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Abramo, l’orante: tra abbraccio e lotta

Genesi 18, 17-33

Anastasia di Gerusalemme

Carmelitane Ravenna

Ritiro contemplativo – Ottobre 2019

Abramo, l’orante: tra abbraccio e lotta

Genesi 18, 17-33

Questo brano di Genesi 18, 17-33 ci offre la possibilità di entrare, anche noi, insieme ad Abramo, dentro un dialogo molto forte, molto serrato, con il Signore; entrare ancora di più in una relazione vera, profonda, con Lui. Entrare in quel mistero della preghiera, mistero di sponsalità, ma anche di guerra e combattimento. Perché provando a seguire un po’ i versetti e le battute che Abramo e Dio si scambiano, ci accorgeremo che passa tra loro una carica molto forte di amore, ma anche di confronto, una specie di combattimento.

La preghiera non può essere solo intimità, nemmeno solo guerra, ma è tutte e due.
Questo incontro parte da questa parola del Signore, che sembra chiedersi: “Devo io tenere nascosto ad Abramo quello che sto per fare?”. Sembra una domanda, ma non è una domanda! E’ una domanda retorica, che quindi ammette già una risposta negativa: “Certamente io non terrò velato, coperto ad  Abramo?”. C’è il verbo coprire, velare, che ci dà subito un indizio, per farci capire in quale clima e in quale posizione qui siamo chiamati a porci, anche noi.

Dove si parla di velazione, si parla della sposa. Il Signore sembra dire che è venuto il momento, nel suo rapporto con Abramo, di togliere il velo. E’ un rapporto che abbiamo visto nascere e crescere, dal capitolo 12 della Genesi e lungo gli altri capitoli, fino a questo capitolo 18, attraverso vari dialoghi e varie apparizioni. E adesso è il momento dello svelamento, come succede tra la sposa e lo sposo. Nel momento in cui la sposa entra nella tenda con lo sposo, si toglie il velo. Chi rimane velato, nella Scrittura, è la prostituta. Quindi Abramo è dichiarato qui veramente partecipe di un rapporto molto forte di amore con il Signore. Un rapporto dentro il quale anche noi possiamo, se vogliamo, entrare, lasciarci accogliere.

E, a conferma di questo gesto che il Signore vuole compiere nei confronti di Abramo, cioè di togliere il velo e quindi di permettergli di guardarsi ancora una volta gli occhi negli occhi, il v. 19 dice: “Io l’ho scelto”. Però in realtà dice: “Io l’ho conosciuto”, usando un verbo al perfetto, che esprime un’azione compiuta. E’ come se dicesse: “Io l’ho conosciuto fino in fondo”. E in questa conoscenza così forte, il Signore qui vuole coinvolgere Abramo in una situazione particolare, in un mistero, possiamo dire, un mistero che viene espresso, che prende forma, in questa immagine delle città di Sodoma e Gomorra.

Una prima operazione che è necessario compiere, penso sia quella di togliere il pregiudizio riguardo Sodoma. Sicuramente il Signore non vuole farci una lezione etica sull’omosessualità, perché qui l’omosessualità non centra per niente; qui il Signore ci aiuta a lasciare emergere un grido e un peccato pesante – la Scrittura dice così – che riguarda ognuno di noi, tutta l’umanità.

“Il grido di Sodoma è troppo grande e il peccato è molto pesante”.

Ma quando dice grido esprime, con la parola che la Scrittura sceglie, un grido di aiuto, un grido di dolore. E’ il grido di chi si sente oppresso, proprio come Israele in Egitto; il grido del povero, il grido di chi deve fuggire. Sono voci di pianto, grida di angoscia. Guardando un po’ tanti passi in cui ritorna questa parola, si capisce il contesto, si capisce qual è il contenuto di questo grido. E se proviamo a guardare un attimo più da vicino questi due nomi: Sodoma e Gomorra, forse riusciamo ad ascoltare con più attenzione questo grido.

Sodoma forse vuol dire “bruciante”. Ma le prime due lettere di cui è composto questo nome vogliono dire “ceppi”. E Gomorra viene da una radice che vuol dire “aggredire violentemente”; vuol dire anche “manipolo di frumento”, quello di cui parla il salmo, quando dice che non se ne riempie la mano il mietitore; quindi è qualcosa di fugace e inconsistente.

Allora il grido di Sodoma, il grido dell’umanità presente in Sodoma, è il grido di chi si sente oppresso dal dolore, di chi chiede aiuto, di chi si sente bruciare dentro e di chi si sente come stretto nei ceppi e vuole liberarsi, vuole uscire. Il grido di chi sente tutta l’angoscia della fragilità, come fosse pula sbattuta dal vento. Peccato, che qui viene accompagnato dall’aggettivo “pesante”, è una parola molto forte, molto significativa, che in senso biblico vuol dire “essere sulla strada sbagliata”, vuol dire “mancare il bersaglio”. E quindi si tratta di ritrovare la strada giusta, di ritrovare il centro. Penso che anche per noi questo sia un po’ il cuore della questione, il cuore di tutta la nostra vita: veramente individuare qual è il centro, qual è il vero perché noi siamo qui, il vero perché della chiamata che abbiamo ricevuto. Ma questa operazione è propria di ogni essere umano; ognuno deve continuamente reinterrogarsi e vedere se davvero sta camminando sulla strada giusta, se davvero sta ancora centrando l’obiettivo, il bersaglio, per il quale è stato chiamato al mondo. E davanti a tutto questo – già basterebbe questo spettacolo così ampio, che è lo spettacolo di tutta l’esistenza umana – il Signore che cosa dice? Dice: “Io voglio scendere per vedere!”, o: “Scenderò e vedrò”.

Il verbo scendere è un verbo tipicamente biblico, tipicamente divino e d è un verbo meraviglioso. Vuol dire, con un significato molto forte, “discendere in”, fino ad assumere il significato di amare, di sposare. E questo verbo, che si dice in ebraico yaràd, è in assonanza con un altro verbo molto simile: daràh, che vuol dire “dominare” e in alcune forme diventano proprio uguali.

E allora questo ci fa capire che l’unico modo che il Signore ha per dominare su noi, sulle sue creature, è quello di scendere e mettersi accanto a noi. Di scendere per sposarci a Sé. Questo è il vero unico dominio che Dio opera sulle sue creature. E a questo dominio siamo invitati ad abbandonarci, perché qui sta il nostro cammino di liberazione da quei ceppi di Sodoma che possiamo sentire su di noi, sulla nostra esistenza. Dominandoci in questo modo, il Signore ci scioglie da tutti i lacci e da tutti i ceppi possibili e ci fa liberi veramente.

A questo punto, il testo ci dice che gli angeli, i tre uomini, partono e vanno verso Sodoma, mentre “Abramo stava ancora alla presenza del Signore” (v.22).

Abramo dunque rimane. C’è questo verbo molto caro in particolare alla nostra spiritualità carmelitana; è il verbo che risuona sulla bocca di Elia: “Viva il Signore, alla cui presenza io sto”. E’ un verbo vuol dire “stare in piedi”, che esprime la verticalizzazione dell’uomo, che non rimane solo in una posizione orizzontale, ma piano piano e sempre più impara a verticalizzarsi, cioè ad innalzarsi verso il Signore, verso le cose di lassù.

E’ un verbo che vuol dire anche obbedienza, rispetto per il re; vuol dire prontezza a servire. E’ il verbo tipico della preghiera, dell’intercessione, ma anche dell’offerta dei sacrifici, il verbo del servizio sacerdotale. Stare davanti a Dio comprende tutte queste posizioni di vita, questi atteggiamenti, queste scelte fondamentali di vita. E provando a guardare più da vicino le tre radicali da cui è formato questo verbo, scopriamo che le prime due lettere costituiscono la preposizione “con”, mentre l’ultima lettera, che è una dalet, ci offre l‘immagine della porta.

Allora riceviamo questo dono; il segno, l’immagine della porta, nel rapporto con Dio, una porta aperta, attraverso la quale il Signore passa nella vita di Abramo, ma anche nella nostra vita. Mentre Abramo entra nella vita di Dio. E allo stesso tempo è una porta aperta per i fratelli. Non può essere che così! Entrare in relazione col Signore in una maniera così forte e piena come quella che stiamo conoscendo attraverso Abramo, che in realtà ci svela qual è la realtà della nostra vita, della chiamata e risposta al Signore, vuol dire lasciarci coinvolgere in questo movimento così complesso, così pieno, però, nel quale il Signore entra nella nostra vita, noi entriamo nella sua, e in questo scambievole entrare l’uno nell’altro, si fa spazio, si fa apertura anche per i fratelli e  le sorelle, perché anche loro devono poter entrare in questa relazione.

A questo punto Abramo si avvicina e comincia a parlare con Dio. Il verbo avvicinarsi, che qui viene usato, dice un movimento grazie al quale ci si fa sufficientemente vicino in modo da poter toccare, da poter mangiare, da poter baciare e abbracciare. Questo si deduce dai diversi versetti, nei quali incontriamo questo stesso verbo. Per es. Genesi 27, 21-25.27 e poi, per il significato di abbracciare: Genesi 48,10. Ma allo stesso tempo questo verbo, avvicinarsi, può anche esprimere lo schierarsi a battaglia, addirittura l’attaccare battaglia. E allora questo ci fa capire che entrare nella preghiera vuol dire accogliere entrambe queste dimensioni: sicuramente da una parte l’intimità, un rapporto di amore, di affetto intenso con Dio, ma vuol dire anche accettare di entrare nella lotta nel combattimento. Lo sappiamo bene: la vita spirituale, la fede è un combattimento, una lotta, a volte proprio una guerra.

 E infatti, provando anche solo in maniera così superficiale a entrare in questo dialogo serrato tra Dio e Abramo ci accorgiamo che entrano in campo dei movimenti, sentimenti, parole anche forti, anche audaci; a volte, da parte di Abramo, anche quasi maleducate, sembra.

Allora, solo per coglierne alcune: Al v. 23, Abramo dice: “Davvero sterminerai il giusto con l’empio?” e usa un verbo che, alla lettera, vuol dire “spazzar via”; ma spazzare proprio con un senso figurato molto plastico, che è quello di fare il mucchiettino della polvere e poi spazzarlo via, proprio come fa qualsiasi donna di casa. Dentro questa immagine sembra quasi esserci una provocazione da parte di Abramo verso Dio, come se gli dicesse che Lui è una donna delle pulizie, una colf. Ti metti lì e fai il mucchietto della polvere e poi la spazzi via?! Oppure, velatamente, se richiamiamo la parabola del Vangelo, è come se Abramo gli dicesse: “Ma, non vedi? Ti metti a spazzare per buttar via la polvere, invece di cercare quell’unica moneta che hai perso?!”.

E nel momento in cui compare l’immagine della polvere, compare Adamo, la polvere d’oro del Signore. E’ come se qui Abramo rimproverasse Dio di non prendersi più cura della polvere d’oro che ha creato. “Ma come?! Vuoi fare un mucchiettino e spazzarla via?!”.

Poi nel versetto successivo, il 24, dice: “Ma non perdonerai…?” con questo verbo tanto tenero, che vuol dire “sollevare, alzare da terra” e quindi “portare, portare con indulgenza” e quindi perdonare. E’ come se volesse rimproverare a Dio di non rialzare il suo figlio caduto.

Il v. 25, poi, è ancora più forte e inquietante. Per due volte torna quell’espressione: “Lontano da te il fare morire… lontano da te!”. La cosa interessante è che quel “da te” la prima volta è al maschile e la seconda al femminile. Oltre a questo, qui usa la parola “flauto”; alla lettera direbbe così: “Al flauto, a te, far morire…”. Così alla lettera sembra non significare nulla, però, per es. possiamo pensare alla nostra espressione un po’ dialettale: “Mo col piffero che adesso faccio questo!” o: “Col piffero che adesso te ti metti a fare così!”.

Solo che il flauto è uno strumento musicale fortemente biblico, che viene usato nella Scrittura per interpretare sia la gioia che il dolore. Ci sono tanti versetti che usano questa immagine. Allora, tenendo conto di tutti questi elementi, Abramo sembra rimproverare a Dio, con quel maschile e quel femminile, e dirgli: “Tu non sei più né padre né madre, tu non hai più alcun sentimento, non sai più né gioire né soffrire coi tuoi figli! Tu non sei più nessuno! Col piffero che tu centri, con la mia vita!”. E’ una crisi tremenda, questa! La crisi di tanti uomini e donne di tutti i tempi.

Tanto più che associa a questa espressione “lontano da te!”, il far morire, cioè uccidere; come se gli dicesse: “Tu sei un assassino!”. Non solo Dio è morto, ma Dio uccide. Quindi sembra quasi che arriviamo all’eccesso della bestemmia.

Però dentro i dolori e la disperazione del mondo, ci sta anche questo. Quindi davvero, l’omosessualità non centra niente con la storia di Sodoma.

Solo per aggiungere un’ultima cosa, ma non ce ne sarebbe bisogno.

Il v. 30 dice: “Non si adiri il mio Signore, se ardisco parlare ancora!”. Qui il verbo è il verbo “accendere”, riferito all’ira. E la prima volta in cui compare questo verbo nella Scrittura è nel cap. 4 della Genesi, nella storia di Caino e Abele, dove questo verbo viene usato per esprimere la rabbia di Caino nei confronti di Abele. E allo stesso modo Genesi 30 riferisce a Giacobbe questo verbo; Giacobbe che si adira con Rachele, perché è gelosa della sorella Lia, mentre lei non riesce ad avere figli.

Allora questo verbo “adirarsi, accendersi” ha a che fare con la gelosia. E’ come se Abramo dicesse a Dio che Lui è geloso dei suoi fratelli.

Dopo tutto questo, dice il testo: “Come ebbe finito di parlare con Abramo, Dio se ne andò”. In realtà non dice che se ne va, ma dice che cammina. Il Signore cammina, il Signore non si ferma.

“E Abramo ritornò alla sua abitazione”, ritornò al suo luogo, alla lettera. Solo che la parola “luogo” nella tradizione ebraica è uno dei nomi di Dio e quindi il testo ci dice che Abramo ritorna in Dio. Dopo avere compiuto questo viaggio terribile dentro il dolore dell’umanità, il dolore più profondo, dentro l’angoscia dell’animo umano, dopo aver trasformato tutto questo in supplica, una preghiera insistente e ripetuta, una preghiera che è abbraccio, ma anche lotta, Abramo ritorna in Dio, là dove abbiamo visto, era rimasto. E allora scopriamo, alla fine di questo percorso, che la preghiera, cioè il senso, la vocazione del nostro esistere in questo mondo, la preghiera è un rimanere continuo, un continuo ritornare nel Signore e al Signore, però lasciando aperta la porta, per accogliere e accompagnare i fratelli e le sorelle che, in questo mondo, come noi, sperimentano la ricerca e il bisogno di Dio.

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Come Carmelitani, viviamo in ossequio di Gesù Cristo e lo serviamo fedelmente con cuore puro e retta coscienza, impegnandoci nella ricerca del volto del Dio vivente (dimensione contemplativa della vita), nella preghiera, nella fraternità e nel servizio (diakonia) in mezzo al popolo, sotto la protezione e la guida della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo che onoriamo come Madre e Sorella. Questi tre elementi fondamentali del carisma non sono valori separati o senza connessione, bensì strettamente legati l'uno all'altro.