Carmelitane pubblicheranno una nuova pubblicazione molto opportuna del noto autore filippino Macario Ofilada Mina, A Spirituality of Truth: Philosophical Explorations of St. Teresa of Jesus.
Nel frattempo, per saperne di più sulla vita di Santa Teresa e sulla sua opera ed eredità, suggeriamo la lettura dei libri delle Edizioni Carmelitane, sopratutto: Contemplazione e missione. Cammino di evangelizzazione con S. Teresa d'Avila.
Per accedere a queste e a molte altre interessanti pubblicazioni delle Edizioni Carmelitane, cliccare qui.
Festa di Santa Teresa di Lisieux
In occasione della festa di Santa Teresa di Lisieux, l'Ufficio Comunicazioni è orgoglioso di presentare tre riflessioni sulla sua vita e sul suo insegnamento tenute da p. Giampiero Molinari, membro della Provincia italiana. Queste tre conferenze fanno parte del programma di formazione permanente per la regione europea. La prima conferenza è stata tenuta nell'ottobre 2023, nel 150° anniversario della nascita della santa e nel 100° anniversario della sua beatificazione da parte di Papa Pio XI. La terza e ultima conferenza è stata tenuta il 20 aprile 2024.
Ogni conferenza include domande per la riflessione.
Ci auguriamo che queste presentazioni sulla vita di Thérèse che sperimenta la misericordia e la grazia, sulla “Piccola Via” di Thérèse e sulla Chiesa vi piacciano e vi spingano a riflettere ulteriormente su di esse nella vostra vita.
Conferenza 1: L’itinerario di Teresa di Lisieux come conformazione a Cristo: misericordia nella fragilità e primato della grazia
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Conferenza 2: La “piccola via”: una spiritualità del quotidiano
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Conferenza 3: “Nel Cuore della Chiesa” (ms B 3v): L’orizzonte Apostolico di Santa Teresa di Lisieux
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Per saperne di più sulla vita di Santa Teresa di Lisieux, Vergine e Dottore della Chiesa
Terza conferenza: “Nel Cuore della Chiesa”
“Nel Cuore della Chiesa” (ms B 3v):
L’orizzonte Apostolico di Santa Teresa di Lisieux
Terzo incontro di formazione permanente Famiglia Carmelitana europea
20 aprile 2024
Giampiero Molinari, O. Carm.
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Domande di riflessione
(361 KB)
Mons. Combes, uno dei pionieri degli studi sulla dottrina di Teresa di Lisieux, ha definito la vocazione della santa essenzialmente apostolica e, più esattamente, missionaria[1]. In effetti, la sua spiritualità decisamente cristocentrica la conduce all’apertura verso la Chiesa, contemplata come corpo mistico di Cristo, e al desiderio di salvezza per tutti i suoi componenti. Significativo quanto scrive al seminarista Bellière, suo primo “fratello spirituale”:
Lei lo sa, una carmelitana che non fosse apostola si allontanerebbe dallo scopo della sua vocazione e cesserebbe di essere figlia della Serafica Santa Teresa, che desiderava dare mille volte la vita per salvare una sola anima (LT 198, del 21 ottobre 1896)[2].
Del resto, credo sia sufficiente rileggere le celebri pagine del Manoscritto B in cui la santa manifesta la serie di vocazioni che percepisce nell’intimo del proprio cuore (cf. Ms B 2v-3r)[3] per coglierne in pieno l’ardore apostolico. In queste pagine Teresa è come un “fiume in piena”:
Vorrei percorrere la terra, predicare il tuo nome – scrive rivolgendosi a Gesù – […] una sola missione non mi basterebbe: vorrei al tempo stesso annunciare il Vangelo nelle cinque parti del mondo e fino nelle isole più lontane… (Ms B 3r).
In questa riflessione cercherò, dunque, di delineare sinteticamente alcuni momenti della vita e dell’esperienza spirituale di Teresa, che l’hanno fatta maturare e hanno contributo a far sì che l’unione sponsale con il Maestro sfociasse nell’ansia evangelizzatrice. Papa Francesco, nell’Esortazione C’est la confiance, oltre a ricordare la sua proclamazione a patrona delle missioni, presenta la carmelitana di Lisieux proprio con l’interessante titolo di maestra di evangelizzazione (cf. n. 9), offrendoci al tempo stesso una buona chiave di lettura:
Teresa […] non concepiva la sua consacrazione a Dio senza la ricerca del bene dei fratelli. Lei condivideva l’amore misericordioso del Padre per il figlio peccatore e quello del Buon Pastore per le pecore perdute, lontane, ferite (n. 9).
“Mi sentivo divorata dalla sete delle anime”:
la “Grazia di Natale” del 1886 e l’esperienza di luglio 1887
Al centro del Manoscritto A troviamo il racconto di due momenti cruciali della vita e dell’esperienza spirituale di Teresa: la cosiddetta “Grazia di Natale” del 1886 e la partecipazione al mistero della Redenzione vissuta una domenica di luglio 1887 (cf. Ms A 44v-46v). Abbiamo già messo in luce come questa fase sia centrale per la maturazione della santa, in quanto segna l’inizio di quel processo di liberazione dall’infantilismo per crescere come donna e madre[4]. Il teologo Robert Cheib sintetizza queste pagine così fondamentali del Manoscritto A definendole «un passaggio pasquale dal ripiegamento su di sé alla pro-esistenza»[5], ovvero un donarsi per gli altri. Le parole di Teresa, a conclusione del racconto della “Grazia di Natale”, non lasciano dubbi al riguardo:
[Gesù] Fece di me un pescatore d’anime; sentii un gran desiderio di lavorare alla conversione dei peccatori, desiderio che non avevo mai sentito così vivamente. In una parola, sentii la carità entrarmi nel cuore (Ms A 45v).
Subito dopo queste righe, la santa prosegue con il racconto dell’esperienza scaturita da uno sguardo di fede lanciato su di un’immagine del Crocifisso che teneva nel suo messalino (cf. Ms A 45v-46v): rimane colpita dal sangue che cade da una delle sue mani e dal fatto che nessuno si dia premura di raccoglierlo. Pertanto – scrive -
decisi di tenermi ai piedi della Croce per ricevere la rugiada Divina che ne sgorgava, comprendendo che avrei dovuto, in seguito, spargerla sulle anime… Anche il grido di Gesù sulla Croce mi riecheggiava continuamente nel cuore: «Ho sete!». Queste parole accendevano in me un ardore sconosciuto e vivissimo. Volevo dare da bere al mio Amato e io stessa mi sentivo divorata dalla sete delle anime (Ms A 45v. Grassetto mio. Il corsivo corrisponde alla sottolineatura fatta dalla stessa Teresa)[6].
In questo contesto di fondo, come sappiamo, Teresa si riallaccia ad un fatto di cronaca di quei giorni narrando la conversione del Pranzini, che da “grande criminale” diviene il suo “primo figlio” (cf. Ms A 45v e 46v). La santa vede in tutto ciò una conferma della propria vocazione:
dopo quella grazia unica, il mio desiderio di salvare le anime crebbe ogni giorno! Mi sembrava di udire Gesù che mi diceva come alla samaritana: «Dammi da bere!». Era un vero e proprio scambio d’amore: alle anime davo il sangue di Gesù, a Gesù offrivo quelle stesse anime rinfrescate dalla sua rugiada Divina (Ms A 46v).
A mio parere questo noto passaggio è centrale, in quanto mostra l’intimo legame tra la corda sponsale del cuore di Teresa e quella materna, tra la dimensione cristologica della sua spiritualità e l’orizzonte ecclesiale: la profonda comunione con Gesù nei misteri dell’Incarnazione e della Passione dilata il suo cuore aprendolo alla Chiesa.
Questa dinamica sarà una costante dell’intera breve vita di Teresa. Mi limito a qualche esempio. Nella preghiera composta per il giorno della Professione religiosa (8 settembre 1890), distanziandosi dall’opinione comune del tempo secondo cui la dannazione di molte anime era data per scontata, scrive:
Gesù, fa’ che io salvi molte anime: che oggi non ce ne sia una sola dannata e tutte le anime del purgatorio siano salvate!... Gesù, perdonami se dico cose che non bisogna dire: io voglio solo rallegrarti e consolarti (Pr 2)[7].
Nella lettera del 26 dicembre 1896, rivolgendosi al seminarista Bellière, afferma:
Lavoriamo insieme per le anime! Non abbiamo che l’unico giorno di questa vita per salvarle e offrire così al Signore le prove del nostro amore (LT 213).
Nella corrispondenza con la sorella Celina e con i due “fratelli missionari” questa maternità spirituale di Teresa si manifesta in modo particolare, assumendo i connotati di un desiderio che neanche la morte potrà spegnere. A Bellière scrive:
le prometto di restare anche Lassù la sua piccola sorella. La nostra unione, invece di esser spezzata, diventerà allora più intima: non ci sarà più clausura, non ci saranno più grate e la mia anima potrà volare con lei nelle missioni lontane. I nostri ruoli resteranno gli stessi: a lei le armi apostoliche, a me la preghiera e l’amore (LT 220, del 24 febbraio 1897. Grassetto mio)[8].
E a padre Roulland:
Ah, fratello mio, lo sento, le sarò molto più utile in Cielo che sulla terra […] Conto proprio di non restare inattiva in Cielo: il mio desiderio è di lavorare ancora per la Chiesa e per le anime (LT 254, del 14 luglio 1897).
“Voglio essere figlia della Chiesa” (Ms C 33v):
il pellegrinaggio a Roma del 1887 e la preghiera per i sacerdoti
Come sappiamo, nel mese di novembre 1887 Teresa partecipa ad un pellegrinaggio a Roma in occasione del giubileo sacerdotale di Leone XIII. Per la santa costituirà una seconda tappa del suo cammino di maturazione, che le produrrà un’ulteriore dilatazione del cuore. Lo prova l’espressione scelta per introdurre il racconto: «ho capito la mia vocazione in Italia» (Ms A 56r). Leggiamo nel Manoscritto A:
Per un mese ho vissuto con molti santi sacerdoti e ho capito che, se la loro sublime dignità li innalza al di sopra degli angeli, ciò non toglie che siano uomini deboli e fragili. Se dei santi sacerdoti che Gesù chiama nel suo Vangelo: «il sale della terra» mostrano con il loro comportamento di avere un bisogno estremo di preghiere, cosa bisogna dire di quelli che sono tiepidi? (Ms A 56r).
La conseguenza a cui giunge Teresa è ovvia: la vocazione del Carmelo è quella di «conservare il sale destinato alle anime» (Ms A 56r), ossia accompagnare con la preghiera e con l’offerta della propria vita claustrale i presbiteri «mentre evangelizzano le anime con le parole e soprattutto con gli esempi» (Ms A 56r). Quanto Teresa senta questa vocazione lo si percepisce da come conclude tali considerazioni: «Bisogna che mi fermi, se continuassi a parlare di questo argomento non finirei mai» (Ms A 56v).
In effetti la preghiera per i sacerdoti sarà una costante nella vita della santa, a cominciare dalla risposta data durante l’esame canonico che precedette la professione: «Sono venuta per salvare le anime e soprattutto a pregare per i sacerdoti» (Ms A 69v). È un tema che ritorna con una certa frequenza nella corrispondenza con la sorella Celina[9] e che sarà presente anche nell’ultimo tratto della sua vita. Lo dimostra quanto scrive nelle ultime pagine del Manoscritto C (redatto nel mese di giugno 1897) parlando dei due “fratelli missionari”:
spero con la grazia del Buon Dio di essere utile a più di due missionari e non potrei dimenticare di pregare per tutti, senza lasciar da parte i semplici sacerdoti, la cui missione è talvolta così difficile da compiere quanto quella degli apostoli che predicano agli infedeli. Insomma voglio essere figlia della Chiesa (Ms C 33v).
Nei confronti poi di questi due missionari, affidati alla sua cura spirituale, Teresa non si limita alla sola preghiera, ma li accompagna all’insegna della maternità e sororità, esercitando una sorta di ministero della consolazione spronandoli a camminare nel solco della “piccola via”. Scrive al seminarista Bellière pochi mesi prima della morte:
[Gesù] permette che io possa ancora scriverle per tentare di consolarla e senza dubbio questa non è l’ultima volta. […] Quando sarò in porto le insegnerò, caro piccolo fratello della mia anima, come dovrà navigare sul tempestoso mare del mondo con l’abbandono e l’amore di un bambino che sa che suo Padre lo ama teneramente e non saprebbe lasciarlo solo nell’ora del pericolo. Ah, come vorrei farle comprendere la tenerezza del Cuore di Gesù […]. La prego, mio caro fratello, cerchi […] di persuadersi che invece di perdermi mi troverà e che io non la lascerò più (LT 258, del 18 luglio 1897).
“Attirami, noi correremo all’effluvio dei tuoi profumi” (Ms C 34r):
il “testamento missionario” di Teresa
Nelle ultime pagine del Manoscritto C troviamo un passaggio che si rivela di una certa importanza per il tema su cui stiamo riflettendo. Teresa commenta un versetto del Cantico dei Cantici che, ovviamente, legge secondo la versione della Vulgata: “Attirami, noi correremo all’effluvio dei tuoi profumi” (Ct 1,4)[10], scoprendo in questo breve testo un mezzo per compiere la sua missione (cf. Ms C 33r). Ecco la sua riflessione:
O Gesù, dunque non è nemmeno necessario dire: Attirando me, attira le anime che amo. Questa semplice parola: «Attirami» basta. Signore, lo capisco, quando un’anima si è lasciata avvincere dall’odore inebriante dei tuoi profumi, non potrebbe correre da sola, tutte le anime che ama vengono trascinate dietro di lei: questo avviene senza costrizione, senza sforzo, è una conseguenza naturale della sua attrazione verso di te (Ms C 34r).
Nell’Esortazione C’est la confiance Papa Francesco definisce questa pagina una sorta di “testamento missionario”, intravvedendovi un tema a lui molto caro: l’evangelizzazione per attrazione, e non per proselitismo (n. 10). In effetti, anche in questo passaggio si coglie con facilità lo stretto legame tra la dimensione cristologica e l’orizzonte ecclesiale che caratterizza l’esperienza spirituale di Teresa: proprio il vivere in profondità la sua vocazione nuziale nel silenzio e nella solitudine del Carmelo le permette di sperimentare una feconda maternità spirituale[11].
A ben vedere la riflessione su questo versetto del Cantico dei Cantici non è altro che il risvolto apostolico dell’Offerta all’Amore Misericordioso. Anche in questo caso, infatti, la santa parla di immergersi nell’“oceano senza sponde” dell’amore di Dio (Ms C 34r) e sceglie il simbolo del fuoco, cifra dello Spirito Santo:
Sento che quanto più il fuoco dell’amore infiammerà il mio cuore, quanto più gli dirò: Attirami, tanto più le anime che si avvicineranno a me […] correranno rapidamente all’effluvio dei profumi del loro Amato (Ms C 36r).
E termina la riflessione con una sorta di “corollario”: «un’anima infiammata di amore non può restare inattiva» (Ms C 36r).
Per concludere:
il valore apostolico della preghiera
Logicamente Teresa vive l’amore per la Chiesa e la missione secondo la propria vocazione di claustrale. Credo, però, che la sua testimonianza ricordi comunque a ciascuno il valore apostolico della preghiera e dell’offerta della propria croce. Ci sono momenti nella vita dove si può continuare a servire la Chiesa stando come Mosè sul monte (cf. Es 17,8-13). La santa lo ricorda in una lettera a Celina, ponendo la sua convinzione sulle labbra di Gesù:
voi siete i miei Mosè in preghiera sul monte, domandatemi degli operai e io ne invierò; non aspetto che una preghiera, un sospiro del vostro cuore! (LT 135, del 15 agosto 1892)[12].
Discepola di San Giovanni della Croce, Teresa ha compreso perfettamente che si è più utili alla Chiesa con alcuni momenti di preghiera pura che con molte attività staccate da questa fonte[13]. La forza della preghiera, infatti, sta nel renderci docili all’azione trasformante dello Spirito, nel «santificarci, renderci luminosi, accendere in noi il fuoco della Carità di Cristo e questa è la radice del dinamismo missionario della Chiesa»[14].
[1] Cf. M. HerrÁiz, Apostolado, in Nuevo Diccionario de Santa Teresa de Lisieux, Editorial Monte Carmelo, Burgos 20032, 87.
[2] Cito gli scritti della santa servendomi della seguente edizione: S. Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo, Opere complete. Scritti e Ultime Parole, LEV–OCD, Città del Vaticano-Roma 1997. Utilizzo le consuete abbreviazioni: Ms. A, B, C: Manoscritti autobiografici A, B, C; LT: Lettere; P: Poesie; Pr: Preghiere; QG: Quaderno Giallo di Madre Agnese (dove sono raccolti i cosiddetti “Ultimi Colloqui”, ovvero frasi di Teresa annotate da Madre Agnese nel suo taccuino).
Nella Poesia A Nostra Signora delle Vittorie Regina delle Vergini, degli Apostoli e dei Martiri, composta qualche mese prima, Teresa aveva già espresso tale convinzione: «Aiutando a salvar un’anima / mille volte morir vorrei!» (P 35, str. 4, del 16 luglio 1896).
[3] Cf. R. J. S. Centelles, «En el corazón de la Iglesia, mi madre, yo seré el Amor». Jesús y la Iglesia como misterio de amor en Teresa de Lisieux, Editrice Pontificia Università Gregoriana, Roma 2003, 203-206.
[4] Cf. R. Cheib, L’ermeneutica agapica e nuziale della notte di Thérèse di Lisieux, in Teresianum 73 (2022/2), 539.
[5] Ibidem, 540.
[6] Durante il periodo trascorso in infermeria Teresa ritornerà sulla “Grazia del Crocifisso”. Ecco le sue parole annotate da Madre Agnese nel Quaderno Giallo il 1° agosto 1897: «Oh! Non voglio lasciare che vada perduto questo sangue prezioso. Passerò la mia vita a raccoglierlo per le anime» (QG 1.8.1. Grassetto mio).
[7] Un desiderio già espresso in occasione della sua vestizione: «Oh, io non voglio che Gesù provi la più piccola pena il giorno del mio fidanzamento: vorrei convertire tutti i peccatori della terra e salvare tutte le anime del purgatorio» (LT 74, del 6 gennaio 1889).
[8] Rifacendosi a Santa Teresa di Gesù, la carmelitana di Lisieux esprime il medesimo desiderio a padre Roulland nella lettera scritta il mese seguente: cf. LT 221, del 19 marzo 1897.
[9] Cf. ad esempio LT 94, del 14 luglio 1889; LT 101, del 31 dicembre 1889; LT 108, del 18 luglio 1890; LT 122, del 14 ottobre 1890.
[10] L’attuale traduzione CEI suona così: “Trascinami con te, corriamo” (Ct 1,4).
[11] Cf. R. Cheib, L’ermeneutica agapica, 541.
[12] La santa riprenderà il paragone in una lettera a padre Roulland: «Come Giosuè, lei combatte nella pianura. Io sono il suo piccolo Mosè e incessantemente il mio cuore è rivolto verso il Cielo per ottenere la vittoria» (LT 201, del 1° novembre 1896).
[13] Cf. R. Fornara, Pregare. L’amicizia che trasforma. Introduzione pratica con la guida di santa Teresa di Gesù, Edizioni OCD, Roma 2023, 181. San Giovanni della Croce affronta questo tema nel Cantico spirituale 29,2-3, evidenziando l’importanza ecclesiale dell’amore contemplativo.
[14] R. Fornara, Pregare. L’amicizia che trasforma, 182.
Seconda Conferenza: La “Piccola Via"
La “piccola via”: una spiritualità del quotidiano
Secondo incontro di formazione permanente Famiglia Carmelitana europea
24 febbraio 2024
Giampiero Molinari, O. Carm.
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Domande di riflessione - Santa Teresa di Lisieux
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«È la fiducia e null’altro che la fiducia che deve condurci all’Amore» (LT 197)[1]: trovo significativo che l’incipit dell’Esortazione apostolica pubblicata in occasione del 150° anniversario della nascita di Teresa sia stato tratto dalla lettera del 17 settembre 1896 a Suor Maria del Sacro Cuore e che Papa Francesco commenti in questi termini: «Queste parole (…) dicono tutto, sintetizzano il genio della sua spiritualità e sarebbero sufficienti per giustificare il fatto che sia stata dichiarata Dottore della Chiesa» (n. 2).
Tale lettera, infatti, è il complemento del Manoscritto B (redatto nel mese di settembre 1896 e definito un gioiello della letteratura spirituale[2]), che possiamo considerare il “manifesto” della “piccola via”, cioè quel sentiero di santità che Teresa ha intuito, vissuto in prima persona e quindi proposto alle consorelle, ai due fratelli missionari e a chiunque si accosta ai suoi scritti.
La scoperta della “piccola via”
Come ben sappiamo, la santa narra la scoperta della “piccola via” nelle prime pagine del Manoscritto C (cf. Ms C 2v-3r). Possiamo datarla, con ampio margine di sicurezza, poco dopo il 14 settembre 1894[3]: in quella data, infatti, entra in monastero la sorella Celina portando con sé un taccuino nel quale aveva riportato alcuni brani dell’Antico Testamento, tra cui Pr 9,4 e Is 66,12-13. Questi due testi costituiranno la base biblica dell’intuizione e conseguente formulazione di «una piccola via tutta nuova» (Ms C 2v), considerata l’impossibilità di «salire la dura scala della perfezione» (Ms C 3r). La giovane carmelitana, infatti, è consapevole della propria fragilità a tal punto da ritenersi un «granello di sabbia, oscuro, calpestato dai piedi dei passanti» (Ms C 2v). Eppure il suo desiderio di santità non viene meno: per questo deve trovare un sentiero conforme alle sue reali possibilità, una sorta di “ascensore”.
È in questo contesto di ricerca che Teresa si imbatte nei testi sopra citati, che legge nella traduzione del latino della Vulgata: «Se qualcuno è molto piccolo, venga a me» (Pr 9,4). Notiamo che, nel manoscritto, è la stessa Teresa a sottolineare l’espressione “molto piccolo”: segno che quel versetto le si mostra, in questo particolare frangente, come la Parola di Dio per lei. Lo possiamo intuire da quanto scrive: «avevo trovato ciò che cercavo» (Ms C 3r).
Continuando l’approfondimento s’imbatte in Is 66,13.12: «Come una madre accarezza un figlio, così io vi consolerò: vi porterò in braccio e vi cullerò sulle mie ginocchia». Qui riceve l’illuminazione chiave:
mai parole più tenere, più melodiose hanno rallegrato la mia anima! L’ascensore che mi deve innalzare fino al Cielo sono le tue braccia, o Gesù! Per questo non ho bisogno di crescere, anzi bisogna che io resti piccola, che lo diventi sempre più (Ms C 3r).
La gioia di Teresa si basa su questa “conferma” biblica del volto misericordioso di Dio, che è Padre e Madre, che ci prende nelle sue braccia. La santa manifesta davanti a questi versetti tutto il suo stupore pieno di gratitudine: «dopo un simile linguaggio, non resta altro che tacere e piangere di riconoscenza e di amore!...» (Ms B 1r), scrive nel Manoscritto B. È dalla contemplazione di tale paternità/maternità di Dio che sgorga la fiducia, asse portante della “piccola via”, presentata alla sorella Suor Maria del Sacro Cuore proprio come «l’abbandono del bambino che si addormenta senza timore tra le braccia di suo Padre» (Ms B 1r). Di conseguenza a nessuno è precluso il cammino della santità:
se tutte le anime deboli e imperfette sentissero ciò che sente la più piccola tra tutte le anime, l’anima della sua piccola Teresa, non una sola di esse dispererebbe di giungere in cima alla montagna dell’amore! (Ms B 1v).
Il “restare piccoli” e il diventarlo “sempre più” significa proprio questo: riconoscere la propria fragilità creaturale, accettarla e porsi con fiducia nelle braccia misericordiose di Dio[4]. Così scrive a P. Roulland:
La mia via è una via tutta di fiducia e d’amore […] prendo la Sacra Scrittura[5]. Allora tutto mi appare luminoso: una sola parola svela alla mia anima orizzonti infiniti; la perfezione mi appare facile; vedo che basta riconoscere il proprio niente e abbandonarsi come un bambino nelle braccia del buon Dio (LT 226, del 9 maggio 1897. Grassetto mio).
Siamo nell’ambito del primato della grazia, su cui ci siamo soffermati nell’incontro scorso[6]. Nell’Esortazione apostolica Papa Francesco lo rimarca con chiarezza: «Di fronte ad un’idea pelagiana della santità (…) Teresina sottolinea sempre il primato dell’azione di Dio, della sua grazia» (n. 17). Si tratta di «riporre la fiducia del cuore fuori di noi stessi: nell’infinita misericordia di un Dio che ama senza limiti e che ha dato tutto nella Croce di Gesù» (n. 20).
La “piccola via” come valorizzazione del quotidiano
Nel Manoscritto B, per descrivere la “piccola via” Teresa si serve del paragone del bambino che, per dimostrare il suo amore, non sa far altro che “gettare fiori”:
il piccolo bambino getterà fiori, impregnerà con i suoi profumi il trono regale, canterà con la sua voce argentina il cantico dell’Amore! (Ms B 4r).
Tale simbolo non ha nulla di romantico, in quanto significa concretamente
non lasciar sfuggire nessun piccolo sacrificio, nessuno sguardo, nessuna parola, approfittare di tutte le cose più piccole e farle per amore! (Ms B 4rv).
Trovo fondamentale questo passaggio, in quanto a mio parere ci offre la giusta prospettiva per comprendere l’essenza della “piccola via”: una valorizzazione del quotidiano come principale luogo di santificazione. Si tratta, infatti, di offrire gioie e fatiche, nella generosa fedeltà ai doveri del proprio stato, compiere con cuore grande tutte le azioni, perfino quelle apparentemente più banali e quasi monotone che permeano la vita di ogni giorno. In fondo, ciò che Teresa ci propone non è altro che la santità del quotidiano o “della porta accanto”, per usare il simbolo scelto da Papa Francesco nell’Esortazione apostolica Gaudete et exsultate sulla santità nel mondo contemporaneo (nn. 6-9). Per il tema che stiamo trattando, richiamo in particolare il paragrafo 7:
Mi piace vedere la santità nel popolo di Dio paziente: nei genitori che crescono con tanto amore i loro figli, negli uomini e nelle donne che lavorano per portare il pane a casa, nei malati, nelle religiose anziane che continuano a sorridere. In questa costanza per andare avanti giorno dopo giorno vedo la santità della Chiesa militante (…) la classe media della santità (n. 7).
La valorizzazione del quotidiano traspare già in una lettera a Celina del 1893. Ne riporto uno stralcio:
quando non sento niente, quando sono incapace di pregare, di praticare la virtù: è allora il momento di cercare delle piccole occasioni, delle cose da niente che fanno piacere […] a Gesù […]: per esempio, un sorriso, una parola amabile quando avrei desiderato di non dire nulla o di avere l’aria scontrosa, ecc., ecc. […] Non sono sempre fedele, ma non mi scoraggio mai; mi abbandono nelle braccia di Gesù (LT 143. Grassetto mio).
A ben vedere, è lo stile che più tardi seguirà e consiglierà ad altri Titus Brandsma, ancora novizio: «Fa’ alla perfezione i lavori di ogni giorno, anche i più banali. È molto semplice. Segui nostro Signore come un bambino. Io saltello dietro a Lui meglio che posso. Ho posto la mia fiducia in Lui e metto da parte ogni preoccupazione»[7].
La “piccola via”: una spiritualità di basso profilo?
Una lettura superficiale di alcuni passaggi potrebbe portare a credere che la “piccola via” sia in fondo una spiritualità di basso profilo. Ma se ci riflettiamo con calma, ci renderemo conto che vivere i valori della fiducia, dell’abbandono e della fedeltà al quotidiano sia tutt’altro che ovvio! Si tratta piuttosto, a mio parere, della scelta consapevole della “porta stretta” di cui ci parla il Vangelo (cf. Mt 7,13-14). Le pagine del Manoscritto C in cui la santa riflette sulla carità come concreto amore fraterno (cf. Ms C 11v-31r) ne sono un’eloquente testimonianza.
In secondo luogo la fiducia richiede un atto di fede, in quanto – sottolinea giustamente il teologo Robert Cheib - «l’altro resta altro e diverso dalle nostre proiezioni su di lui. A maggior ragione l’Altro che è Dio»[8]. Ne sa qualcosa Teresa stessa nel momento in cui, a partire dalla Pasqua del 1896, si trova a vivere la “prova contro la fede e la speranza” (cf. Ms C 4v-7v): il suo cuore viene invaso dalle “tenebre più fitte” (cf. Ms C 5v) e al pensiero della Patria celeste subentra la “notte del nulla” (cf. Ms C 6v), «un muro che si alza fino ai cieli e copre il firmamento stellato» (Ms C 7v). Paradossalmente questo tempo di prova rende ancora più granitica la fiducia di Teresa[9]: «Credo di aver fatto più atti di fede da un anno fino ad ora che non durante tutta la mia vita» (Ms C 7r), scrive nel Manoscritto C, costatando che da quando il Signore
ha permesso che io soffra di tentazioni contro la fede, ha aumentato molto nel mio cuore lo spirito di fede (Ms C 11r. Grassetto mio).
Nelle ultime pagine del Manoscritto C, parlando direttamente a Gesù, la santa continua a cantare la sua misericordia in questi termini:
Il tuo amore mi ha prevenuta fin dall’infanzia, è cresciuto con me, e ora è un abisso del quale non riesco a sondare la profondità (Ms C 35r. Grassetto mio).
Sono espressioni che lasciano stupiti se si considera che escono dalle labbra di una ventiquattrenne malata gravemente di tubercolosi e che sta sperimentando l’assenza della consolazione sensibile di Dio.
La maturità che traspare da queste parole credo sia la migliore manifestazione della serietà e della profondità del cammino spirituale percorso e successivamente proposto da Teresa: una fiducia totale che sgorga dalla consapevolezza di essere, in ogni caso, nelle mani di Dio e che si traduce in docilità all’azione trasformante del suo Amore Misericordioso. La santa ne parla con chiarezza nella lettera a Suor Maria del Sacro Cuore, già citata:
più si è deboli, senza desideri né virtù, più si è adatti alle operazioni di questo Amore che consuma e trasforma! […] amiamo la nostra piccolezza, preferiamo non sentire nulla! Allora saremo povere di spirito e Gesù […] ci trasformerà in fiamme d’amore! (LT 197. Grassetto mio).
Siamo nel “cuore” della “piccola via” e dell’Offerta all’Amore Misericordioso:
la mia stessa debolezza mi dà l’audacia di offrirmi come vittima al tuo Amore, o Gesù! […] perché l’Amore sia pienamente soddisfatto, bisogna che si abbassi, che si abbassi fino al niente e che trasformi in fuoco questo niente (Ms B 3v).
Per concludere: tre prototipi biblici della “piccola via”
Per delineare la “piccola via” come valorizzazione del quotidiano Teresa ricorre principalmente alla Vergine Maria, presentandola come colei che ha praticato le “virtù più umili” (P. 54,6). Alla luce del Vangelo e prendendo le distanze dalla predicazione del suo tempo (e anticipando, in qualche modo, il Concilio Vaticano II), la santa rimane affascinata dalla vita ordinaria della Madonna e la contempla come colei che per prima ha percorso la “via comune”. È ciò che leggiamo nella strofa 17 del poema Perché t’amo, Maria (maggio 1897):
So che a Nazareth, Madre di grazia piena, / povera tu eri e nulla più volevi: / non miracoli o estasi o rapimenti / t’adornan la vita, Regina dei Santi! / In terra è grande il numero dei piccoli / che guardarti possono senza tremare. / La via comune, Madre incomparabile, / percorrere tu vuoi e guidarli al Cielo (P 54,17).
Nel penultimo folio del Manoscritto C Teresa sintetizza in qualche misura il contenuto della “piccola via” servendosi di due personaggi biblici: il pubblicano al tempio (cf. Lc. 18,13) e la peccatrice perdonata, che - secondo la prassi del tempo - identifica con la Maddalena (cf. Lc. 7,36-38). Così scrive:
Non è al primo posto, ma all’ultimo che mi slancio. Invece di farmi avanti con il fariseo, ripeto, piena di fiducia, l’umile preghiera del pubblicano, ma soprattutto imito il comportamento della Maddalena, la sua audacia stupefacente o, meglio, amorosa che affascina il cuore di Gesù, seduce il mio (Ms C 36v. Grassetto mio)[10].
Ecco l’essenza della “piccola via”: la fiducia, nell’accettazione della propria vulnerabilità, e l’amore. Con queste due parole termina il Manoscritto C rimasto incompiuto, ma che potremmo leggere provvidenzialmente come la sintesi dell’intera vita di Santa Teresa di Gesù Bambino del Volto Santo.
[1] Cito gli scritti della santa servendomi della seguente edizione: S. Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo, Opere complete. Scritti e Ultime Parole, LEV–OCD, Città del Vaticano-Roma 1997. Utilizzo le consuete abbreviazioni: Ms B, C: Manoscritti autobiografici B, C; LT: Lettere; P: Poesie.
[2] Cf. C. De Meester, «A mani vuote». Il messaggio di Teresa di Lisieux, Queriniana, Brescia 19975, 78.
[3] Cf. Idem, Teresa di Lisieux. Dinamica della fiducia. Genesi e struttura della «via dell’infanzia spirituale», San Paolo, Cinisello Balsamo 1996, 75-80.
[4] Cf. Idem, «A mani vuote», 61.
[5] In contrapposizione a «certi trattati spirituali, nei quali la perfezione è presentata attraverso mille ostacoli» (LT 226) e che finiscono per inaridire il cuore di Teresa e stancarle la mente.
[6] Come abbiamo fatto notare in quell’occasione, Teresa sintetizza tutto ciò in questo splendido passaggio del Manoscritto A: «non faccio affidamento sui miei meriti, visto che non ne ho nessuno, ma spero in Colui che è la Virtù, la Santità Stessa: è Lui solo che accontentandosi dei miei deboli sforzi mi eleverà fino a Lui e, coprendomi dei suoi meriti infiniti, mi farà Santa» (Ms A 32r).
[7] Citato in S. Scapin – B. Secondin, Tito Brandsma. Maestro di umanità, martire della libertà, Edizioni Paoline, Milano 1990, 23.
[8] R. Cheaib, L’ermeneutica agapica e nuziale della notte di Thérèse di Lisieux in Teresianum 73 (2022/2), 554.
[9] Ibidem, 546.
[10] Teresa riprende la figura della Maddalena nella lettera al seminarista Bellière, del 21 giugno 1897 (lo stesso mese in cui viene redatto il Manoscritto C): «Quando vedo Maddalena avanzarsi in mezzo ai numerosi convitati, bagnare con le sue lacrime i piedi del suo Maestro adorato, che lei tocca per la prima volta, sento che il suo cuore ha compreso gli abissi d’amore e di misericordia del Cuore di Gesù e che, per quanto peccatrice sia, questo Cuore d’amore non solo è disposto a perdonarla, ma anche a prodigarle i benefici della sua intimità divina, ad elevarla fino alle più alte cime della contemplazione» (LT 247).




















