Vita e Spiritualità
Il 25 maggio 2007 il Carmelo celebrerà un anniversario importante per la sua storia: quattro secoli dal passaggio alla vita eterna di santa Maria Maddalena de’ Pazzi, la grande carmelitana fiorentina che continua a stupire per la profondità della sua conoscenza di Dio e per l’amore appassionato alla Chiesa. Chi l’avvicina ne sente la presenza ancor viva e volentieri si lascia accompagnare dalla sua esperienza nel cammino di una preghiera che è fondamentalmente ricerca della più intima unione con Dio.
Il nome della nobile casata de’ Pazzi è tristemente legato alla congiura che nel 1478 tentò di porre fine, a Firenze, al dominio un po’ troppo invadente della famiglia de’ Medici. Con il fallimento della congiura i Pazzi conobbero la prigione e l’esilio. Ma poi nel corso del XVI secolo si trovarono di nuovo alla ribalta, mentre Firenze viveva quella stagione stupenda che fu il Rinascimento. La città si presentava già in tutta la sua bellezza quando vi vide la luce la figlia secondogenita di Camillo de’ Pazzi e Maria Buondelmonti. Era il 2 aprile 1566. L’indomani fu portata al fonte battesimale del “bel San Giovanni”, dove ricevette il nome di Caterina. Ma in casa presero a chiamarla Lucrezia, per deferenza verso la nonna paterna. La famiglia viveva proprio nel cuore di Firenze, in un bel palazzo che ancor oggi si affaccia su Via del Proconsolo, tra Santa Maria del Fiore e Palazzo Vecchio. Qui Caterina trascorse i suoi primi anni di vita, in un sereno contesto familiare animato dalla presenza di tre fratelli: Geri, il primogenito, Alamanno e Braccio, nati dopo di lei. Si allontanava da quella residenza durante l’estate, quando i suoi si spostavano nella Villa posta sui pendii di Parugiano, verso Prato. Nella vita che si svolgeva tra le mura della bella abitazione, la famiglia de’ Pazzi coniugava i fermenti propri del contesto culturale fiorentino con le istanze evangeliche della fede. Tante testimonianze parlano della vita cristiana dei genitori di Caterina, i quali erano legati in particolar modo ai Gesuiti, alcuni dei quali frequentavano anche la casa. Un quadro familiare che assecondava la naturale attrazione della piccola Caterina verso tutto ciò che aprisse a Dio. Più che i giochi con i fratelli,ella era interessata alle abituali conversazioni materne su cose che riguardavano la fede. Scrive suor Maria Pacifica, prima biografa della nostra santa, che ella aveva un istinto che le faceva cogliere la presenza di Gesù. Quando la mamma si comunicava, la figlioletta non le si levava d’attorno perché diceva di sentire in lei il “sapore” di Gesù. Ben presto Caterina cominciò ad aprirsi la strada verso Dio anche con la riflessione. Aveva appena imparato a leggere quando trovò un libricino con il simbolo di sant’Atanasio: ebbe in quel momento una prima intuizione mistica sulla Trinità, il mistero che l’avrebbe accompagnata fino in punto di morte. Aveva bisogno di tempo e solitudine per stare con il Signore quanto il suo cuore desiderava. Gli angoli più nascosti della casa divennero per lei i più cari. E scoprì che c’era anche la notte per pensare a Dio e parlare con lui. Erano gli anni in cui fu avviata alla meditazione dal gesuita Andrea Rossi, direttore spirituale della famiglia. Così, in parte predestinata dalla grazia, in parte aiutata dall’ambiente, Caterina de’ Pazzi iniziò ben presto la sua straordinaria avventura d’amore, in cui l’altro era Dio. Aveva già lavorato tanto nella sua interiorità quando, avendo ormai otto anni, venne affidata alle Cavalieresse di Malta che, nel loro monastero di San Giovannino, si occupavano dell’educazione delle fanciulle più agiate. Lì il 25 marzo 1576 la giovane educanda ricevette la prima comunione. Quell’anno la festa dell’Annunziata coincideva con il giovedì santo: l’assenso di Maria all’incarnazione e l’amore avvolto nel mistero eucaristico spingevano a rispondere al dono con il dono di tutto il proprio essere. Il 19 aprile Caterina offrì a Dio la sua verginità per sempre. Aveva appena 10 anni, ma il gesto dice quanto cammino ella avesse già fatto. Il primo soggiorno a San Giovannino si protrasse per quattro anni, fino al 1578. Vi fu ricondotta ancora nel 1580, quando il padre fu inviato come commissario nella città di Cortona. In quel periodo maturò in modo definitivo il suo proposito di darsi al Signore. Aveva ormai 14 anni. Conosceva le vie della preghiera e si conformava ai valori della vita religiosa: la sua presenza risultò un po’ scomoda in quel convento in cui il suo vivere apparve un po’ troppo ideale per chi si atteneva alle mezze misure. C’era chi l’ammirava e chi la criticava. Fatto sta che la permanenza tra quelle religiose, iniziata con un intenso momento mistico nel giorno dell’Ascensione del 1580, si chiuse con uno stato di esaurimento provocato dalle veglie e dai digiuni a cui il suo fervore l’aveva spinta un po’ troppo. Quando i genitori, rientrati da Cortona, la videro in cattivo stato, la condussero subito in Villa e la affidarono ai medici. Lì la salute rifioriva, tra la natura e le persone semplici che ella istruiva volentieri sulle cose della fede. Qualche vero e proprio episodio estatico venne a darle una conoscenza sempre più profonda di Dio e del suo amore. Il cuore intanto si teneva sempre più decisamente orientato verso il chiostro: in quella vita di offerta e di preghiera intravedeva molto di più di quanto il mondo non le promettesse. Come in genere anche oggi accade, i genitori agli inizi hanno contrastato il desiderio della figliola di entrare in un monastero. Lei, intanto, aveva scelto in cuor suo quello delle Carmelitane di Santa Maria degli Angeli, situato al di là del ponte alla Carraia, vicino alla chiesa del Carmine: lì avrebbe avuto la possibilità di ricevere l’Eucaristia anche tutti i giorni. Una scelta in cui si potevano leggere fin da allora i lineamenti propri della sua spiritualità: la passione per il “Verbo umanato” e la forte attrattiva all’unione con Dio. Il 1° dicembre 1582 Caterina varcò per sempre la porta della clausura e al padre non rimase che la consolazione di un ritratto della figlia, costretta per obbedienza a posare per il pittore Santi di Tito, prima di ricevere l’abito carmelitano. Un dipinto sobriamente rinascimentale che ci tramanda i lineamenti di colei che l’esperienza di Dio avrebbe restituito trasfigurata alla sua Città, il giorno della morte, dopo 25 anni di vita monastica.
Le origini di Santa Maria degli Angeli risalivano alla metà del XV secolo. Si era già nel clima dell’umanesimo, un momento turgido di nuovi germi, quando quattro pie donne fiorentine – dette dal popolo pinzochere – si presentarono alla chiesa del Carmine per chiedere l’abito dei carmelitani. Il 15 agosto 1450, giorno dell’Assunta, furono solennemente rivestite della tonaca e del mantello bianco diventando così il primo germe del ramo femminile dell’ordine carmelitano. Due anni dopo, la bolla Cum nulla diede una fisionomia più giuridica alla nascente comunità che prese dimora in una casetta in Borgo di San Friano, proprio vicino alla chiesa del Carmine. Dette pinzochere venivano chiamate ora le Suore di Santa Maria e con il trascorrer degli anni si configurarono come una vera e propria comunità di monache carmelitane. In un primo momento furono sotto la giurisdizione dei Padri poi, per le manovre di un confessore, passarono sotto quella del Vescovo di Firenze. Tuttavia il monastero rimase sempre legato all’ordine, nel quale continuò a riconoscere le proprie radici. La stessa suor Maria Maddalena si sentì profondamente carmelitana, anche se c’era in lei un carisma di universalità grazie al quale respirava liberamente in tutto il patrimonio spirituale che la Chiesa le offriva. Al tempo in cui la nostra futura santa entrò a Santa Maria degli Angeli, erano circa ottanta le monache che vivevano in quel monastero. Era confessore messer Agostino Campi, un sacerdote fortemente legato alla spiritualità di san Domenico, tramite la venerabile Maria Bagnesi, una terziaria domenicana che, nonostante fosse inferma, faceva arrivare la sua carità ovunque ce ne fosse bisogno. Ed era maestra delle giovani suor Vangelista del Giocondo, una vera madre che nell’alternarsi dei suoi incarichi sarebbe stata la più vicina all’avventura spirituale di suor Maria Maddalena. Secondo la tradizione, nell’accogliere quella “pianta novellina”, avvertì di essere di fronte all’anima particolare che da tanti anni chiedeva per il suo monastero: un’anima grande che rimanesse come modello per tutte “le colombe dell’abitacolo di Maria”. Il Carmelo di Firenze non sentì mai bisogno di riforma, sul tipo di quella di cui pochi anni addietro aveva preso l’iniziativa Teresa d’Avila, in Spagna. Ma certamente la presenza di santa Maria Maddalena in quel monastero fu come un nuovo germoglio innestato sul grande tronco del Carmelo: per ricevere vita e ad un tempo farlo rifiorire. Era il sabato precedente la prima domenica d’Avvento dell’anno 1582 quando Caterina de’ Pazzi entrò definitivamente nel Carmelo di Santa Maria degli Angeli. Il giorno 8 dicembre, solennità dell’Immacolata Concezione, fu volentieri accettata dalle monache, che già erano rimaste ben impressionate da quella giovinetta semplice e gentile. Non erano trascorsi due mesi quando, il 30 gennaio 1583, fu rivestita dell’abito carmelitano. Da quel giorno in poi si sarebbe chiamata Maria Maddalena. L’evento ebbe risonanze profonde nell’animo di lei che vedeva in quel mutamento il primo passo verso la più totale appartenenza al Signore, in una mistica della morte al mondo propria dell’epoca. Racconta la sua prima biografa che al momento in cui il celebrante, Agostino Campi, le porse il Crocifisso, lei con veemenza disse al suo Dio di non voler mai altra gloria che Lui crocifisso. E intanto saliva anche dalla voce delle consorelle il canto delle parole di san Paolo: “Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo” (Gal 6, 14). Il Signore premiò lo slancio generoso della novella carmelitana dandole una esperienza di Lui così forte, come mai prima d’allora ne aveva avute. E nel concreto della vita quel dono si tradusse nel desiderio di ricercare sempre e solo la volontà di Dio. Del resto il monastero le assicurava proprio questo, se lei fosse stata docile. Era una intuizione che aveva avuto da sempre. Quando le avevan fatto presente che nel Carmelo non avrebbe avuto tutte quelle ore di solitudine e preghiera come era solita averne in casa, lei aveva risposto: “penso che tutto quel che si fa nella vita religiosa sia una preghiera continua, perché tutto si fa per obbedienza”. Proprio questo la proiettava già con il desiderio a legarsi al Signore anche con i voti. A Santa Maria degli Angeli non c’era l’abitudine di far emettere la professione alle monache una per volta. Suor Maria Maddalena aveva chiesto di poterla fare insieme ad un gruppo che vi si stava preparando, ma non fu possibile perché non era ancora passato un anno dalla vestizione. E così le promisero che gliela avrebbero lasciata fare allo scader dell’anno, sia pur da sola. Ma la tradizione del monastero prevalse sul desiderio della giovane che “come un cervo assetato d’acqua viva” ricordava alla Madre, con umiltà e sottomissione, la promessa ricevuta. Si era deciso che dovesse aspettare. Al che lei quietamente manifestò un presentimento che l’attraversava: “Io non farò la professione con le altre, ma sarete costretta a farmela fare da sola, con vostro dispiacere”. Ai primi di marzo di quell’anno 1584 suor Maria Maddalena fu presa da febbre alta, con forti dolori al torace ed una tosse insistente. Venne subito chiamato un medico, a cui seguirono i più illustri della città, lì mandati dal padre dell’ammalata. In realtà poco capirono di che cosa si trattasse, ma facevano il possibile per superare il male con i loro medicamenti. Intanto il fisico della giovane monaca si andava consumando di giorno in giorno, mentre il suo spirito rimaneva vivo e il volto rifletteva una forza soprannaturale che lei diceva di attingere, momento per momento, dal Crocifisso che teneva accanto al letto. Sì, quel che pativa era già tutto passato attraverso la santa umanità del Verbo fatto uomo: questo rendeva le pene “dolci e saporite” ed apriva l’anima all’esperienza paolina del desiderio di venir sciolta dal corpo per essere con Cristo (cfr. Fil 1, 23). Suor Maria Maddalena non sembrava destinata a riprendersi. La priora, d’intesa con il confessore, decise di farle far la professione in modo che ella potesse partire da questo mondo con il suo grande desiderio compiuto. La domenica 27 maggio venne portata in coro su un lettuccio e posta davanti all’altare della Vergine. Al termine della Messa emise con passione i suoi voti al Signore, mentre le monache cantavano: “Vieni, sposa di Cristo, ricevi la corona che il Signore da sempre ti ha preparato”. Fu quindi riportata in infermeria, dove chiese di esser lasciata sola. Dopo un’oretta la consorella che l’assisteva, meravigliata di tanta quiete, entrò nella stanza e alzate le cortine la trovò tutta rapita in Dio. Il volto, prima emaciato, era tornato ad esser roseo. Lo sguardo, rivolto al Crocifisso, risplendeva di maestà e grazia. Non a caso quella domenica era la festa della Trinità: coincidenze che si sarebbero ripetute nella vita della nostra santa. Il fenomeno dell’estasi che aveva segnato suor Maria Maddalena appena emessi i suoi primi voti religiosi, si ripeté per quaranta giorni consecutivi. Ogni mattina, dopo aver ricevuto la comunione, ella rimaneva rapita in Dio per un paio d’ore: in quello spazio di tempo le era dato di contemplare alcune verità della fede ed in modo particolare l’amore di Dio nelle sue varie manifestazioni. Spesso quella contemplazione, che divenne sempre più conoscere e comunicare, prendeva l’avvio da un versetto della liturgia del giorno. Le consorelle più vicine intuivano che le quotidiane esperienze divine da cui era attraversata la giovane novizia dovevano essere qualcosa di prezioso, da non mandar perduto. Ne parlarono anche con il cappellano, il P. Agostino Campi, e di comune accordo decisero che alcune monache annotassero con ogni particolare quel che l’estatica diceva nei suoi rapimenti. A lei stessa, poi, chiesero per obbedienza di riferire alla maestra delle novizie e alla Madre Evangelista del Giocondo quel che il Signore le comunicava e come lei percepiva quelle comunicazioni. Suor Maria Maddalena in un primo momento rimase sconcertata: riconoscere di essere protagonista di fenomeni mistici, che dipendevano unicamente dal Signore, feriva la sua umiltà. E poi c’era il pudore di chi, sentendosi amato, doveva in qualche modo manifestare l’intimità di quella esperienza che toccava le fibre più profonde dell’essere. E così pianse. Ma si sottomise alla richiesta quando le fu detto che era necessario riferire quel che viveva durante i rapimenti, perché i superiori potessero valutare se c’era veramente la mano di Dio, o quei fenomeni non fossero piuttosto opera del demonio. Da allora si è cercato di ricostruire nel suo svolgimento quel che accadeva mentre era rapita in Dio. Le amanuensi hanno raccolto in cinque volumi quanto hanno ascoltato dalla sua voce estatica, o ella stessa ha riferito per obbedienza. E il suo cammino spirituale è tracciato appunto in questi scritti, a cui noi attingiamo per parlare di lei e soprattutto di Dio, così come da lei si è lasciato conoscere. Dovevano esser pochi gli eventi che segnavano lo scorrere della vita monastica, caratterizzata quasi unicamente dall’avvicendasi delle festività liturgiche, dall’arrivo delle nuove leve o dalla dipartita delle sorelle che lasciavano questo mondo, soprattutto quelle più anziane. Nell’esistenza di suor Maria Maddalena viene ricordata la data del 16 giugno 1584, giorno in cui ella si ritrovò improvvisamente guarita dalla misteriosa malattia che in quegli ultimi mesi l’aveva ridotta in fin di vita. I sintomi cessavano solo al momento delle estasi. E quel giorno di metà giugno cessarono definitivamente per intercessione della beata Maria Bagnesi, una terziaria domenicana le cui spoglie riposano ancora presso il monastero che conserva l’eredità della nostra Santa. Ormai guarita, suor Maria Maddalena poteva lasciare l’infermeria e tornare in noviziato. A questo punto i superiori avrebbero voluto metterla in un luogo più appartato che le permettesse di avere alcuni riguardi, dato il modo in cui il Signore la stava conducendo. Ma lei non amava essere trattata come un caso singolare. Chiese di poter condividere la vita di tutte le altre novizie, con l’aiuto della maestra a cui era affidato il cammino della sua perfezione. Leggiamo nelle prime biografie che ella seppe vivere con naturalezza l’esperienza straordinaria di Dio e la vita ordinaria insieme alle consorelle: in mezzo a loro non sembrava proprio quella che poco prima aveva partecipato tanto profondamente delle cose del cielo. Il primo manoscritto delle estasi porta come titolo “I Quaranta Giorni”, appunto perché in esso sono trascritti i rapimenti che ebbe ogni giorno, dal 27 maggio al 6 luglio 1584. Ma subito dopo, quasi come in appendice, vengono riportate altre estasi datate nei giorni successivi fino al 15 agosto quando, in occasione della solennità dell’Assunta, le fu data una profonda cognizione della dignità della Vergine Maria. Nell’insieme, possiamo riconoscere nelle pagine di questo manoscritto i canti del primo amore. Maria Maddalena de’ Pazzi è conosciuta nella storia della spiritualità cristiana come la Santa dell’amore, una passione che ella ha vissuto anche con il cuore di una giovane donna, prima di entrare nello spessore della carità divina. Alcuni passi dei Quaranta Giorni sono testimonianza del suo rapporto personale e vivo con Gesù, il Verbo-Sposo, che lascia conoscere il suo amore ad una “vile” creatura come lei: “E’ troppo, Signore, l’amore che hai verso le creature… Perché dai a me tanto amore, a me che sono così indegna e povera? C’è pur dell’altre tue creature, e par che ci sia io sola?” (QG, 133). E’ tale l’amore che riceve nel suo essere, da avere la sensazione che ci sia solo lei agli occhi di Dio. Chiaramente è un amore divino che ha ancora delle forme umane. Lo si coglie bene in una sorta di contrasto amoroso che si trova a conclusione delle esperienze di questo periodo: “L’amore Gesù, il quale sempre io chiamo amore, diceva: - O sposa mia, io t’ho tanto chiamato e tu non m’hai risposto! E io gli rispondevo: - Io t’ho tanto cercato e tu non ti sei lasciato trovare, amor mio! Diceva Gesù amore: - Sai perché tu non m’hai trovato? Perché non m’hai ben cercato. E io rispondevo: - Sai, amore perché non t’ho risposto? Perché tu non hai chiamato tanto forte che io ti senta.” (QG, 235). Tipica nell’esperienza di Maria Maddalena è la percezione che l’Amore non è amato. Qui è Dio stesso che viene chiamato con il nome di Amore: “O Amore non amato, né conosciuto. O Amore, fa tutte le creature amino te, amore” (QG, 143). Per lei, presa così in pieno dalla realtà che Dio è Amore, era gran pena vedere quanto poco fosse conosciuto. Di qui il grido che ritornerà frequentemente sulla sua bocca, salendo dalle profondità del cuore innamorato: “Ad amare, anime, venite ad amare l’amore da cui siete tanto amate!”. E’ una mistica corale quella della nostra Santa. In quel circoscritto spazio del monastero, o piuttosto sulle vie infinite dello spirito, invita anche gli altri a correre con lei ed aiutarla a chiamare quell’Amore in cui il suo cuore e la sua carne esultano. C’è stata sempre in lei l’ansia di coinvolgere tutti nell’esperienza di Dio, c’è stato quel desiderio e impegno che noi oggi chiamiamo missionarietà: “O Amore, dammi tanta voce che chiamando te amore, io sia sentita dall’oriente sino all’occidente e in ogni parte del mondo, anche nell’inferno, perché da tutti tu sia conosciuto e amato” (QG, 142). Nel crogiolo dell’amore divino che la faceva gemere e giubilare, suor Maria Maddalena diventava sempre più donna. Il suo spirito si allenava a vivere il mistero del Cristo sofferente e glorioso ad un tempo: “Antica e nuova Verità. Amore tu sei pena e refrigerio, tu sei fatica e riposo, morte e vita sei amore” (QG, 137). Fin da queste prime contemplazioni, intravedeva il cammino che le stava davanti: “O amor mio, quando ti possiederò? Quando mi unirò con te perfettamente? Quando ti amerò infinitamente?” (QG, 135). Era un cammino senza fine come lo è Dio-Amore. Lei ormai lo aveva conosciuto e chiedeva più forze per sostenere un dono così grande di cui si sentiva sempre più assetata: “Chi ti gusta è sempre di te esauriente, amore” (QG, 152). I primi mesi di noviziato di suor Maria Maddalena sono caratterizzati da una sorta di contrasto tra la sua volontà di perdersi nell’anonimato della vita comune e il modo tutto straordinario in cui il Signore la conduceva. Come novizia, ella le valorizzava tutte le occasioni per educare la sua natura a non cercar più se stessa ma il bene delle consorelle. Nonostante il fisico delicato, si mortificava nel mangiare, ed era sempre in prima linea nei lavori più faticosi, come quello di lavare i panni. Il lavatoio era il suo luogo abituale, tant’è che ancora oggi a chi va a visitare quello che ora è il Seminario di Firenze, al Cestello, viene mostrato una sorte di sottoscala dove ella si recava per il bucato. Forse l’unico angolo della casa rimasto proprio come era ai tempi in cui vi viveva la Santa. Con il finire dell’anno 1854 riprese per la nostra novizia un nuovo periodo di estasi: sono quelle raccolte nei due volumi del libro dei Colloqui. Si tratta di relazioni che suor Maria Maddalena faceva del suo colloquio con Dio a Madre Evangelista del Giocondo e a suor Maria Maddalena Mori, incaricate di mettere per iscritto quanto ella viveva nei rapimenti. Il testo veniva poi da lei revisionato. In seguito, a partire dal colloquio 25°, la ripresa venne fatta in diretta, trascrivendo dalla viva voce dell’estatica. Fu questa la stagione in cui la giovane carmelitana ricevette alcuni doni straordinari, ben noti all’esperienza mistica: partecipazione alla passione del Signore, stimmate, corona di spine e anello come sigillo dello sposalizio mistico con il Verbo. Va notato che nel caso della nostra Santa quei doni segnarono solo le profondità del suo spirito, senza apparire all’esterno, un favore proprio in linea con la sua riservatezza. Ma intanto l’espressione del volto rifletteva l’esperienza divina. Già nelle estasi dei Quaranta Giorni le era stato dato di rivivere la passione di Gesù per amore; ora questa esperienza ritornava con maggiore intensità e drammaticità. Era la sera del giovedì santo 1585 quando suor Maria Maddalena fu rapita e rimase in quello stato fino al pomeriggio del venerdì. Raccontano le scrivane: “E’ impossibile descrivere il suo meraviglioso comportamento nella contemplazione della passione. Accompagnava fisicamente il suo diletto Amore nei vari luoghi e in tutti i misteri che egli patì, mostrando di vederlo soffrire tutti i patimenti della passione, e la passione si trasferiva pienamente in lei per quanto poté sopportare la sua fragilità e delicatezza. Vederla fu uno spettacolo di grande compassione e di grande esempio” (CO1, 381). Se ne andava attraverso il convento, scegliendo via via gli ambienti a seconda dei misteri che Gesù soffriva. Un primo quadro, molto delicato, raffigura il distacco di Gesù dalla Madre: “Cominciò a vedere e a sentire Gesù che parlava con la sua dolce Madre e le raccontava come si sarebbe svolta la passione, e di come ella doveva aver parte del suo dolore come di tutti gli altri dolori e pene che Gesù sofferse” (CO1, 382). Tutto si svolse nello spazio di 26 ore. Quando vide Gesù spirare sulla croce, anche suor Maria Maddalena appariva come morta agli occhi delle consorelle che assistevano accanto a lei: “Subito lasciò cadere le braccia e il capo che teneva alquanto eretto, e cadde nelle nostre braccia. Quindi, rilassandosi a poco a poco, si stirò tutta tornando al sentimento corporale. E si riebbe tanto bene nelle forze e nel colore del viso, che non pareva possibile che fosse la stessa, anche se era molto stanca” (CO1, 418-419). Il lunedì santo di quello stesso anno, mentre era nell’orto insieme con le altre novizie, suor Maria Maddalena si era sentita come chiamare dal Signore. Era uno dei modi in cui solevano iniziare le estasi. Corse in dormitorio, si mise in ginocchio sul letto mentre stava gli occhi fissi su un Crocifisso, posto lì in alto, e teneva con le mani aperte. Dice il testo che in quella posizione sembrava santa Caterina da Siena. L’indomani riferì alle sua interlocutrici che Gesù le aveva impresso le stimmate nell’anima: aveva visto con gli occhi alcuni razzi andare verso di lei, aveva sentito dolore, ma solo per poco, perché Gesù subito ritrasse quei razzi in modo che non fossero visti all’esterno, ma il dono rimanesse semplicemente come infuso nell’anima. Erano doni che dilatavano il suo essere: “La fede mia si fermi nella certezza che tu stesso comprendi di te stesso. La speranza mia si confermi nella eternità. La carità si dilati e si compiaccia nella grandezza tua, che in tutti sei; e poi quaggiù si dilati, e attragga me a te, dico me, perché tutti sono in me ed io in tutti” (CO1, 334). Sempre nell’anno 1585, venerdì 3 maggio si era celebrata la festa del ritrovamento della Croce. La sera del sabato successivo, mentre era in coro a recitar l’Ufficio divino, suor Maria Maddalena udì la voce del Padre eterno che la invitava con queste parole: “Vieni, sposa del mio Unigenito, perché il Verbo vuol compiere in te la promessa dei suoi doni”. Ella andò nell’oratorio delle novizie e lì ebbe inizio un rapimento durante il quale il Gesù le fece intendere che voleva darle la corona di spine, a compimento dello sposalizio con cui l’aveva unita a sé. Era come se un re volesse cavarsi la propria corona e porla in capo alla sposa per farla regina. Ci fu anche una sorta di cerimoniale al quale parteciparono la Vergine Maria e santa Caterina, sant’Agostino e sant’Angelo martire carmelitano. Veramente suor Maria Maddalena poteva dire di sé: “Sono serva del Padre, sposa del Figlio, e tempio dello Spirito Santo. Mi ricorderò della mia rigenerazione, e in eterno non peccherò” (CO2, 71-72). La figura di sant’Agostino era comparsa anche in occasione di altri fenomeni mistici. Era la festa dell’Annunziata di quello stesso anno quando il suo “babbone” – così la giovane novizia lo chiamava – le aveva scritto nel cuore le parole “Verbum caro factum est”. Qualche giorno più tardi vi aggiunse: “Sanguis unionis”, e poi ancora: “Puritas coniunxit Verbum ad Mariam”. Subito dopo lo stesso Verbo aveva messo al dito della sua sposa l’anello delle mistiche nozze. Che questi favori divini fossero destinati a segnare profondamente la persona di suor Maria Maddalena si vede in particolare da quel che Gesù le disse quando le cambiò il cuore con quello di Maria. Un giorno, era il 5 marzo 1585, le monache che seguivano più da vicino la giovane estatica, si accorsero che c’era qualcosa di nuovo. Lei era reticente a parlare e semplicemente disse: “Gesù mi ha cambiato il cuore”. Poi confessò di non avere più il suo cuore, ma quello della Vergine. Quella mistica operazione era destinata ad avere degli effetti. “Gesù mi ha detto: tu te ne avvedrai da questo, che sentirai di avere in te un gran desiderio di patire per amor mio, e un grande amore verso tutte le creature, tanto infedeli quanto altri. E sarà di tal sorte che non potendolo sopportare per tua fragilità, mi pregherai che io te lo levi. E sarà questo amore il desiderio che ciascuna creatura si salvi e venga a me” (CO1, 218). A questo punto dobbiamo dire che anche l’esperienza mistica è stata per la nostra Santa una sorta di scuola in cui il cuore e la mente si sono come formati e adattati al rapporto più intimo con Dio: quell’unione, specifica della spiritualità carmelitana, ma che è poi la sorte divina di ogni creatura umana. L’intensa esperienza di Dio, che segnò i primi tempi della vita di suor Maria Maddalena nel Carmelo di Santa Maria degli Angeli, diede alla giovane novizia una sorta di conoscenza teologica che le permetteva di parlare di Dio, e della creatura in relazione a Dio, con la competenza di chi ne ha studiato il mistero. Appartiene al periodo di quelle esperienze mistiche che vanno sotto il nome de “I Colloqui” un approfondimento su Dio come purità: un modo originale di esprimere l’essere stesso di Dio e, di conseguenza, le implicazioni sulla persona umana destinata a diventar partecipe di quella purità divina. Dal momento che caccontare della nostra Santa significa anche cercar di penetrare nel suo mondo interiore, tutto pieno di illuminazioni che le venivano dall’alto, qui ci faremo guidare dalle sue parole per entrare in un tema tanto fondamentale nel suo pensiero. Nel corso di una lunga estasi, datata al 17 maggio 1585, mentre suor Maria Maddalena, come davanti a un mistero, andava indagando sulla purità, il Padre eterno le rispose: “La purità propriamente è il mio stesso essere…”. E’ la divinità. “Questa purità, figliuola mia, è una cosa tanto profonda e tanto immensa che da nessuna creatura umana può essere intesa, né interamente capita. Tuttavia per grazia e pura liberalità mia ne potrebbe avere una qualche conoscenza, ovvero potrebbe acquistarne una minima particella, chi si studiasse di rendersi simile a me fino a partecipare, chi più chi meno, del mio essere” (CO2, 339-340). Allora, come diciamo “Dio è amore”, oppure “Dio è verità”, possiamo anche dire “Dio è purità”. Per avere un termine che più si avvicini al significato di questa espressione tanto cara alla carmelitana fiorentina, dobbiamo rifarci alla parola santità. Del resto anche in riferimento alla Madonna, quando la chiamiamo Immacolata, intendiamo dire che ella è la tutta santa: colei che, diversamente da ogni altra creatura, non è stata sfiorata da alcuna ombra inconciliabile con la santità divina. La purità su cui Dio Padre intrattiene Maria Maddalena è qualcosa del tutto interiore. La persona umana riesce in parte a coglierla solo man mano che se ne lascia rivestire, per ritornare in qualche modo alla innocenza delle origini: “O quanto era felice, figlia mia, o quanto era puro allora questo tuo essere… La sua purità allora era tale che era quasi un altro me per partecipazione” (CO2, 340). Ora il rimedio per recuperare quella condizione iniziale è “bagnarsi nel Sangue del Verbo umanato” (CO2, 341). Una operazione mistica prima ancora che ascetica. Dal momento che è Dio a suscitare in noi il volere e il potere, questo vale anche in riferimento alla purità che è qualcosa di così profondo e grande che le creature da sole non se la possono procurare. Il Signore la infonde come dono. In cambio dell’innocenza originale, il Verbo dà all’anima la purità, la quale rende la persona conforme a Dio e la unisce a lui con un legame inesprimibile, che si traduce a livello esistenziale in un modo di vivere semplice e sincero. Quanto più il Signore ci unisce a sé, tanto più brucia ogni nostra impurità, dal momento che anche il minimo difetto umano sarebbe enorme di fronte a quella trasparenza divina di cui siamo chiamati a diventar partecipi. Suor Maria Maddalena definisce la purità come “un intimo candore dell’anima” (CO2, 204), capace di orientare tutte le opere e le intenzioni a Dio e di tenerle vive in quella continua sapienza che è dono dello Spirito. Anche per la creatura diventa un modo di essere che deve aver inizio fin da questa condizione terrena. Allora, è il Signore stesso che “si riposa nella purità dell’anima” compiacendosi in essa (CO1, 126-127). E, a sua volta, la fa riposare nella sua umanità. Bellissima l’immagine della purità dell’anima “come un fiume che si dilata in Dio” (CO1, 122-124). Tutto dice come l’essere rivestiti di questa “proprietà” divina che è la purità, comporta un cammino eminentemente mistico, che nel caso della nostra Santa è passato anche attraverso i doni straordinari del ricevere la purità di Dio e quella della Vergine. Ma accanto all’azione divina che mira ad avvolgere la creatura con la propria santità, occorre l’impegno umano per recuperare quella innocenza resa nuovamente possibile dal sacrificio d’amore del Verbo umanato. A questo punto il discorso s’intreccia con quello della sofferenza redentrice e con quello dell’amore: “Bisogna stare alla fucina del costato del Verbo, dove la persona diventa purissima, semplicissima e limpidissima”. Il cammino attraverso le prove immancabili del vivere, accolte con sottomissione, ricostruisce nella persona una purità capace di portarla man mano all’unione con Dio. Al momento della prova, Maria Maddalena è invitata ad andare sotto l’ombra della purità di Dio (RE, 45), dove la sua stessa sofferenza era destinata a diventare feconda per tutti. Da quel crogiolo vedremo rinascere in lei la “nuova creatura”, la sposa pronta per le mistiche nozze. Andando avanti con il discorso sulla purità, così come si svolge nell’estasi da cui siamo partiti, ci troviamo di fronte a due pagine in cui l’eterno Padre parla di quattro cose con le quali l’anima, per quanto dipende da lei, può acquisire questa purità, o meglio prepararsi a riceverla. Sono condizioni che dicono la concretezza della riflessione estatica, e nondimeno l’esigente impegno richiesto dalla purità. Prima condizione è che la persona viva come morta a se stessa, in modo che tutta la sua capacità di intendere e di volere sia in Dio. Deve perdere la propria fisionomia e rivestirsi di Dio. Allora, “morta del tutto a se stessa, viva solo in me suo Creatore e Dio”. Le persone che vivono così possono esser chiamate angeli terrestri, grazie ad una purità che ha raggiunto il più alto grado possibile in questa condizione di viandanti. La seconda cosa necessaria alla purità è che la persona cerchi di tenere tutti i suoi pensieri, affetti e desideri molto puri e sempre orientati verso Dio. Non lasci entrare nel cuore e nella mente alcuna cosa che la possa macchiare. Si sforzi di allontanare tutte quelle immagini e fantasie che la separerebbero da Dio, guardandosi dal benché minimo peccato. Di queste persone il Verbo ha detto: “Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio”. La terza cosa richiesta è la purità del corpo, noi diremmo la castità. Nel caso di suor Maria Maddalena e delle sue consorelle, si deve parlare di verginità. Avendone esse fatto voto, debbono impegnarsi ad osservarla e custodirla come un tesoro prezioso, dal momento che è gradita a Dio e rende capaci di ricevere in sé la purità. Le persone vergini si rendono più simili a Dio e sembrano ritornare a quel primitivo stato di innocenza nel quale l’uomo è stato creato. Quarta ed ultima condizione è l’umiltà. Piace tanto a Dio, che nessuna delle altre cose già menzionate avrebbero qualche valore, nella persona, senza di essa. A questo punto leggiamo una affermazione molto chiara e anche ribadita: “L’umiltà è madre della purità e la purità è madre dell’umiltà; l’umiltà genera la purità e la purità genera l’umiltà”. La purità del cuore viene alla persona come frutto dell’unione con Dio – ci dice Maria Maddalena –, ma è pur vero che senza purità non c’è unione. Una mèta per raggiungere la quale non bisogna fermarsi in nulla. Andare sempre oltre: oltre noi stessi, dove è la nostra sorgente; oltre quel che possiamo comprendere anche di Dio.
Era la sera dell’8 giugno 1585, vigilia di Pentecoste, quando ebbero inizio per suor Maria Maddalena delle estasi che si protrassero quasi ininterrottamente sino alla mattina della Santissima Trinità: otto giorni che le sue consorelle definirono “dello Spirito Santo”, in quanto corrispondenti all’ottava di Pentecoste. In quei giorni ella ricevette per sette volte lo Spirito, ogni mattina all’ora di Terza ed ogni volta sotto forma diversa. Sono estasi nelle quali abbiamo l’espressione più alta dell’esperienza mistica della nostra Santa, solo da poco arrivata ai suoi 19 anni di vita. Il manoscritto che le raccoglie porta il titolo di Revelatione e Intelligentie: sono luci e intuizioni circa il mistero di Dio e il disegno della salvezza, partendo ogni volta dal testo proposto dal Vangelo del giorno. Quindi una contemplazione che prende il via dalla Parola di Dio e passa attraverso la percezione straordinaria di una donna ancora giovanissima, resa partecipe del mistero. Come tutte le realtà vitali, l’esperienza di Maria Maddalena va attinta direttamente dalle sue parole, cercando di riproporre quei passaggi che sono fondamentali per entrare in una sorta di conoscenza che non nasce dallo studio delle verità rivelate, eppure risulta ad esse pienamente conforme. E’ vero che non c’è nulla di nuovo in quel che lei dice, ma colpisce la sua capacità di riproporre una vera e propria teologia nata dal cuore e maturata nel crogiolo del suo rapporto ineffabile con il Dio vivo. E c’è da aggiungere che pochi mistici sono riusciti, come lei, a spaziare su tutto il mistero. Era il martedì che seguiva alla festa di Pentecoste quando la nostra Santa visse una delle estasi più dense di contenuto teologico. Ebbe una visione della Trinità nella vita della quale andava ad innestarsi anche l’opera che il Verbo compie nei confronti dell’umanità intera. E’ una ridondanza di gloria che si effonde dal seno del Verbo e viene a noi attraverso dodici canali di sangue, che manifestano la vita di Dio. L’undecimo canale ha come contenuto i consigli che si sono svolti da sempre nel seno della Trinità, dai quali è derivata la creazione e l’opera di salvezza, un’opera che ha trovato compimento nel “virgineo ventre di Maria”. Il dodicesimo canale manifesta invece il compimento di tutta la vita trinitaria attraverso l’immagine del Verbo morto nel seno del Padre: “Era il Verbo morto nel seno del Padre, perché morì a se stesso per noi” (RE, 170). E così venne a manifestare a noi quaggiù quel che avviene nell’intimo della vita divina. Il Verbo, Uomo e Dio, contemplato con amore nella sua umanità, è senza dubbio la persona della Trinità più ricca di suggestioni per la carmelitana fiorentina. “O Verbo!”: un termine tanto teologico, ma sulle labbra di lei diventa invocazione di un amore tenero e appassionato, che le sale dall’intimo con tutta la ricchezza di significato che ha assunto nella sua conoscenza mistica. E’ a lui che si volge la predilezione del suo cuore. Tutto parla di lui. Tutto a lui ha riferimento. E se l’amore è il tema di fondo, lo è in quanto nel Verbo umanato è l’amore stesso che ha preso carne e si è offerto in dono. Lo si vede bene in un’estasi dall’atmosfera quasi elegiaca che gioca sull’immagine di Gesù buon pastore. Tutto parte dalla liturgia del giorno che fa rivivere nel rapimento a suor Maria Maddalena la nota parabola evangelica (cfr. Gv 10, 1-16): “In verità, in verità vi dico che chi non entra per l’uscio nell’ovile, ma entra per le finestre, non è vero pastore… Sei l’uscio, o Verbo, attraverso il quale noi entriamo al Padre. Se ben sei eguale a lui per quell’unità che è fra le tre Persone divine, non di meno per quell’unione che facesti, diventando uomo, entriamo attraverso te al Padre; e la tua stessa umanità è il pastore che entra per l’uscio e non per le finestre… Entri nell’ovile, ma quanti sono , o Verbo, i tuoi ovili?” (RE, 131-132). A questo punto la giovane estatica spiega che gli ovili sono tre: il seno del Padre, la Chiesa e l’anima. Il Verbo, pur sempre presente nel seno del Padre, ne esce per comunicare anche alle creature la vita divina. Di qui sembra nascere una contraddizione: “Dici, o Verbo, che sei buon pastore e che non sei ladro! E io ardirò dire che non vidi mai ladro maggiore di te, e che rubasse cosa tanto importante… Entri nel seno del tuo eterno Padre, in cui risiedi, e rubi il suo e tuo divinissimo essere, e ne fai dono alla creatura assumendo in te il suo essere fragile e mortale” (RE, 132). Ma il Verbo possiede già in se stesso tutto l’essere del Padre e dello Spirito con cui rigenera la creatura, grazie alla mediazione dell’umanità e del sangue. Di conseguenza non è un ladro! E quando invita la creatura, resa ormai sposa, ad entrare con lui nel seno del Padre, non fa che partecipare quel che egli è insieme al Padre e allo Spirito Santo. “Fai udire la voce alle tue pecorine, anzi alzi la voce allettandole e chiamandole, e le inviti ad entrare nell’ovile e quelle che vi sono a volervi rimanere… Le chiami con soave voce mutando loro il nome, chiamandole non pecore, no, ma colombe e spose; e non solo le chiami con voce soave, ma anche con voce rara e melliflua. Ma chi aspira a te, non corre pericolo di scambiarla” (RE, 133-134). Una voce che non ci si sbaglia a riconoscere. Il giovedì, quinto giorno dell’ottava di Pentecoste, suor Maria Maddalena ricevette lo Spirito Santo sotto forma di fiume: “Il movente Spirito…vien come fonte diffondendosi nell’anima e l’anima si annega in lui. E così come due fiumi sboccando si uniscono insieme, a tal punto che il minore di essi lascia il suo nome, cioè perde il nome pigliando quello del maggiore, così fa questo Spirito divino, che viene nell’anima per unirsi con lei. Ma bisogna che essa, che è la minore, perda il proprio nome e lasci il posto allo Spirito Santo. E deve fare questo trasformandosi talmente nello Spirito da diventare con lui una stessa cosa” (RE, 200). E’ un’immagine che esalta l’azione santificante e unitiva dello Spirito. Queste estasi, che si erano aperte con l’immagine dell’anima sposa, ritornano sullo stesso tema nella notte che precede la festa della Trinità. Alla nostra Santa fu dato di vedere come la Trinità increata opera in quella trinità creata che è la persona umana, fatta ad immagine di Dio. Attraverso un linguaggio di simboli, l’estatica pone l’accento sulla grandezza a cui è chiamata l’anima: “Questa vocazione non è di serva né di figliuola, ma di sposa” (RE, 290). Ma proprio in questa estasi, che è un po’ l’esaltazione dell’anima sposa, Maria Maddalena viene posta davanti a una scelta. Il racconto ha la semplicità e la suggestione di una “parabola”: c’è una sposa che il Verbo ha rivestita d’ogni splendore e l’ha introdotta nella gloria dei beati; e ce n’è un’altra “il vestimento della quale è di nudità” e il cui ornamento è “di nulla essere e di essere dispregiata”. Sta sulla porta del Paradiso, ma non osa neppure alzar gli occhi per guardare cosa c’è dentro. Davanti a questa visione ella si interroga: “Quale sceglieresti, anima mia, di queste due spose?”. E a risposta: “E’ molto meglio pigliar quella vestita di nudità. A te tocca, anima mia. Ma sai quanta differenza c’è tra l’una e l’altra di queste spose? Quanto è differente la divinità dall’umanità. La prima richiama il Verbo umanato, la seconda rassomiglia al Vero divino; la prima sceglie un grado particolare, ma la seconda ne sceglie uno superiore, nel quale opera grandi cose” (RE, 282-283). Al culmine della sua esperienza mistica Maria Maddalena fa la scelta fondamentale della sua vita quella che la porterà alla somiglianza con il Verbo divino, nella quale si operano grandi cose. Perché solo nella divinità si comprende lo spogliamento come valore. Nella storia della spiritualità cristiana santa Maria Maddalena de’ Pazzi appare come una donna amante, che ha vissuto le più sublimi esperienze di Dio e ad un tempo come la penitente che ha conosciuto su se stessa le più terribili espressioni della sofferenza umana. E la sua figura rimane lì a testimoniare che non c’è santità senza una purificazione capace di adattare la persona all’unione con Dio: è il passaggio obbligato del purgatorio, che i santi accettano di vivere fin da questa esistenza terrena, per amore. Al termine degli otto giorni di splendide estasi raccolte sotto il nome di Revelatione e Intelligentie, suor Maria Maddalena ebbe l’intuizione di una lunga prova che l’attendeva. Era il mattino del 16 giugno 1585, festa della Santissima Trinità: per la prima volta, non sentì più la presenza sacramentale del Signore nel ricevere la comunione. “In quel giorno il suo sposo Verbo sottrasse da lei il sentimento e il gusto della grazia e la lasciò nel lago dei leoni, come aveva fatto con Daniele, circondata da una moltitudine di demoni e afflitta da orribili tentazioni” (PR1, 32). Chi scrive queste parole è suor Maria Pacifica, alla quale dobbiamo il manoscritto che porta il titolo di Probatione, appunto perché raccoglie, nella prima parte, quel che Maria Maddalena ha vissuto nel lungo periodo di prova, durato cinque anni. I fatti relativi ai primi due anni sono riferiti sommariamente in quanti la nostra Santa buttò nel fuoco, di nascosto, alcuni quadernetti in cui erano riportate cose che la riguardavano. Suor Maria Maddalena sapeva per fede che il Signor, attraverso quell’oscuro patire, voleva prepararla ad un amore e ad una luce più conformi a lui. I doni che aveva ricevuto venivano come vagliati da suggestioni diaboliche che avrebbero voluto distruggere il cammino già fatto. A volte, orribili demoni si mostravano anche alla sua vista o si facevano sentire con bestemmie; a volte la gettavano perfino in terra o la aggredivano in forma di vipere velenose. In questo clima d’inferno lei leggeva la grandezza del peccato: non solo il peccato suo, ma tutto il male presente nel mondo. E, al di là dello sfinimento, andava avanti superando le tentazioni che ogni giorno si presentavano. Sostenuta, tuttavia, da sprazzi di luce divina che ridavano forza e fiducia al suo spirito: in particolare durante l’estate del 1586, quando fu chiamata a scrivere alcune lettere per il rinnovamento della Chiesa. Sofferenze e tentazioni agivano sulla sua persona rinnovandola. Ma era richiesta anche una collaborazione attiva da parte sua. Così vediamo suor Maria Maddalena fare tanti gesti per rendere più concreta la sua povertà: andava con i piedi scalzi e vestiva la tonaca più rattoppata che trovò in casa. Si nutriva nei giorni feriali di pane ed acqua, dormiva pochissimo e su un semplice saccone. A tutto questo aggiungeva penitenze straordinarie per mortificare la sensibilità, abituata prima a tante raffinatezze. Scopriva che la vera beatitudine era nello spogliamento da ogni cosa. Fino ad affermare: “Beata e felice quella religiosa che inclinerà il capo col suo Verbo in croce” (PR1, 109): un annientamento e un disprezzo di sé che permettono di tenersi nell’umiltà e riconoscere che ogni bene viene da Dio. E’ di questo periodo l’invito a “seguire nude il nudo Cristo in croce” (PR1, 111). All’inizio della prova, suor Maria Maddalena ha conosciuto anche le tentazioni contro la castità. Come avevano fatto altri santi, vi reagiva portando sulle sue carni cinture con punte di ferro; una volta arrivò a rotolarsi sulle spine, ad imitazione di san Benedetto. Certamente era questa la tentazione che più le dava fastidio, per cui pregava perché venisse liberata da quelle immagini e sensazioni così contrarie alla sua natura. Era il 17 settembre 1587, festa delle stimmate di san Benedetto e ottava della natività di Maria, quando si ritirò in alcuni ambienti non abitati del monastero e, messasi a pregare, chiedeva con fervore alla purissima Vergine Maria quella grazia tanto desiderata. Fu allora che la Mamma celeste le apparve e “per mostrarle che non aveva offeso Dio, anzi aveva vinto con grande fortezza quella tentazione, la ricoprì tutta con un candidissimo velo”. Sentì nell’intimo che non era mai venuto meno il suo legame con il Signore ed ebbe la certezza di essere stata liberata per sempre dalla tentazione contro la purezza (PR1, 114). L’episodio è diventato uno dei temi più sentiti nella iconografia della Santa. La prova continuava su altri versanti. Suor Maria Maddalena si ammalò: febbre, mal di testa, male ai reni, fino al punto che dovette allettarsi rinunciando agli esercizi della vita comunitaria. Una sera Gesù le fece intendere che il suo non era un male naturale: era stato permesso perché le fosse dato di soffrire come Giobbe, non solo interiormente ma anche nel corpo. E si ridusse a tale debolezza che le sembrava di morire. A volte i demoni le facevano vedere tutte le ricchezze che aveva lasciato in casa sua e la istigavano a togliersi l’abito e tornare nel mondo. Una sera, la voce della priora le ingiunse di non fare quel gesto ed ella si ritrovò pacificata nell’obbedienza: non avrebbe mai cessato di amare la “ricca povertà”. Allora il demonio tentava di farle credere che non sarebbe riuscita a perseverare nella vita religiosa a causa di tutte quelle lotte che doveva affrontare contro di lui. E di fatti continuò cercando perfino di convincerla a farsi del male. Ma lei rimise nelle mani della Vergine un coltello, come vi aveva già deposto le chiavi del monastero. Vedendosi sconfitto in questo genere di prove, il demonio cominciò a trasfigurarsi in “angelo di luce”, apparendole sotto la forma di esseri celesti. Ma suor Maria Maddalena scoprì l’inganno: “Il mio Sposo non usa questi modi con me… non appare in questi modi all’anima, ma produce in essa molti effetti: illumina l’intelletto, rasserena la memoria, purifica la volontà” (PR1, 120). E con queste parole allontanava da sé quegli abitatori dell’inferno che cercavano di simulare Dio Da circa tre anni la nostra Santa viveva nel “lago dei leoni” quando, a partire dal giorno dell’Annunziata del 1588, il Signore permise che la prova diventasse più dura. Il significato di quella purificazione diventava sempre più chiaro: “Volendoci unire al Padre è necessario che passiamo per mezzo del cuor del Verbo, nel quale non possiamo entrare se prima non lasciamo del tutto noi stesse e il nostro volere, non essendo possibile all’anima che ama se stessa e la sua volontà unirsi con Dio” (PR1, 162). Di qui la necessità di “un morto vivere in Dio”. Il 30 luglio 1589 suor Maria Maddalena intese che le sofferenze si sarebbero alleviate. E suor Maria Pacifica spiega: “Ora il Signore vuole che il suo patire sia nascosto agli occhi nostri e si ritiri tutto nell’intimo perché, essendo più libera di sé, possa aiutare il prossimo sia con le parole che con le opere, ed eserciti le virtù che tiene in sé nascoste, affinché siano a noi di esempio” (PR1, 225). I disegni di Dio si sarebbero concretizzati attraverso la volontà dei superiori che il 2 ottobre di quello stesso anno elessero la giovane monaca di appena 23 anni, maestra delle novizie. Era la Pasqua del 1590 quando il Signore le chiese ancora 50 giorni di penitenza, a completamento dei cinque anni passati nella prova. Avrebbe poi ripreso una vita normale in comunità, senza avere più quei rapimenti continui che avevano caratterizzato l’inizio della sua vita religiosa, una grazia che ella aveva da lungo tempo desiderato e chiesto: “Poter stare con l’anima unita a Dio e con il corpo affaticarsi a conversare con le creature le quali lei ama tanto per amore di Dio” (PR1, 231).
Da poco più di un anno aveva avuto inizio il duro periodo della prova, quando suor Maria Maddalena cominciò ad essere attraversata da luci e rivelazioni che le manifestavano la reale situazione della Chiesa in quel momento storico in cui ella si trovava a vivere. Una presa di coscienza che non la lasciava inerte, ma la spingeva a coinvolgersi in qualche modo anche concretamente per sollecitare l’auspicato rinnovamento di cui si andava parlando come attuazione del Concilio di Trento che si era concluso da ormai oltre vent’anni, nel 1563. E rinnovamento significa innanzitutto purificazione: così la sofferenza per ridare un volto degno alla Chiesa-Sposa si inserisce nella prova che la nostra Santa stava attraversando per rinascere come nuova creatura, chiamata a diventare sposa del Verbo umanato. Si era nella calda estate fiorentina dell’anno 1586 quando il 20 luglio, mentre si celebrava in coro l’ufficio divino della martire santa Margherita, suor Maria Maddalena fu “rapita in spirito” con grande meraviglia delle consorelle che da oltre un anno non l’avevano più vista andare in estasi. Questa volta non si doveva trattare di quei rapimenti che danno gusto allo spirito in quanto illuminano sulla realtà di Dio e coinvolgono nel suo amore. Sarebbero state piuttosto rivelazioni a riguardo dell’opera di rinnovamento della Chiesa, per la quale il Signore veniva a scegliere anche lei, che pure si riconosceva come “la più vile di tutte le creature e del tutto inabile a dar aiuto a tal cosa” (PR1, 37). Ma a questo era stata chiamata per tre doni particolari infusi in lei fin da quando si trovava nel seno materno: un grande zelo per la salvezza delle anime; un amoroso e continuo desiderio di unirsi con il Signore nel sacramento dell’Eucaristia; la volontà di mantenersi pura e vergine, legata a Dio mediante i vincoli della vita religiosa. L’amore per Cristo e per le anime divenne più che mai in lei ansia per il rinnovamento della Chiesa ed in particolare dei religiosi. Avrebbe voluto esser d’aiuto solo nascostamente, come era nella sua natura e nella sua vocazione. Ma i padri con cui si consigliò la incoraggiarono a seguire senza timore l’impulso che le veniva dall’alto: una spinta che la sollecitava ad uscir fuori dal silenzio e dalla apparente inoperosità in cui la teneva la sua vita di claustrale e di donna. Sull’esempio di santa Caterina da Siena, il suo impegno si concretizzò in dodici lettere, scritte in estasi: al Sommo Pontefice, ai Cardinali di Curia, all’Arcivescovo di Firenze, nonché ad alcuni religiosi e religiose che ella sollecitava all’opera della “renovatione”. Il tutto nell’arco di quaranta giorni: dal 25 luglio al 4 settembre. Sono lettere che vertono tutte sul medesimo argomento e sono animate dalla medesima passione. Ciascuna tuttavia è appropriata alla persona a cui viene rivolta come si vede in particolare in quelle indirizzate a Suor Veronica di Cortona e alla Madre Caterina de’ Ricci, la santa del vicino monastero di Prato. Prendiamo quella al Papa, Sisto V, per vedere come la nostra Santa pone se stessa in questa missione a cui è spinta “dall’amoroso e svenato Agnello”: “Incitata dallo Spirito Santo, constretta e mossa dall’umanato Verbo”, lo prega in virtù del Sangue di Cristo a voler intendere quello che Dio vuole da lui, suo Vicario: rinnovare la sua sposa Chiesa, data a lui in cura e custodia. In quest’opera lo potranno aiutare in particolare i membri della Compagnia di Gesù, i seguaci del grande patriarca e predicatore San Domenico, gli imitatori del glorioso Francesco da Paola. Ma non potrà fare questo se non imita il vero pastore, il Verbo incarnato, il quale disse che il vero pastore offre la vita per le sue pecorelle. E anche se non dovrà donare la vita fino al sangue, non sarà di minor fatica riportare all’ovile tante pecorelle smarrite, in particolare tutte le persone consacrate – i “cristi” e le “spose” – la cui vita dovrebbe essere come uno “specchio” per tutti gli altri membri della Chiesa. “La qual opera è a me in desiderio, e a voi in potestà e volere, e all’eterno Dio in volontà che si faccia” (RC, 63). Da un lato è necessario richiamare i religiosi agli impegni presi con le promesse fatte, perché tutta la vita della Chiesa si rinnovi partendo da loro che rappresentano, in qualche modo, i membri privilegiati. Dall’altro lato pure lui, che ne è il Vicario, è chiamato all’imitazione di Cristo, “a spogliarsi tutto di sé e di tutte le cose che sono sotto Dio” (RC 65). Sono parole fortissime, dette per raggiungere quello che è il punto d’arrivo di ogni vocazione cristiana: “che ci spogliassimo di noi e ci vestissimo di Cristo” (cfr. Rm 13, 14). Suor Maria Maddalena aveva la coscienza di vivere in un momento particolare in cui tutti dovevano essere raggiunti e coinvolti nell’opera della rinnovazione. E questa parte sempre dalla contemplazione del volto di Cristo: “Dèh miri la Santità vostra lo svenato Agnello in Croce. Dèh sì, inviti i suoi sudditi, e a noi padri e superiori, a esser coadiutori a tal opera. Non avvisa e non ricerca la dolce Verità che si faccia tal renovatione in una città sola o in un castello, ma in tutto l’universo, perché tutto l’universo è dato sotto il suo potere. Ci sono in ogni città o luogo quelli che tengono il luogo vostro, i quali potranno far mettere in esecuzione il comando vostro e il voler di Dio”. (RC, 66). Il divario tra la realtà della Chiesa nel disegno di Dio e il volto concreto che, di epoca in epoca, essa presenta è sempre attuale. Santa e peccatrice ad un tempo, la Chiesa ha continuo bisogno di essere rinnovata. E quando si è nella notte può essere di aiuto anche la luce della luna. Con questa immagine la giovane carmelitana si era presentata al suo arcivescovo, il Cardinale Alessandro de’ Medici, nella prima delle tre lettere a lui indirizzate: il lume della luna non viene ad offuscare la chiarezza del sole, quindi non se ne abbia a male se lei che è semplicemente la “luna” si rivolge a lui che è il “sole”, e lo sollecita perché non vada lento nelle cose di Dio. Lo invitava ad accogliere i lumi che Dio gli dava attraverso le sue parole ed anche a recarsi personalmente al monastero per ascoltarla: “Si ricordi che l’increata sapienza, Vita vitale, dolce e amabile, Vita per la cui vita tutte le cose vivono… si vuole servire di questo vile strumento per farvi intendere la volontà di Dio, e vi prego e sforzo a voler venire innanzi passi il giorno di Maria, a voler venire a intendere la volontà di Dio” (RC, 78). E l’incontro fortuitamente avvenne. Era il 29 settembre di quell’anno quando l’Arcivescovo andò al monastero di Santa Maria degli Angeli per l’elezione della nuova priora. Si cercò in ogni modo di evitare che la giovane monaca gli parlasse direttamente su quei progetti di rinnovamento che avevano preso tutto il suo animo. Ma proprio quel mattino rimase bloccata, in estasi, accanto alla grata davanti alla quale doveva fermarsi l’Arcivescovo. L’incontro fu inevitabile. Così Alessandro de’ Medici venne a conoscere dalla viva voce dell’estatica quel che ella aveva già espresso nelle lettere, forse mai recapitate. Fu in quell’occasione che la Santa gli predisse la futura elezione a pontefice. Apparentemente la breve stagione delle estasi sulla rinnovazione della Chiesa e le relative lettere furono un fallimento. Con una specie di amarezza, Divo Barsotti commenta questo momento della vita di Maria Maddalena de’ Pazzi: “Si crede alla santità, ma si toglie o almeno non si dà alla santità alcun potere diretto di operare: il santo deve vivere nel nascondimento, nel silenzio. Sarà venerato e ammirato, ma in fondo non si avrà il coraggio di credergli”. Solo perché scritte da una semplice donna, quelle lettere rimasero ignorate. Ma la passione e la verità in esse espresse toccano anche i nostri tempi per quel genio di contemporaneità che hanno tutti i santi. Tutta la cultura rinascimentale è attraversata dal tema dell’amore, un tema che è stato al centro anche della spiritualità di quell’epoca. Il Cinquecento si era aperto con la dottrina dell’amor puro di santa Caterina da Genova e si è chiuso con la dottrina dell’amor morto di santa Maria Maddalena de’ Pazzi. E’ nelle estasi dei “Giorni dello Spirito Santo” che affiora questo tema, ma è bene parlarne dopo l’esperienza del “Lago dei leoni” perché è solo attraverso la terribile prova che la nostra Santa ha potuto raggiungere quel livello d’amore, dove bisogna essere completamente morti a se stessi. Si può dire che il Signore prima le ha dato l’esperienza di un amore umano, poi le ha fatto intuire cosa sia la carità, quindi l’ha trasformata per renderla capace di amare “come” Gesù ci ha amati (cfr. Gv 15, 12). Amore morto: è una espressione insolita, oscura ed anche equivoca se non se ne penetra a fondo il significato. Non va equiparata all’amore puro di cui anche suor Maria Maddalena aveva parlato nelle sue prime esperienze dell’amore divino. Andando avanti nel cammino, ella ha imparato a leggere l’amore nell’immagine del Verbo che, per così dire, sta come morto nel seno del Padre, perché morì a se stesso per venirci a manifestare Dio e “lasciando se stesso per noi, divenne come morto” (cfr. RE 149. 170). Sono parole che rievocano l’immagine dell’Apocalisse dove si vede “un Agnello, come immolato” (Ap 6, 5). Per questa via si fa luce sul significato da dare all’espressione amore morto, che non va esclusa o tradotta diversamente, perché è proprio in essa che si trova una autentica dottrina dell’amore, formulata in modo originale: per amare davvero occorre mettersi sulla scia di Cristo che dà la propria vita in sacrificio per rigenerare in noi la vita divina. Quindi morire a se stessi, cioè all’amore che ciascuno porta al proprio io, per vivere insieme a Cristo nel seno del Padre, e di lì “operare grandi cose” insieme a lui. Una concezione che attinge a san Paolo: “Siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio” (Col 3, 3). Si manifesta così tutta la vitalità contenuta in un amore che non è più il nostro, ma quello divino. A dir della nostra Santa, che nell’estasi parla nella persona del Padre, è questa “carità morta” che ci fa non solo camminare, ma correre: “Questi tali corrono in tutto morti, e fanno al contrario di voi laggiù che quanto più siete vivi tanto più correte. E questi quanto più son morti, tanto più velocemente corrono, di modo tale che si conducono al mio seno e alla caverna del mio Verbo, che proprio per loro l’ha fatta”. Sono questi coloro che veramente riconoscono Dio e “che possono dire: vivo ego iam non ego (Gal 2, 20), ma vive veramente in me la purità dell’essenza di Dio, per partecipazione” (RE, 75). Quando ha ascoltato queste parole, Maria Maddalena non era ancora entrata in quella “vita morta” a cui il Verbo la chiamava e che le avrebbe fatto acquistare “sottraendo da lei il sentimento della grazia”, ovvero il gusto delle cose di Dio. Come dire che tutto il suo essere ora doveva trasferirsi a livello della fede, della speranza e della carità per spegnersi ad ogni forma naturale e rinascere in quell’amore morto in cui tutto torna a rivivere. Sono le antitesi così ricorrenti nel linguaggio maddaleniano. Sorprende come questa giovane di 19 anni sia riuscita ad esporre una sorta di “scala della perfezione” fatta in chiave d’amore. Era il giovedì dell’ottava di Pentecoste dell’anno 1585 quando cominciò a parlare di quattro livelli di amore che riguardano la vita di tutti, e poi di altri quattro più specifici di una vita contemplativa. Per poi dire che ciascuno di questi amori si ritrova nell’amore morto. Il discorso manifesta una finezza psicologica tutta femminile: l’amore, specificato ogni volta da un aggettivo diverso, è quello che segna le successive tappe nel cammino verso Dio. Sono pagine che introducono nel divenire dell’amore, nelle sue espressioni esistenziali e psicologiche, analizzate in funzione di quello che per tutti deve essere il punto d’arrivo: un vivere in Dio completamente morti a se stessi. E questa è “vita vitale, dolce e amabile” (PR2, 99). Nella visione di Maria Maddalena sono gli stessi beati che riversano nell’animo di quanti ancora camminano in questa vita “quel po’ d’amore” che ciascuno può sostenere. Accenniamo a questi primi quattro gradi d’amore, anche se sono espressi con un linguaggio a noi desueto. Da un amore esercitativo si va a un amore impaziente e quindi a un amore penoso, per arrivare finalmente a un amore relassativo. In quest’ultima espressione possiamo leggere l’abbandonarsi a Dio, la resa: un atteggiamento interiore in cui tutto l’essere si consegna al Signore e non ha più consistenza se non nella volontà di lui. Così lo descrive la Santa: “Amore in tutto rilassato, di modo che nulla vuole, nulla possiede, nulla desidera. Non aspira a nessuna perfezione, non si ferma in nessun dono, non considera a quale perfezione potrebbe venire, né in quale sia stato, nemmeno in qual è, ma la sola sua mira è onorare Dio. Non teme alcuna tentazione, anzi l’abbraccia e stringe, gode di vedere che i suoi prossimi camminano in maggior perfezione di lui e amano Dio più di lui; e quelli che vede non amare Dio desidera ardentemente che lo superino nell’amore”. E’ un amore che ha riferimento con la dimensione mistica della vita cristiana in quanto è puro dono. L’intuizione è molto sottile: “Questo amore si deve aspirare ma non desiderare, perché col desiderarlo ansiosamente si mancherebbe in quello che si pretende in questo amore” (RE, 209-210). Segue un’altra “scala” di amori, sono quelli che i profeti danno alle vergini e, come gli altri, hanno un aggettivo che li specifica: l’amore ozioso, l’amore ansioso, l’amore saziativo ed infine ecco l’amore morto. Bisognerebbe andare a leggere la descrizione che Maria Maddalena dà di ciascuno di questi amori, anche per cercar di fare un esame di coscienza alla luce di tutte quelle sfumature che ella attribuisce alla nostra facoltà di amare. Fino ad arrivare per amore ad una kénosis della persona ormai assorbita e assimilata alla vita di Dio. In questa morte da cui nasce la vita, si ritrova tutto quel che lungo il cammino era stato necessario lasciare: ogni cosa ritorna ma attraverso lo spirito e, in qualche modo, trasfigurata da una nuova luce che viene dall’alto. Qui il discorso dell’amore fa tutt’uno con quello della partecipazione alla vita divina. Ormai resa forte dalla prova, suor Maria Maddalena chiede al Verbo di essere trasformata in lui per conoscerlo nella sua stessa natura. E nel chiederlo intuisce che “la statura dell’amore è appunto della statura del Verbo umanato” (PR2, 100). Per arrivare a questo il Verbo, dopo aver ridotto la persona a un nichilo, la riedifica e la riveste delle vere virtù. Alle “operazioni che fa tal anima non gli vo’ dare altro nome e sublimità se non che le sono ad imitazione del Verbo umanato, dico di quelle che fece nella sua umanità stando quaggiù in terra con noi”. Ma ce n’è poi un’altra di operazione che richiede ardire solo a nominarla: il Verbo fa sì che “tal anima concepisce ogn’ora Iddio nell’anima sua in quel modo che n’è capace chi amor possiede”. E commenta: “O beata anima, che in giubilo d’amore concepisce Dio! L’uomo non lo può capire: O Iddio mio, solo in giubilo d’amore è scritto nella tua essenza, e legger non lo può se non chi è in giubilo d’amore” (PR2, 101). Da questa pienezza nasce la comunicazione di Dio agli altri, l’irradiazione delle infinite modalità d’amore con le quali Dio ci ama: “O quanti sono gli amori con i quali tu ci ami! E tutto è un amore” (CO2, 374). Attraverso sottili analisi che ripercorrono l’amore in tutte le sue espressioni, Maria Maddalena offre un autentico magistero sull’amore, con una destinazione universale. “E’ venuto ed è passato” (PR1, 236): sono parole cariche di suggestione che vengono ad esprimere, da parte di suor Maria Maddalena, non tanto la fine della lunga prova quanto il ritrarsi di una esperienza in cui lei aveva avvertito il Dio vivo lavorare nelle profondità del suo essere per rinnovarlo. Ed ora ne veniva fuori come “creatura nuova”, fatta ad immagine del suo Creatore (cfr. Col 3, 10). Era la mattina di Pentecoste del 1590 quando sant’Angelo, martire carmelitano, diede compimento ai cinque anni del cammino di purificazione attraverso alcuni gesti simbolici con i quali – come ella aveva inteso durante la notte – “il Signore voleva purificarle tutti i sentimenti esteriori del corpo e le potenze interiori dell’anima, e non solo purificarli ma ancora infondere in quelli una gran fortezza e preservazione in grazia, in modo che per il tempo avvenire non si servisse mai di quelli se non in onore di Dio e utilità del prossimo” (PR1, 233). Un nuovo modo di essere e di vivere: non più rivolta e se stessa, sia pur alla sua perfezione interiore, ma tutta protesa a diventare nel suo contesto di vita un elemento valido e costruttivo. E per questo ebbe delle luci anche sul modo in cui avrebbe dovuto portare avanti il suo compito con le novizie, le “piante novelline” a lei affidate. Sotto vari titoli, ella fu sempre una educatrice delle giovani. Passiamo così dalle due diverse stagioni delle estasi e della prova – anni durante i quali la sua persona era rimasta quasi completamente assorbita dalle intense esperienze vissute – ad una nuova stagione segnata da un vivere nella “normalità” di una dimensione mistica per lo più interiorizzata: con la presenza di Dio sempre davanti agli occhi del suo spirito e con un amore attraverso il quale partecipava anche agli altri la carità divina in cui ella era immersa. Proprio per questo le successive fasi del cammino spirituale della nostra Santa diventano paradigmatiche per ogni forma di vita cristiana: il Signore chiama, illumina, purifica e trasforma perché ciascuno diventi dono per i fratelli. Ritornando alla vita di suor Maria Maddalena, è ancora il libro della Probatione a riferire gli eventi che si sono svolti negli anni successivi alla prova, dopo essersi ritrovata come nuova creatura. Così veniamo a sapere di alcuni momenti estatici che continuarono a segnare la sua esistenza: nel marzo 1592 rivisse intensamente per la quarta volta il dramma della passione di Gesù. Nel giorno di Pentecoste accolse di nuovo la Spirito Santo, rivolgendosi a lui con una preghiera che lascia intravedere fino a quale profondità fosse arrivata la sua percezione del mistero di Dio e la sua unione con lui. Chiedendo lo Spirito divino, sapeva di ricevere in sé tutta la Trinità. Lo Spirito con la sua venuta avrebbe misticamente rinnovato l’evento della incarnazione: “Vieni, tu che discendendo il Maria hai fatto incarnare il Verbo, e fa in noi per grazia quello che hai fatto in lei per grazia e per natura” (PR2, 193). Così pure era solo lo Spirito che poteva consumare in lei “tutto ciò che è cagione per cui non posso esser consumata da te” (ivi). Mentre lei si donava, voleva che fosse solo l’amore a bruciare la sua esistenza, come fuoco che purifica e assimila. Andava avanti in un crescendo di unione con Dio che l’avrebbe portata fino a quello che gli studiosi di mistica chiamano “matrimonio spirituale”. Ma prima di questo dobbiamo segnalare che nell’agosto 1593 suor Maria Maddalena ebbe una stupenda contemplazione sul mistero dell’Assunta, della cui gloria anche lei sentiva di diventar partecipe. Nell’estasi del 15 agosto si legge: “O amorosa Maria! Sei assunta in cielo perché seguiamo le vestigia tue in terra” (PR2, 201). E’ la vocazione carmelitana: vivere sulle orme di Maria fino ad un livello di unione con Dio nel quale la persona viene ad essere confermata nello stato di grazia. Nella vita della carmelitana fiorentina questo momento ineffabile del così detto “matrimonio spirituale”, può essere riconosciuto nell’esperienza che ella visse il 7 marzo 1594, riferita dalle redattrici del manoscritto come una tra le tante. Se si legge attentamente il testo, si vede bene che ci si trova davanti ad una conferma dello stato di grazia: più intensamente di prima, ella avrebbe svolto ogni compito della vita monastica con quella stessa profondità di unione con Dio che avvertiva quando era rapita in estasi. Leggiamo nel testo in qual modo le facoltà dell’anima – volontà, intelletto e memoria – ricevettero una “nuova fortificazione” da parte dello Spirito Santo, attraverso i rispettivi e corrispondenti doni della carità, della fede e della speranza. Ormai era solo a livello dello spirito che Dio agiva sulla sua persona: “E prima la volontà fu infiammata dallo Spirito il quale a guisa di fuoco si comunicò a lei, conferendole la grazia di stare nel medesimo atto di amore con Dio e col prossimo, quando non ha rapimenti e estasi come quando è in quella unione. Secondo, sentì infonder lo Spirito Santo nel suo intelletto a guisa di risplendente raggio, il quale lo illustrò e lo illuminò perché avesse il medesimo lume e intelligenza sia fuor dell’estasi, che in essa. Terzo, sentì a guisa di rapido fiume la grazia dello Spirito Santo infondersi nella sua memoria, fecondandola in tal modo che sempre fosse ricordevole delle amorose opere fatte dal divino Verbo nella sua umanità, e di quelle divinissime opere e compiacimenti che si fanno fra le tre divine Persone” (PR2, 226). D’ora in poi si trattava di vivere con desideri e pensieri rinnovati, rivolti solo “a onore e gloria di Dio”. La presenza divina si era come semplificata con il Verbo, dall’apparente età di dodici anni, sceso nel cuore di lei per abitarvi sempre. I dodici anni già trascorsi nella vita religiosa, così intessuti di cose straordinarie, erano serviti per introdurla in una via che a guardar da fuori si faceva sempre più ordinaria. Ormai suor Maria Maddalena era stata, come dire, “adattata” al divino: i suoi gesti riflettevano l’armonia di una umanità divinizzata. Ora veramente in colei che era stata la grande estatica possiamo vedere la sposa del Verbo. Ma questi, nell’infonderle quei doni di stabilità nell’unione con lui, rompeva ancora una volta i limiti dell’umanità di lei. Di conseguenza il corpo ne soffriva fortemente ed ella era costretta a gridare a gran voce: “O Verbo, o Verbo, ricordati che io son creatura mortale! Il vasello di questo fragil corpo non può soffrire tanta violenza. O Verbo, io son fattura! O Verbo io odo” (PR2, 227). Queste e altre parole simili traducono bene il consumarsi di una unione mistica che coinvolge tutto l’essere umano. Il racconto del grande evento riportato quasi silenziosamente da suor Maria Pacifica, si chiude con l’immagine dei santi del cielo che, facendo corona davanti al trono della Trinità, erano spettatori dall’alto. Anche l’iconografia ha tradotto questa scena, con santa Caterina da Siena e sant’Agostino, i santi di cui la nostra carmelitana era più particolarmente devota. Che l’evento racchiudesse in sé qualcosa di straordinario e avesse tutta la portata di un compimento, lo si coglie nei sentimenti stessi che attraversarono l’animo della Santa: “Onde essa con giubilo interno e spirituale letizia, e con bellissime e gioconde parole, alla fine di questo ratto invitò il cielo e la terra insieme, con tutte le creature celesti e terrestri, a ringraziare il grande Dio dei doni e grazie a lei concessi” (ivi). Tutte le creature erano in lei ed insieme diventavano voce di esultanza e di lode.
Una visione della persona umana fondata essenzialmente sul mistero del Dio incarnato, portava giorno dopo giorno suor Maria Maddalena ad una ovvia armonia tra il Creatore e la creatura. Al punto che in lei si ricuciva ogni possibile divisione tra la dedizione a Dio e quella al prossimo. Le memorie del monastero tramandano un episodio emblematico. Un giorno il Signore apparve alla giovane carmelitana che svolgeva il suo compito di rispondere a quanti andavano a bussare al monastero. Mentre il Signore la intratteneva, lei gli disse: “Io non posso adesso, lasciami fare. Debbo servire alla ruota perché vengono i poveri”. Tutto fa intendere come il suo essere fosse rivolto indistintamente verso Dio e verso gli altri. Ormai maturata dalla prova, un giorno la nostra Santa aveva detto: “L’esercizio della carità non è altro che, a guisa di Dio, darsi al prossimo” (PR2, 176). Una affermazione davanti alla quale cadono le barriere sempre un po’ artificiose tra vita contemplativa e vita attiva, tra preghiera e opere di carità. Proprio sul finire della Probatione, ella aveva avuto delle luci su quella che avrebbe dovuto essere la fisionomia di coloro che vivevano in quell’abitacolo di Maria, come lei chiamava il suo Carmelo. Così aveva abbozzato un ideale di monaca tutto improntato alla figura di Caterina da Siena, la grande santa che si era consumata tra l’amore a Cristo e quello alla Chiesa. E poi, come per spiegare meglio aggiungeva: “perché non si deve fare sempre Maria e neppure sempre Marta” (PR1, 259). Il riferimento alle due figure rappresentative l’una della vita contemplativa e l’altra della vita attiva, ritorna in modo ancor più esplicito in una estasi dell’aprile 1592: “Ecco il canto che Caterina santa m’insegna a cantare dopo questa seconda vittoria contro l’amor proprio: Nos ad maiorem vocati sumus. Noi siamo chiamati a una maggior vita, la quale non è quella di Marta né di Maria separate, perché nella carità si contiene l’una e l’altra insieme” (PR2, 177). E dopo un silenzio, una stupenda intuizione che identifica la carità con la vita: “La stessa carità è la vita”. Come dire che solo chi ama vive veramente. Per questo la fede senza le opere è morta Come pure le opere senza la carità non valgono nulla. E poi spiegava: “La vita alla quale noi siam chiamate è la maggiore. Questa vita è la carità, che è maggiore di tutte le altre virtù: Ecce quam bonum et quam iucundum habitare fratres in unum. La carità è quella che abbraccia ogni cosa in unione. Stiamo in unione, facciamo professione di unione, e conversiamo in unione (PR2, 178). E’ ovvio il rimando a quell’amarsi insieme che costituiva l’aspirazione fondamentale della sua anima conformata alla carità divina. La nostra Santa era convinta che nella vita cristiana non basta “gustare Dio in sé”, ma occorre darsi da fare per “condurre molte anime a Dio, perché da molti sia gustato ed amato” (PR1, 259). Dopo la sua rinascita come nuova creatura, ella fu tutta impegnata nell’incarico di formare le giovani a lei affidate. Fin dai primi anni di vita monastica, era stata di aiuto accanto a suor Vangelista del Giocondo; poi, a partire dal 1595, fu dapprima maestra delle giovani e nei trienni successivi delle novizie. Un incarico che portò avanti fino a quando le forze glielo permisero. Suor Maria Pacifica parlava del suo compito di formatrice in questi termini: “La conversazione sua con le novizie è di tanta benignità, carità e affabilità che par più loro sorella e compagna che maestra” (PR1, 228). Di qui la “sororità” – l’espressione è di Divo Barsotti – che ha caratterizzato il modo di relazionarsi di Maria Maddalena, con un amore che era unico verso ciascuna persona: il Signore le aveva chiesto di avere tanti occhi quante erano le anime che venivano a lei affidate. Anche se la sua persona era destinata ad incidere sul rinnovamento di quel monastero, la sua fisionomia è stata sempre più quella di sorella che di madre. Ella sentiva di dover formare un cuor solo e un’anima sola con le sue sorelle. Era stato questo, del resto, il programma della primitiva comunità cristiana (At 4, 32) a cui si è ispirata fin dalle sue origini la vita monastica. Con una originale e suggestiva intuizione la nostra Santa ci riporta alla radice di quella che oggi chiameremmo solidarietà offrendone una spiegazione realistica: “E perché difficilmente possiamo avere in noi questo amore del prossimo, non ha voluto dare Jesu tutte le virtù a una creatura, acciò che per necessità ricorriamo l’uno all’altro, per il quale benefizio si genera l’amore, e così ci veniamo ad amare l’un l’altro almeno per necessità” (CO1, 279). Anche Maria Maddalena ha conosciuto i momenti duri del vivere insieme, in un ambiente costituito da circa ottanta monache di diversa età e provenienza. Ma è stata sempre guidata da quella luce che non poneva divisione tra l’amore di Dio e quello del prossimo. Era come abbagliata dal contenuto di quello che Gesù aveva chiamato il comandamento nuovo (Gv 13, 34) e che lei citava in latino nel suo parlare estatico: “Cantate Domino canticum novum. Mandatum novum do vobis: Questo è il canto nuovo. Che altro si contiene in questo mandato che amore e carità? A tale che io posso dire che queste son parole d’amore: Mandatum novum do vobis. Che noi amiamo gli altri, creati d’amore, come li ha amati l’amore che è il mio Verbo. Dice come ho amato voi, perché ci amò in atto d’amore, in atto di misericordia, di mansuetudine e di compassione” (PR2, 181) Eravamo ancora nella stagione dei Colloqui, quando la giovane novizia cominciava a percepire che l’amore allarga gli spazi del cuore: “Se la carità si deve dilatare, bisogna che io mi dilati” (CO1, 335). Su questa linea, si è sempre aperta all’accoglienza verso quanti andavano a cercarla anche dall’esterno. Come testimoniano le sue lettere, intrattenne rapporti amichevoli anche con Maria de’ Medici, la futura regina di Francia, la quale si raccomandava alle preghiere dell’antica compagna per avere eredi al trono. Mentre parlano della sua apertura alla realtà della Chiesa fiorentina gli incontri che ebbe con il beato Ippolito Galantini, il laico catechista il cui cuore si conserva tuttora presso il monastero della nostra Santa, a Careggi. Fra le intuizione che ella ha avuto nei Giorni dello Spirito Santo, ne troviamo alcune che testimoniano a quale livello anche operativo la carità porti la persona che se ne lascia rivestire: “Vestasi l’anima di carità e potrà ogni cosa” (RE, 181). Questo sia nel senso di dominare il male, sia nel senso di acquisire dei poteri che vengono dal suo esser diventata partecipe della vita divina: “L’anima trasformata può presso Dio quanto può l’umanità del Verbo” (RE, 173). E con il Verbo la persona viene a condividere la stessa funzione di mandare lo Spirito Santo: “Anche l’anima lo manda insieme al Verbo quando attraendo lo Spirito in sé, lo va poi infondendo nelle altre creature che sono atte a riceverlo” (RE, 266). Si tratta di facoltà profondamente mistiche, che tuttavia vengono immesse nella quotidianità della vita: una vita tutta a livello dello Spirito dove è la stessa carità divina che agisce. San Giovanni della Croce aveva detto come un attimo di amore puro possa valere più di tante opere insieme. Ora la carmelitana fiorentina non rinnega certo quella affermazione, ma sembra voler portare quell’amor puro nel circolo della vita perché questa fiorisca a misura di Dio. Forse è stata proprio una concretezza tutta femminile quella che è riuscita a conciliare sempre nella nostra Santa la dedizione a Dio e quella al prossimo, fin da quando era bambina. Del resto anche l’altra grande mistica carmelitana, Teresa d’Avila, parlando dell’anima che ritrova la propria armonia dopo le dure purificazioni, si esprime con questa immagine : “Ora Marta e Maria vanno d’accordo” (Pensieri sull’amore di Dio, VII, 3).
Ad immagine di Dio che si comunica, suor Maria Maddalena aveva un’idea della persona umana come di creatura chiamata ad aprirsi alle altre creature in un giro vitale di comunicazione. “S’aperse in nuovi amor l’eterno amore”, aveva scritto Dante (Paradiso XXIX, 18). E tutta la prima teologia dei Padri, in particolare quella di sant’Ireneo, parla di Dio che plasmò Adamo ed Eva a propria immagine non perché ne avesse bisogno, ma per avere qualcuno su cui effondere i suoi benefici. E’ la concezione di un Dio che ha creato l’uomo per ricolmarlo dei suoi doni, concezione espressa dalla nostra Santa attraverso un racconto che esce dalla bocca stessa dell’eterno Padre all’inizio dei Giorni dello Spirito Santo: “Essendo io, Dio, comunicabile per me stesso e non trovando chi fosse capace di poter ricevere tal comunicazione, deliberammo di creare il già concepito uomo a nostra immagine e similitudine. Mostrammo in questo il maggior amore che si potesse mostrare col dare a lui la nostra stessa immagine e similitudine, non avendo fatto ciò in nessuna delle altre creature. E così fu creata una nuova trinità” (RE, 77). Come l’amore e la purità fanno parte dell’essere di Dio, così pure la comunicazione. “E che comunichi?” – chiede la Santa al Verbo. Quindi prosegue: “Comunichi te stesso a chi contempla. E a che fine ti comunichi? Perché il comunicante si comunichi; e ti comunichi tanto, come dicesti tu, che tutto quello che t’aveva fatto noto il Padre lo hai fatto noto a noi. E lo hai fatto in un modo così interiore e occulto che solo tu e chi lo gusta lo intende” (CO2, 191). Ma c’è tutto il mistero del rifiuto da parte della creatura, nonostante l’essere comunicativo di Dio sia simile a quell’albero chiamato abete, che tanto spande i suoi rami da far ombra per tutti. “Così tu ancora, Verbo, spandi a ognuno i rami della tua comunicazione, ma ognuno non viene a riposarsi sotto la tua ombra” (CO2, 193). Di qui la preghiera che quei rami si allarghino ancora di più, anche se rimane purtroppo vero che il Verbo “comunica se stesso non conosciuto, non cercato, non amato e non posseduto!”. E’ l’assurdo che ha segnato profondamente tutta l’esistenza della grande estatica fiorentina. In lei sì che diventa possibile riconoscere l’immagine della creatura “trinità creata”: tutto nella sua persona diventava partecipazione, anche i fenomeni soprannaturali che ella viveva coinvolgendo l’ambiente monastico. Ed era proprio dal suo sposo Verbo che attingeva la sua vitalità: “Come il Verbo è comunicante – ed è tanto comunicante che non ha nulla in se stesso che non comunichi – così l’anima è comunicante per grazia. Comunica tutti i doni e le grazie a lei conferiti, col desiderio di comunicare l’anima e il corpo suo per la salute dei prossimi. Questo è un effetto che fa la grazia nell’anima. L’altro effetto è una saporosa carità che la fa stare in Dio e Dio in lei… Questa saporosa carità fa comunicare Dio alla creatura, e la creatura al suo prossimo” (RE, 108-109). Non era ancora ventenne suor Maria Maddalena quando intuiva quelle verità che sono alla base della struttura umana, così come è stata voluta da Dio; intuizioni che costituiscono una vera e propria antropologia cristiana. La persona è equilibrata quando sa comunicare e rapportarsi agli altri in modo costruttivo. Ed è tanto importante questo esser capaci di comunicazione che diventa un test per misurare l’autenticità del rapporto che si ha con Dio stesso: “Se una persona vuol vedere quanto Dio si compiace in lei, guardi quanto è comunicativa, dico tanto dei beni spirituali come ancora dei temporali, tanto di quelli che possiede quanto di quelli che desidera, tanto di quelli che capisce e vede, quanto di quelli che non vede ma li tiene per fede” (RE, 284-285). Come sposa del Verbo, la carmelitana fiorentina non voleva esser da meno delle spose di questo mondo, le quali fanno di tutto per assomigliare al loro sposo e si sforzano di intendere la sua volontà – così scriveva a santa Caterina de’ Ricci in una delle lettere in vista del rinnovamento della Chiesa. E poi proseguiva: “Per non stare ad enumerare tutti gli attributi di Dio, verrò a quello da me tanto desiderato: se Dio è comunicativo, dobbiamo anche noi essere comunicative nel comunicare le luci che Dio ci comunica, soprattutto quelle che possono aiutare a ricondurre a lui le sue creature” (RC, 108). L’urgenza di comunicare richiama l’immagine della giovane monaca che, raggiunta ormai una maturità umana e spirituale, chiamava ogni anima ad amare l’Amore: “Poi si rizzò a volo e andò correndo per tutto l’orto e quasi per tutto il convento, e diceva che andava cercando anime che conoscessero e amassero l’Amore… si appiccò poi alle campane e campanuzzi, e sonava gridando ad alta voce: Ad amare, anime, venite ad amar l’Amore da cui siete tanto amate” (PR2, 189). La coscienza di un Dio morto per amore faceva sussultare suor Maria Maddalena, che non si dava pace. Per lei conoscere era comunicare. Fin da bambina aveva sentito il bisogno di partecipare la verità che aveva conosciuto. E lo faceva per amore. Si può dire che nella sua persona la dimensione missionaria della vita cristiana fosse innata: il pensiero da lei sviluppato si “Dio comunicativo” ce ne dà la ragione. Non esiste un conoscere Dio senza diventare come lui chiama ad essere; né un amarlo in modo astratto e sentimentale. Nella sua condizione di donna e di claustrale, la nostra Santa deve essersi sentita in qualche modo limitata: “L’operazione non è in mia libertà, ma lo è l’amore e il desiderio” (CO2, 36). Questo l’ha portata a comunicare molto attraverso lo spirito: non solo con le creature della terra ma anche con i santi del Cielo, in particolare con quelli di cui era più devota, come il “babbone” sant’Agostino e santa Caterina da Siena, da lei sempre considerata come modello di vita per sé e per le monache di quel Carmelo. A questo punto, dobbiamo dire che l’esperienza mistica ha portato la giovane carmelitana ad affermazioni che possono apparire quasi sconcertanti per la loro arditezza. Come la Trinità eterna ha mandato il Verbo ad incarnarsi per recuperare l’uomo dal peccato e in qualche modo ricrearlo, così pure deve fare l’anima. Ma non potendo questa ricreare l’uomo, ricrea Dio in quelle anime che lo hanno perduto (cfr. RE, 286). E’ una attività che rende la persona umana partecipe della creatività divina. Come quando, insieme a Cristo Signore, manda lo Spirito Santo: “Anche l’anima lo manda insieme al Verbo quando aspirando e attraendo lo Spirito in sé, lo va poi infondendo e inspirando nelle altre creature che sono atte a riceverlo” (RE, 266). La persona, immessa nel circolo della Trinità, fa le stesse cose che fa Dio. Mentre l’esistenza della nostra Santa è rimasta sempre circoscritta nell’ambito del Carmelo di Santa Maria degli Angeli, lo spirito di lei ha spaziato fino a raggiungere, per quanto possibile, tutta l’umanità e vivificarla con lo Spirito di Dio. E’ questa, del resto, la funzione fondamentale della vita contemplativa: una preghiera che mentre adora e rende grazie al Signore, effonde sui fratelli vita divina. Ed è una funzione che continua anche nella vita eterna, come tanti santi hanno lasciato intendere prima di lasciare questo mondo. Oggi ce lo ricorda anche il magistero di Benedetto XVI: “Alla vita dei Santi non appartiene solo la loro biografia terrena, ma anche il loro vivere ed operare in Dio dopo la morte. Nei Santi diventa ovvio: chi va verso Dio non si allontana dagli uomini, ma si rende invece ad essi veramente vicino. In nessuno lo vediamo meglio che in Maria” (Deus charitas est, n. 42). Ed anche noi che ci accostiamo alla figura di santa Maria Maddalena de’ Pazzi, la sentiamo viva attraverso quella sua particolare capacità di “esser comunicativa”, che è tutt’uno con il vivere nel circolo dell’amore trinitario, per unione e per partecipazione. Viva non solo per l’ambito monastico e carmelitano, ma per chiunque le si faccia vicino.
Nel pensiero di Maria Maddalena de’ Pazzi la centralità data al mistero dell’incarnazione ha concorso a fare di Maria la figura di riferimento di tutta la fede cristiana. E’ stato Dio che ha voluto coinvolgerla come Madre nel mistero della salvezza. Accanto a questo, c’è da dire che i primi eremiti del Monte Carmelo hanno fatto riferimento a Maria come sorella nel loro impegno a vivere “in ossequio di Gesù Cristo”: Fratelli della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo. In tal modo la contemplazione della grande estatica da un lato ripresenta la realtà di Maria nei diversi momenti della sua esistenza, dall’altro lato fa di lei il modello della vita carmelitana. La grandezza della Madre ha inizio dal suo immacolato concepimento, grazie ad una gratuita partecipazione all’ “essere di purità” che è Dio (CO1, 276). Di qui la realistica e suggestiva immagine del Verbo che assume la sua umanità dai “purissimi sangui di Maria” (RE, 162). A riguardo di questo evento, troviamo una sorta di sollecitazione perché Maria perché pronunci il suo sì, che richiama il noto passo di san Bernardo: “Orsù Maria, dà questa risposta. Tutto il trono della Santissima Trinità aspetta questo tuo consenso. O Maria, tutti i cori degli Angeli aspettano questa tua risposta. O Maria, dà ormai il tuo consenso. Tu non conosci uomo, e conoscerai il Dio fatto uomo” (CO1, 275). Come nel giorno dell’annunciazione, Maria ha ripetuto il suo sì in ogni evento della vita del Figlio, partecipandovi intensamente. Tale l’ha contemplata la nostra Santa ad ogni passo della sua esperienza mistica, quando anche le sue parole diventavano esaltazione di Maria “sazietà della Santissima Trinità” e “mira dei profeti” (PR1, 144). Ella è stata la mediatrice di quella nuova creazione in cui l’uomo ha ricevuto più di quanto fosse nel primitivo disegno: “E tutti questi doni e grazie la creatura li ha avuti e conseguiti mediante Maria, essendo lei stata mezzana di questa ricreazione fatta dal mio Verbo. Anche se prima che esso assumesse da Maria l’umanità, e patisse e morisse in essa, vi volevo dare la gloria, sì; e se Adamo non peccava, vi avrei menato in Paradiso, sì; e il Verbo si sarebbe incarnato, sì; ma non sarebbe stato trionfatore, ma glorificatore. E la gloria che vi avrei data sarebbe stata in parte da voi, dato che vi sareste mantenuti in quella purità nella quale io vi avevo creati” (RE, 86). La persona di Maria viene a trovarsi al cuore della teologia dell’incarnazione, dove la Santa ha affondato il suo pensiero di donna innamorata con sorprendente acutezza speculativa. E’ proprio il caso di ripeterlo: è il cuore che vede. Nasce così quella mistica oggettiva di cui si parla a proposito della carmelitana fiorentina, a differenza della mistica psicologica propria di Teresa d’Avila e Giovanni della Croce. Ella ha spaziato nel mistero di Dio, al di là di quelle che sono le ripercussioni dell’esperienza divina sulla psicologia umana. Quando suor Maria Maddalena riviveva misticamente i misteri del Figlio, la Madre era sempre presente. E quando, nella solennità dell’assunzione, si faceva gran festa in monastero, il suo spirito si accendeva del desiderio di salire al Cielo con Maria. La più bella di queste contemplazioni è quella del 15 agosto 1593, nel corso della quale si intreccia la visione della gloria in cui viene assunta Maria con l’ascesa dell’anima, in particolare dell’anima consacrata, verso la stessa gloria, seguendo le sue vestigia: “O Maria, o Maria, o amorosa Maria! Sei assunta in cielo perché seguiamo le tue vestigia in terra. Quanto sei, Maria, gloriosa, o gloriosa Maria!” (PR2, 201). Dalla contemplazione di questa gloria nasce poi l’immagine di Maria come fonte: “Maria è quella fonte segnata con il sigillo immacolato del Verbo eterno, e con ciò si dichiara vergine e Madre, madre e vergine! Compiacimento della Santissima Trinità. Va irrigando questo fonte tutto il cielo, fruttificando nella terra, letificando gli angeli e refrigerando le anime del purgatorio. Vorrebbe che ciascun’anima divenisse una fonte segnata col sigillo della perfetta immagine di Dio, e col carattere delle piaghe del Verbo” (PR2, 202). E’ con questo segno che si diventa uomo perfetto e Dio per partecipazione. Man mano che ci si addentra in questa contemplazione il linguaggio dell’estatica si fa più teologico, fino ad affermazioni audaci: “In Maria è incluso lo stesso Dio, tutto il cielo e tutte le creature; mediante il sangue tratto da Maria è salvato tutto il mondo. E se non era Maria, per me non era Paradiso. Se non era Maria, per me non era Dio… In Maria è tutto Dio” (PR2, 202). La presenza del Verbo nel suo seno verginale rendeva presente in lei tutta la Trinità. Maria, come è stata madre alla nascita del Verbo nel tempo, così è madre alla nascita della Chiesa, mentre attendeva lo Spirito insieme con gli apostoli. La sua maternità genera Cristo in tutti i membri della Chiesa sposa: ella dà il “medesimo latte che dette allo Sposo” (PR2, 266); introduce nei segreti della vita cristiana e, dopo averlo preparato, è presente allo sposalizio tra lo sposo Verbo e la sposa anima. E’ compito di Maria anche quello di riflettere nel suo volto quello del Figlio, per farlo conoscere meglio a tutte le creature. Una intuizione stupenda che richiama l’immagine della “figlia di Sion” che cammina “innanzi al peregrinante popolo di Dio quale segno di sicura speranza e consolazione” (LG, n. 68). Dobbiamo ancora dire che la Madre di Dio è presente allo sguardo di suor Maria Maddalena come colei che anima e modella il suo vivere. Il monastero, dedicato a Santa Maria degli Angeli, era da lei considerato come “l’abitacolo di Maria”, dove le monache portavano avanti lo spirito dei primi eremiti carmelitani la cui radice profetica è visceralmente congiunta con la fisionomia mariana del loro ideale. In tal modo Maria viene ad essere la “stella” che orienta il loro cammino: “Come i Magi furono guidati dalla stella, così noi quaggiù dalla stella Maria” (CO1, 355). Tutti gli ordini religiosi hanno un fondatore, un “sole” a cui guardare. Per lo più si tratta di un santo o di una santa che con il loro carisma continuano a generare vita nello spirito di quanti si fanno loro seguaci. “Ma per noi – diceva suor Maria Maddalena alle sorelle – il nostro sole è Maria” (CO 1, 360). Come il sole, le illumina e riscalda la terra del loro cuore con l’amore di Dio, “facendolo germinare e produrre fuori frutti di buone opere e ancora fiori di santi desideri e di sante v |