[Secondo libro dei manoscritti originali]
[Prima parte: 25.12.1584-26.04.1585]
Numerazione delle pagine secondo l'edizione stampata:
I colloqui (parte prima).
Ed. p. Claudio Maria Catena, in: Santa Maria Maddalena de' Pazzi, Tutte le opere [...] dai manoscritti originali. Ed. p. Fulvio Nardoni. Vol. II. Firenze: Centro Internazionale del Libro 1961.
Indice generale
Libro secondo dj Colloquij
Arch. Mon. Careggi, Serie I, Pal. II, 43 (ff. 1-421)
//47// YHS
Spiritus Sancti gratia illuminet sensus et corda nosta
[//48//]
//49// Libro Secondo dj Colloquij
[Presentazione della redattora principale Suor Maria Maddalena Mori]
In questo libro si conteranno più revelatione, o vero intendimenti, quali s'è degnato per suo bontà infinita il' Signore manifestare in astrattione di mente, questo Anno 1584 alla sua diletta Sposa Suor Maria Maddalena, figliuola di M[esser] Cammillo de' Pazzi, e Monacha nel' nostro Monastero di Santa Maria delli Angeli da San Fridiano.
E' si domanda Libro di Colloquii, pero che essa poi conferiva tutto quello, che in esse revelatione haveva inteso, a modo di santo colloquio alla M. Suor Evangelista del' Giocondo (1), al' presente Maestra di Novitie e sua, sendo essa ancor novitia, d'età circa venti anni, et a me Suor Maria Maddalena Mori Camarlinga (2); che con la medesima obedientia ho scritto fedelmente, e scriverrò di mano in mano tutto quello che essa con la propria bocca, mi ha detto, e mi dirà, a laude e honor di Dio, e consolatione dell'Anime desiderose del' bene, e che grandemente amono legarsi con il' dolce Amor Jesu, per unione di puro amore.
Nota:
(1) La stessa Suor Evangelista del Giocondo racconta: "testifico come la [...] R.da Madre Suor Maria Maddalena Mori [...] scrisse per conmessione del R.do Padre Confessoro Messer Agostino Campi [...] gran parte de' ratti [...] che si contengono in questo presente libro, cioè quelli che non sono dettati in ratto, ma che secretamente gli comunicava il Signore, e da lei per obbedientia del sopradetto Padre erano riferiti alla sopradetta Madre Suor Maria Maddalena Mori, e a me ancora [...]. E confesso che quando la chiamavo per andare a fare questa obbedientia, con mia licentia se n'andava prima avanti il suo Crocifisso e, inginocchiata per breve spatio, quasi sempre se ne partiva lacrimando [cf. S. Teresa d'Avila, Vida 23,11s] per la pena che sentiva di havere a conferire li doni e gratie che il' Signore gli comunicava; e nel referire si portava con tanta humiltà, subietione e mansuetudine che ci era di grandissima edificatione, anzi restavamo confuse e attonite si della grandezza de' doni e gratie divine comunicati da Dio benedetto a questa anima, come della sua profonda humiltà, prudentia e ardente amore di Dio e del prossimo con cui li conservava in se. E confesso per gloria di Dio, che sempre che gli parlavo mi sentivo nel cuore nuovo accendimento al bene" (Attestazioni, 20 agosto 1607, in: III 414).
* Dopo il 24 marzo 1585 (25º colloquio), i colloqui furono arricchiti anche con la trascrizione diretta delle parole pronunciate in estasi, nella quale diverse suore aiutarono Suor Maria Maddalena Mori (cf. p. 269) e dopo il 17 aprile (35º colloquio) la ripresa diretta diventa il metodo preferito.
(2) Sentiamo ancora il testimonio di Suor Vangelista del Giocondo: "è vero che il Padre Messer Agostino Campi nostro confessoro havendo da me et dall'altre monache inteso li spessi estasi che haveva Suor Maria Maddalena dopo che ella hebbe fatto la Professione che fu dell'anno 1584 li commesse et li fece commettere a me, che per obbedienza riferissi tutto ciò che in vita sua et particolarmente ne i rapti gl'ocorreva, et che da Dio intendeva, et gl'era revelato a me et a Suor Maria Maddalena Mori hoggi defunta, et quando io disse a Suor Maria Maddalena tal Commessione che io havevo havuto dal Padre et gli comandai per obbedienza che tutte le predette cose conferissi meco et con detta suor Maria Maddalena Mori, cominciò dirottamente à piangere dolendosi di havere a essere stimata et reputata quello che teneva non essere, ma perché era obbedientissima [...] se bene si sentiva gran' repugnanza particolarmente quando haveva a scoprire cose che denotassino sue virtù ad ogni modo con molta humiltà (se bene con lacrime) il tutti sempre ci riferì, si che non passava estasi ne gli occorreva cosa alcuna che ella non ci conferissi et dicessi; et detta suor Maria Maddalena Mori et io lo scrivevamo se bene io scrissi poche cose perché essendo molto occupata nelli offizi del monasterio non potevo attendere a scrivere non havendo anco gran pratica nello scrivere ma detti Commessione a suor Maria Pacifica del Tovaglia che le scrivessi lei facendomele riferire alla sua presenza a detta suor Maria Pacifica del Tovaglia per esser compagna di detta Suor Maria Maddalena, et stare sempre seco scriveva et notava non solo quello che detta suor Maria Maddalena ci riferiva esserli seguito ma ancora quello che essa operava et vedeva che gl'occorreva di continuo et particolarmente stava assistente a' rapti et scriveva quello che in essi detta suor Maria Maddalena diceva" (Processus ff. 128s).
[1584]
//51// Primo Colloquio
Sit nomen Domini benedictum
Martedì addì primo di Gennaio 1584 [1585], che era la festa del' S.mo Nome di Jesu, ci congregamo insieme, in esso Santo Nome, con la diletta Anima.
[Natale, 25 dicembre]
Et doppo alcuni santi ragionamenti, gli cominciamo a domandare quello ch'el' Signore s'era degnato comunicarli la notte del' Santo Natale di Jesu [25 dicembre], havendola vista stare rapita in spirito presso a' quattro hore; che cominciò alla Messa cantando, e durò sino all'undici hore sonate, che non si mosse mai.
Onde ella ci disse che di quello haveva havuto in questo ratto, poco, o non punto ne poteva dire, sendo che stette sempre nella consideratione della immensa bontà e chiarità di Dio, che si fussi degnato di volere unirsi con noi, cominciando con quelle parole di San Giovanni: Et Verbum Caro factum est (Jo. 1,14), e quell'altre: In principio erat Verbum, et Verbum erat apud Deum (Jo.1,1).
Et qui ci disse che vedeva in che modo questo Divin Verbo procedeva dal' Padre; et come descendeva, e si univa con noi e habitavit in nobis (Jo. 1,14); et l'utilità grande che n'ha conseguito l'humana natura. Ma diceva:
//52// "Vedete, io non ve lo saprei dire, che non posso esprimere quello che all'hora intendevo, vedevo, e sentivo".
Et così ancora nel' medesimo colloquio ci riferì, come la sera di Santo Stefano [26 dicembre], che il' giorno sequente veniva la festa di San Giovanni Evangelista, disse a una sua compagna:
"Facciamo sorella di havere intentione, che tutte le parole diremo domattina nel' Santo Mattutino di questo glorioso Santo, sieno per honorarlo, vestirlo, e adornarlo, acciò che poi adorni noi delle suo virtù per prepararci alla S.ma Comunione".
Onde stando essa la mattina [27 dicembre] in oratione mentale doppo il' Mattutino, gli apparve avanti gli occhi della mente sua il' detto San Giovanni, e gli disse:
"Se bene tu non hai detto il' mio Mattutino con quell'intentione di vestirmi, e adornarmi come hieri sera insegnasti, a quella tuo compagna, non dimeno per quella charità che tu gli facesti insegnandogli quel bene, sappi che m'e stato grandemente accetto. Et ti voglio in ricompensa di ciò insegnare tre particulare virtù che erano in me, acciò che tu et l'altre l'essercitiate in mia immitatione; et sono queste: l'humiltà, la purità e l'amore, quale mi feciono esser tanto grato e accetto a Jesu, che sono domandato il suo Diletto".
"Della purità, disse questa benedetta Anima, mi pareva intendere che tutte l'havessimo, ma in alcune era alquanto obbumbrata, et senza ornamento nessuno, non havendo, e non si essercitando nell'altre virtù, e massimo nelle dua che ti ho detto dell'humiltà e amore, pero che poco piace a Jesu la verginità, senza l'humiltà e il santo amore. Et saranno nell'Inferno molte che haranno havuto in loro la virginità; ma non già in Paradiso ne sara nessuna senza l'humiltà e senza l'amore".
Et a me disse che Jesu in questa suo festa, per quel legamento che esso San Giovanni haveva havuto con Jesu, per la santa purità che si domandava il' suo Diletto.
//53// Gli haveva riconfirmato quel legamento, in tal mattina, che fece con lei la mattina quando fece la sua Santa Professione [27 maggio: cf. I 97ss].
"Et dell'humiltà (disse lei), mi disse esso San Giovanni, che alcune creature cercavono di haverla da lor medesime senza volersi humiliare a Dio, et alle creature, et che queste mai la conseguirebbono. Altre poi si sottomettevono a Dio obedendo alli sua precetti, et comandamenti, ma non volevono humiliarsi e sottomettersi alle creature per amor di Dio; et questi se bene in qual' che parte l'havevono, non dimeno era come se fussino vestiti d'una veste molto stracciata et mal condotta, però che la dilaniavono, et stracciavono. Altri poi cercavono di haverla, con sottomettersi a Dio e alle creature, et la domandavano nell'oratione. Et questi interamente la conseguivano, ma non però ancora era della perfetta, però che sino che non si viene a quello abbassamento di conoscersi niente, come in vero siamo, non possiamo havere essa santa humiltà in quel perfetto modo che si deve".
Et mi disse similmente che io e ogni altra creatura, si doveva tanto abbassare se voleva esser veramente e perfettamente humile, che si sprofondassi con la mente sino nell'Inferno, e si vedessi esser peggio d'un Demonio, non dico per natura, ma per colpa, che in vero siamo quanto al nostro essere assai meno di lui, sendo che non siamo altro che un nichilo e un niente, che non è nulla. Et chi ha questa perfetta humiltà, facilmente possiede la terza virtù che è l'amore santo, però che viene in lei senza cercarlo, dependendo esso dalla santa humiltà, et con questo amore noi ci uniamo perfettamente con Dio diventando una cosa medesima con lui.
Di poi intese, che San Giovanni posandosi sul petto di Jesu gustò tanta dolcezza d'amore, et attrasse a se que' gran secreti, perché vi era il cuore di Jesu dove //54// ridondavano tutte le vene del' suo Sacratissimo Sangue, però che il' cuore attrae a se il calore del' sangue di tutto il' corpo. Così Jesu dal' suo Divino Cuore, influiva in San Giovanni suo membro mentre esso si stava a quel' modo, riposando sopra del' suo sacrato petto, onde ne attinse quella tanta sapientia, e quel così gran fuoco del' divino amore, del' quale ne riempie poi tutto il' mondo con la predicatione del' Santo Evangelio, eruttando quel' Divino Verbo conceputo, sl come poi scrisse in esso suo Santo Evangelio, mediante il' quale influi a tutti gli Eletti membri di Jesu, tutto quello che esso haveva attinto in quelsacratissimo petto, da quel' Divin Cuore di Jesu.
Qui disse si ricordò di quel detto del' Profeta ne' Salmi, cioè: Particeps ego sum omnium timentium te (Ps. 118,63), che tutti noi Christiani siamo stati fatti partecipi di quella gratia che lui hebbe, e che a noi il' petto di Jesu e stato, et è il' Santo Evangelio, però che non essendo hoggi più Jesu nel' mondo visibilmente, non possiamo far noi come San Giovanni, quale Evangelio propriamente e uscito da quel Divin Cuore di esso Amor Jesu; et che si come nel' cuore sta la vita, così nell'osservantia de' comandamenti et consigli del' Santo Evangelio sta la vita dell'anima. Nel quale Evangelio si contengono tutte le Scritture del' Vecchio e Nuovo Testamento, et le cose passate, le presente e le future' et e stato diffuso in tutte le parte del' mondo, et tutti gli Eletti di Jesu hanno sentito e sentono la virtù sua.
Doppo questo, andò alla Santa Comunione, poi alla Messa, nella quale (ci disse) stette sempre nella consideratione di queste parole:
"O abbisso di Bontà, o Amore infinito",
et altre simile.
Inoltre ci disse nel' medesimo santo ragionamento come la sera de' santi Innocentini, che fu addì 28 di //55// dicembre del' medesimo presente anno, che era venerdì, sendo essa cominciata a spogliare per andare a letto, si sentì in un subito, senza che vi pensassi, chiamare dal dolce Amor Jesu con quelle medesime parole che e solito di dirli le più volte:
"Figliuolina mia, Io voglio un poco hora dilettarmi con teco";
del' che essa molto meravigliandosi, per consideratione della sua gran viltà e bassezza, esso Amore intendendola gli disse:
"Non ti maravigliare di questo, però che sendo hoggi quel dì, nel' quale io volsi spargere tanto Sangue per amor delle creature, voglio hora con questo amore tirar te mia creatura ad me ipsum. Sai che io dissi che quando sarei in Croce tirerei ogni cosa a me: Omnia traham ad me ipsum (Jo. 12,32); et quell'altro: Et delitiae meae esse cum filiis hominum (Prov. 8,31).
"Et però mi voglio hora Sposa mia dilettar con teco".
"Et in un subito (disse lei) mi venne in mente quelle parole dell'Apocalisse che si erano lette nell'Epistola la mattina alla Messa di essi Santi Innocenti: Hi sunt qui cum mulieribus non sunt coinquinati, Virgines enim sunt; hi sequuntur Agnum quocumque ierit (Apoc. 14,4). Et quell'altre: Sine macula enim sunt ante thronum Dei, et cantabant quasi canticum novum ante sedem Dei. Et nemo poterat dicere illum, nisi illa centum quadraginta quatuor millia (Apoc. 3-5).
"Et mi era fatto vedere con li occhi della mente tutti quelli Santi Innocentini circundati da un candore molto lucido e splendente, tanto grande che non gli posso dar similitudine.
"Et mi pareva sentire che Jesu mi dicessi che tutte noi Monache di questo Monasterio andavamo seguitando l'Agnello con questi Innocentini, per esser noi in questo stato della verginità, e gli eramo //56// molto grate e accette, et perciò si dilettava tanto volentieri in noi, et ci amava.
"Vedevo quivi in quello stante tutte le Suore circundate ancor loro da quella bianchezza, et da molto splendore, si come essi santi Innocentini, ma bene chi più, e chi manco, sendocene alcune che havevono quella biancheza così alquanto oscurata, sapete come quando la luce del' sole e così un poco ricoperta dalle nugole che non può mandar fuori quelli suoi belli e risplendenti razzi, sendo impedito da esse nugole, di modo che Jesu non si poteva compiacere, et dilettare in loro come desiderava".
"Et intese che di quella oscurità in tutte ne era un poca, per questo che non havevamo in tutte le nostre opere, così come dovevamo, quella pura intentione di piacere a Dio solo, e di honorarlo, et che le facevamo molto accaso.
"Et mi diceva ancor poi Jesu, che eramo simili a essi Innocentini ancora nel' martirio, però che il' giogo della Religione ancor che sia suave alli amatori, non dimeno è come un glorioso martirio a tutti, patendosi assai chi vuol mantenere quella dritta purità della santa Osservanza, così de santi Voti come di tutte l'altre institutione regolare. Et che se bene essi Innocenti, ci erano superiori per haver essi dato la vita per Jesu, e noi no, non dimeno per non essere il' lor martirio volontario, non havendo ancora l'uso del' libero albitrio, e passato via presto, gli pareggiavamo noi per essere il' nostro martirio molto lungo et preso, e patito volontario solo per amor di Dio, e per più piacergli. Et per questo gli eramo grate, et si compiaceva esso Amor Jesu, così in noi come in loro, ma più e meno secondo che facevamo tutte le cose della santa Religione con affettione, consideratione e amore. Et nello spargimento che essi feciono del' lor proprio sangue, si compiaceva Jesu in //57// noi come in loro, quando gli offerivamo il' Sangue che sparse nella sua S.ma Passione per i peccatori; et che se bene venissi offerto in vano per alcuni, dico che loro non meritassino riceverlo, cioè il' frutto di esso, non si convertendo e lassino il' peccato, non dimeno, non sarebbe in vano offerto per loro che l'offerissino, traendone esse il' frutto per loro e per altri, e sarebbe loro utile e honore, sì come dice il' Profeta nel' Salmo 48: Et auxilium eorum veterascet in inferno, a gloria eorum (Ps. 48, 14). Et mi fece intendere qui Jesu, che non lo sapevo, che e' dannati nell'Infemo saranno a gloria de Beati".
Di poi ci disse ancora detta Anima che Jesu gli diceva che eramo noi ancora simile alli detti Innocentini in cantare quel nuovo cantico dinanzi alla sedia di Dio, quando in Choro cantavamo e salmeggiavamo a suo honore, con quella nuova e pura intentione, solo per suo puro honore e amore. Et che se ne dilettava tanto, quanto in quello che gli facevano in cielo gli detti Innocentini con quel cantico nuovo, che non lo potevano cantare altri che loro per amor della santa purità, e virginità e innocentia.
"Et mi allegrò (disse lei) quel verso del' Salmo 22: Rectos decet collaudatio (Ps. 32, 1!). Et che molto piaceva a Jesu la laude di questi retti, dico che fanno tutte le lor cose con quella pura intentione solo per piacere a Dio et per honorarlo".
Disse ancora che vedeva Jesu stare alla destra del' Padre con quelle sua S.me Piaghe tutte risplendente; et che in uno instante tutte ci attrasse a se, ma che alcune per humiltà si posano alli sua piedi, et questo era //58// buon numero, altre poi presso al' Costato, et altre poche ponevano la bocca a esso Costato, et ne attraevano gran suavità e dolcezza.
Doppo se gli tolse ogni cosa di vista, e se ne andò a riposare.
E nel' medesimo colloquio disse quest'altra che gli occorse la mattina di poi che fumo alli 29 detto [dicembre], sendo il' sabbato, e festa dell'Angelo Raffaello che si cantava la Messa per un obligo che habbiamo;
nella quale essa diletta Anima fu rapita al' solito suo in spirito, in questa consideratione sopra il versetto: Post partum Virgo inviolata permansisti, quale si dice hora in questo tempo alla gloriosa Vergine così spesso. Et gli fu fatto intendere come ogni volta che si dice alla Vergine dette parole, se gli rinnuova sempre quel gaudio che lei hebbe quando partori Jesu.
Et in questo sentì dire in se quelle parole della Cantica: Introduxit me Rex in cellam vinaria, et ordinavit in me Charitate (Cant. 2, 4). Et intese che questa cella vinaria fu la mente di Dio Padre dove fu introdotta la Vergine Maria, in questo luogo presa per la Sposa; et quivi in quella divina mente ordinò in lei la charità, che fu il' suo Unigenito Figliuolo, il' suo Verbo qual fece incarnare in lei.
Et qui, dice, si fermò in questa consideratione dell'unione che fece Dio con noi, per mezo della Vergine, et stette circa un' hora, o più, fuori del' sentimento, che non si mosse mai, si come e solita di fare altre volte, et massimo quando e comunicata, et in qual' che tempo segnalato, che spesse volte sta duo, o tre hore che non batte senso, et poi si risente, e va a fare gli sua esercitii che non par quella.
Ci disse similmente come hiersera [31 dicembre], che era la vigilia del' S.mo Nome di Jesu, sendo nell'oratorio delle Novitie //59// in oratione, si sentì al' solito tirare dal' Signore nella consideratione di quelle parole che si dissono nell'Evangelio della domenica passata: Puer Jesus proficiebat etate et sapientia coram Deo et hominibus (Lc. 2,52).
Et venne in gran stupore, considerando come Dio eterno, inmutabile, et infinito poteva proficere e crescere, che sempre è stato il' medesimo che è et sarà sempre. Et in nessun modo poteva esser capace di questo; onde diceva, et noi la sentimo che parlò al' quanto forte:
"O vita dell'anima mia, o tu potevi crescere in gratia, e, ah Dio mio, poi che la luce vuol che io sia tenebre, me ne contento, hor' su, vuoi che io, per questo, conosca meglio la mia incapacità".
Et stando al quanto in questa ansieta, ci disse, che si senti poi in un subito illuminare la mente, et intese che Dio immenso, il' Padre eterno, cresceva in sapientia nel' suo Unigenito Figliuolo che e la Sapientia di esso Padre.
"Pensavo poi, e dicevo (diceva essa) che sendo il' Figliuolo la seconda Persona della Trinità, uno stesso Dio col' Padre e col' lo Spirito Santo, come poteva egli crescere in gratia e sapientia?
"Intesi che esso cresceva, non in se, perché sendo Dio infinito, eterno e immenso, nòn poteva crescere, o scemare nulla di quello che era; ma che cresceva nell'agumento delle suo creature, però che sendo venuto in questo mondo per riempier quelle sedie che erano vacue in Paradiso per la caduta delli Angeli apostati, ogni volta che per la sua venuta in questo mondo, o per le sua predicatione, o sante operatione che faceva si convertivono delle creature, sempre s'accresceva a essa sapientia. Et quante più se ne convertivano a credere in lui, tanto più, crescendo il' numero delli Eletti, si accresceva a essa Sapientia.
"Et nel //60// Padre eterno, s'accresceva a essa sapientia, per il' compiacimento che ha nel' suo Figliuolo, secondo quel' detto: Hic est Filius meus dilectus in quo mihi bene complacui (Mt. 17,5).
"S'accresce ancora di continuo a essa sapientia, che sendo esso il Capo della Chiesa, et noi altri Christiani gli sua membri, quanti più di mano in mano ne viene alla fede, ne nasce, e se ne battezza, tanto se ne accresce a esso Capo che è la Sapientia di Dio. Et le vergine, cioè tutte quelle persone che si mantengono in verginità, fanno questo accrescimento a Jesu, con particular modo di contento.
"S'accresce ancor poi in Paradiso a questa sapientia di continuo, poi che esso ascese in cielo, e sta alla destra del' suo eterno Padre, quando di mano in mano, morendo delle creature se ne vanno lassù da esso in Paradiso a riempiere quelle sedie vacue, tanto che ogni volta che muore un giusto, si fa questo accrescimento a essa Sapientia.
"Et per essere esso una cosa stessa col' suo eterno Padre, s'accresce ancora a esso Padre per quel contento, o vero compiacimento, che ha in esso suo Figliuolo; et durerà questo accrescimento sino al' di del' giuditio, che sara compito il' numero delli Eletti, che sono acquisto di esso suo Figliuolo humanato, per la Passione e morte sostenne in questo mondo. Et però esso eterno Padre a dato il' giuditio a esso suo Figliuolo.
"Mi fermai qui, (disse ella) a considerare l'amor grande che Dio ha portato e porta a questa creatura, che l'a voluta tanto esaltare in esso suo Figliuolo, che ancora gli ha voluto dar la potestà di venire a giudicare il' mondo in gloria, e maiestà. Intesi che Jesu cresceva, o vero poteva crescere in gratia, per la potentia de miracoli e dell'opere grande che faceva mentre che stette in questo mondo.
//61// "Accresceva in gratia (dico) appresso gli huomini perché di molti per i miracoli grandi l'andavono seguitando, non si potendo satiare di vederlo e di stargli d'intorno; et appresso Dio in gratia e gloria, et posto alla sua destra, e datogli la potestà di fare il' giuditio.
Et molto meglio si può credere che intendessi quando era unita con Dio in questa elevatione di mente, che non sappiamo, e possiamo hora dir noi.
Et così in tutte le altre come in questa, pero che anche, come dice lei, "di molte cose che all'hora intendo non ne sono capace, et di quello che ancora sono più capace, non le posso dire come le intendo, et non le tengo così bene a mente".
Et noi poi tanto manco di lei, le possiamo et le tenghiamo a mente; pure, così balbutiendo, si scriverà in quel' miglior modo sapremo e potremo cavare da lei, con quella fedeltà, lume e gratia ci sarà concessa dal' Signore, a laude et honor suo, et consolatione delle suo creature.
Et qui daremo fine al' nostro primo colloquio.
[1585]
//62// Secondo Colloquio
Domenica sera addì 6 di Gennaio 1584 [1585], che era la solennità dell'Epifania, fatta breve oratione, cominciamo il nostro secondo colloquio.
Et prima ragionando al' quanto delle cose già dettoci, domandamo poi a essa benedetta Anima quello che gli haveva comunicato il' Signore il' passato venerdì, che fumo alli 4 del presente [gennaio].
Ci fece nel' principio un poca di moderata difficultà non gli parendo poterci dire come harebbe voluto, quello che haveva inteso, sendo materia più presto al' quanto sottile, et non l'havere essa potuta così ben comprendere (disse lei) per la mia incapacità. Pure cominciò così:
"La mattina, a buon' hora, sendo in oration mentale, vedevo Jesu con gli occhi della mente stare in anzi a Pilato, dicendogli quelle parole: Ego in hoc natus sum, et ad hoc veni in mundum, ut testimonium perhibeam veritati. Omnis qui est ex veritate audit vocem meam (Jo. 18,37).
"Havendo pure inanzi che io fussi così astratta, cominciato a pensare a questo misterio, quando Jesu era dinanzi a Pilato, et considerato quella domanda: Ergo Rex es tu (Jo. 18,37), et la risposta di Jesu, che //63// furno le dette parole: Ego in hoc natus, dalle quale parole subito fui tirata a considerare quanto veramente Dio è l'istessa Verità, che sempre ha mantenute le suo promesse, quelle che haveva fatte a' Padri antichi de Patriarci e Profeti, di mandare il' suo Figliuolo a patir per noi, e far la nostra Redentione, et che haveva adempiute tutte le lor profetie et scritture in esso suo Figliuolo.
"Et mi dilatai qui al' quanto in considerare come Dio ha voluto comunicare questa unità a noi creature tanto vile et basse, dandoci il' suo stesso Figliuolo che è l'istessa Verità, una medesima cosa con lui; che sendo la S.ma Trinità, Dio inmenso, incomprehensibile, et eterno distinto in tre persone, una stessa Unità, Verità il' Padre, Verità il' Figliuolo, et Verità lo Spirito Santo, si sia voluto venire a mescolar con noi per manifestarci questa verità che è lui stesso. Et ancora perché esso suo Unigenito Figliuolo ci manifesti la verità del Santo Evangelio, però che il' mondo inanzi che Jesu venissi era tutto in tenebre.
"Et mi sovvenne (disse lei) quel detto del' Profeta del' Salmo: Beati immaculati in via (Ps. 118,1), che si dice la mattina all'hore: In veritate tua humiliasti me (Ps. 118,75); ma mi sovveniva di scambiare: Et in veritate tua exaltasti me; parendomi che ci havessi tanto voluto esaltare in se, dico in questa verità del' suo Unigenito Figliuolo.
"Et consideravo ancor poi come è verità, in mantenere non solo a' Padri Antichi le promesse fattegli, ma ancora di mano in mano, di generatione in generatione, ha sempre mantenuto, e manterrà le promesse che ci ha fatte in questo mondo dando la suo gratia a chi la vuole, et nell'altro poi la gloria del' Paradiso.
"Et mi sovvenne di quell'altro Verso //64// di detto Salmo: In generationem et generationem veritas tua (Ps. 118,90); che a tutti quelli che sono stati, che sono, e che saranno, sarà sempre mantenuto loro le promesse da questa Verità che è lo stesso Dio".
Et simile altre cose ci disse di queste, che non le sappiamo hora così ben dire.
Poi alla Messa doppo che fu comunicata, cominciò a considerare come Dio si compiace nella creatura, in quel modo che essa creatura si compiace in esso Dio.
"Dico così, (diceva ella) che compiacendosi la creatura della grandezza di Dio, et sia lo stesso Amore, la somma Sapientia, Potentia, e Bontà, et che in esso sia ogni perfettione e ogni virtù; cioè havendo charo che in esso sia ogni bene, Dio in esso modo si compiace in lei.
"Et tanto quanto la sente in se di esso Dio, tanto esso Dio si compiace in lei, non più né meno, come dire, si compiacerà un' anima della grandezza di Dio, tanto esso Dio si compiacerà in lei quanto essa harà di quel compiacimento di quella suo grandezza.
"Un altra si compiacerà che Dio sia Amore, Dio si compiacerà in lei di quello che l'ha charo, e si compiace che sia il' sommo e perfetto Amore. Si compiacerà un' altra della sua Sapientia, e della suo Potentia. All'hora Dio si compiace di quel compiacimento che ha quell'anima che sia sapiente e potente. Et di tante quante virtù et perfettione si compiace l'anima che sieno in esso Dio, di tante esso Dio si compiace in lei. Se si compiace l'anima che in Dio sia una virtù, esso Dio si compiace in lei, in quel compiacimento che essa anima ha di quella virtù sola. Se di più virtù essa anima si compiace in Dio, et di più virtù esso Dio si compiace in lei. Dico nominatamente di tutte quelle virtù che //65// possono essere in Dio, et scambievolmente esso Dio si compiace poi nell'anima in questo modo: che infondendo in essa quella virtù la quale si compiace lei essere in Dio, gli viene grandemente simile, tanto che fa diventare un altro Dio, per participatione; et si compiace poi in lei in quel tanto, o vero in quel modo, che prima essa anima si era compiaciuta in lui, onde tanto quanto l'anima si diletta, e compiace di Dio, in Dio tanto gli piace, e gli diventa simile".
Doppo andava considerando la grandezza di Dio; et gli fu mostro all'hora esser tanto grande, immensa e infinita, che tutti e' santi che sono stati, che sono e che saranno, mai, con tutto quello che n'hanno conosciuto, o per scientia, scrittura, o revelatione havuta da esso Dio, non possono e non potranno intendere, pure quanto un granello di panico, rispetto a quello che è. Et che dico io, un granello di panico; dico un niente ch'è molto manco. Et ci diceva:
"Vedete, e me ne fu mostra tanta in quel punto di questa grandezza di Dio, che non era capace per la mia bassezza, tanto che dicevo: 'Signor mio, tenetela pure in voi, e non ne participate più tanta a me, che non ne son capace. Tenela in voi, e compiacetevi di voi stesso in voi medesimo, poi che io non ne son capace'. Et mi pareva ancora che nessun' altra creatura ne potessi esser capace".
Considerava poi in che modo Dio si poteva compiacere ne' peccatori; et intese che si compiace in loro per giustitia e per misericordia. Per misericordia quando si convertono; et per giustitia quando non vogliono lassare il' peccato; che gastigandogli poi, e punendogli per i lor peccati, dà luogo in loro alla suo giustitia. E si compiace ancora in esso modo in quelli che sono nell'Inferno, però che non da loro la pena che merita il' lor peccato interamente, usandogli misericordia, et dà luogo //66// in loro alla giustitia per le pene che sopportono secondo la conditione del' lor peccato.
Gli diceva poi il Signore:
"Et che potevo io far più figliuola mia a questa creatura? Et che può essa creatura più voler da me?". All'hora (ci disse lei) gli venne in mente di chiedergli di honorarlo e che mai fussi ingannata di queste cose che sento et veggo. Et dissi:
"Signor mio, io vi chieggo di honorarvi; et vorrei questo da voi di non esser mai ingannata di queste cose.
"Mi rispose che io non dubitassi, che non mi lasserebbe mai ingannare, et che ne darebbe lume al' Padre, et a chi tien cura di me. Et mi disse:
"Vedi, se io ne dessi lume a te, in ogni modo haresti timore. Et pero ne do e ne darò sempre lume alli altri, acciò tu stia in pace".
Ci disse ancora che la medesima mattina haveva inteso che Dio desidera, et vorrebbe dalla creatura, che lei si mantenessi in quello stato che Dio la creo, dico in quella prima innocentia che si conferisce nel' Santo Battesimo. Et questo non lo desidera punto per se, non havendo esso bisogno dei nostri beni; ma lo desidera solo per gloria di essa sua creatura, et tanto si compiace lui di essa vera gloria, e tanto la desidera, et la vorrebbe, che se potessi essere, che esso non fussi glorioso come gli e in se stesso, si contenterebbe della gloria nostra, reputando quella come la suo propria.
Stette in questa mattina in elevatione più di dua hore, et molto astratta, a quello che habbiamo potuto vedere. Et poi se ne venne dall'altre, come è solito suo di fare sempre, che è tutta allegrina, con una modestia che proprio pare un Angelo, se ne viene dove tutte siamo congregate, o lavorare, o nel' refettorio, o in altri luoghi comuni.
//67// Nel' medesimo colloquio, la medesima sera, ci disse come il' sabbato mattina inanzi [5 gennaio], sendo essa nell'oratorio delle Novitie, che si faceva a' lor Presepio l'oratione delle 40 hore, stando quivi in oratione, vedde quivi la Vergine Maria con Jesu morto in braccio, pure al' solito suo con gli occhi della mente, et non con quelli del' corpo.
Et considerando le sua sante Piaghe, le vedeva essere a modo di quattro fornace, che pareva ardessino; et erano quattro, perché tutt'a dua gli sua piedi ne facevono una. Et intese che erano come quattro sorte di fornace.
"Nella prima si mette il' ferro; nella seconda si cuoce e' sassi che poi diventono calcina et mattoni per murare, nella terza si fanno e' vetri, et nella quarta si mette l'oro.
"La prima fornace intendeva esser la piaga de' piedi, nella quale entrano e' peccatori, significati per il' ferro che e duro, il' quale quando è messo nel' fuoco, si intenerisce, et se ne fa poi quello che si vuole. Così il' peccatore, entrando in questa fornace della piagha de' piedi di Jesu, diventa tenero dalla durezza del' suo peccato, et ne ha contritione, et se ne pente, tanto che se ne può fare quello che si vuole.
"Di qui va poi alla piagha della mano sinistra, che e quella fornace dove si cuocono e' sassi, che fanno poi calcina e mattoni per murare, pero che il' peccatore quando e poi convertito, diventa calcina e mattone per accrescere all'edificio della Santa Chiesa. Et di questi ne fu uno San Paulo, e Santa Maria Maddalena.
"La piaga poi della mano destra, che è la fornace de' vetri, intese lei che vi stanno le Vergine, però che sicome il' vetro non è tanto sottile come le altre cose, ma più presto s'adopera per delettatione, et adornamento; et così le Vergine che solo sono Vergine, et non hanno né il' Martirio né altra prerogativa, non sono così utile nella Chiesa di Dio, si come i Martiri, Dottori, e Confessori, e altri Santi, ma son' bene d'un grande //68// adornamento, et di gran diletto e contento a Jesu.
"La fornace poi del' Costato, è quella dove si mette l'oro a purificare acciò diventi lucido e bello. Et qui entrano tutti quelli che sono in charità, che la charità si piglia per l'oro, dico tutti quelli che sono christiani e membri della Santa Chiesa.
"Intesi qui che l'oro s'adopera per duoi effetti particolarmente: per adornamento, e per legare le gioie.
"Per l'adornamento mi sovvenne quel' bel throno d'avorio che fece il' Re Salomone, si come si dice nella Cantica: Ferculum fecit Rex Salomon (Cant. 3,9). Che tutto l'ornò di oro: Media charitate contravit (Cant. 3,10).
"Et così che si adopera esso oro per legar le gioie, onde le gioie che non son legate vanno a gran pericolo di perdersi, et sendo legate in oro, appariscono molto più belle, e son più grate, si come quelle che son legate nelli anelli. Et così le virtù tutte vanno a gran pericolo quando non sono legate con l'oro della charità di andar male, anzi si perdono, e sendo fatte esse virtù per charità e in charità, sono molto grate a Dio e alle creature".
La medesima mattina del' sabbato, vigilia della Epifania, alli 5 di gennaio, sendo essa diletta Anima in Choro a udir la Messa, dove quasi tutte le Suore erono congregate, stando ella così davanti all'altare della cappella della Vergine, fu tirata al' solito quasi fuor de' sensi.
Et vedeva che la Vergine grandemente mostrava di desiderare di tirarci a se per adornarci per la festa della mattina seguente dell'Epifania, acciò che potessimo esser grate a Jesu, e particularmente voleva darci tre cose che gliele potessimo offerire co' tre santi Magi.
"Non dico tanto (diceva lei) che ce le volessi dare, ma si bene infondere. Et erono e' tre voti che habbiamo promesso, povertà, castità, e obedientia, quale virtù //69// (disse) che già le posedevamo, ma ci era bisogno di purificarle per le molte imperfettione che in tutte commettevomo; et desiderava essa Vergine andassimo a lei per levar via esse imperfettione, et difetti, acciò la mattina poi offerendogli a Jesu gli potessino esser grati, con rifare con nuovo proposito la nostra santa Professione".
Et vedeva che essa Vergine con grande amore ci metteva sotto il' suo mantello, ma che alcune andavono a lei al' quanto freddamente, tanto che restavono quasi fuori di esso suo mantello. Alcune altre andavono con tanto fervore, che entravono sotto esso, adentro adrento; altre più perfette nell'amore, stavono su alto presso al' suo petto; altre poi ponevono la bocca alle suo mammelle, pigliando del' suo latte con gran suavità e dolcezza. Et altre che desideravono di esser fatte pure e tutte adorne da lei, per piacere a Jesu, èssa Vergine gli lavava tutta la faccia con il' suo latte.
"O, la mostrava pur d'amarci tanto (diceva questa benedetta Anima) di modo che ancor quelle che andavono a lei così lentamente, vedevo che essa quasi pareva gli andassi incontro et se gli accostassi per mettere anco esse sotto il' suo mantello. S'apriva nelle braccia, e si dilungava per aggiugnerle, ma loro pure si discostavono, massimo dua che si stavono là molto lontane; et una di esse viddi che quasi se ne fuggiva; la prima intendevo che non si curava punto di andare a essa Vergine, ma l'altra non solo non se ne curava, ma se ne faceva beffe. Et pur la Vergine Maria la richiamava, cercando dargli de sua doni, et essa pure se ne fuggiva, e non se ne curava, di modo che la Vergine poi la lassò stare, et i doni che voleva dare a lei gli dette a un altra Suora, sorella carnale di essa".
Si fece poi intendere questo a tutt'a dua queste negligente, e se ne vedde grande emendatione. Disse //70// ancora poi essa benedetta Anima, che la Vergine gloriosa si doleva, che noi tenevomo si poso conto delli sua doni et delle gratie che Jesu ci dava, e massimo dell'obedientia, che quasi punto noi non la stimavamo non conoscendo il' valore di quella.
"Vedevo ancor poi (disse lei) che essa Vergine andava a tre altri Monasterii qui della Città (quali io conoscevo), et chiamava a se quelle Suore si come haveva fatto a noi. Ma fra tutt'a tre detti Monasterii (che son pur più assai maggior numero di noi) non aggiunsono quelle che andorno a essa Vergine a tanto numero quanto siamo noi; ma ben vedevo che quelle vi andavono, havevano molta più e con più fervor vi andavano che non havevamo fatto noi.
"Et intesi che essa gloriosa Vergine teneva un conto particulare di tutte noi, et che ci amava tanto, et molto più continuamente risguardava e vigilava sopra tutte noi che non faceva gli altri Monasterii se bene ancora a loro attendeva non mancando di risguardargli e custodirgli con la sua solita misericordia e benignità".
Stamani (dico) la mattina della Epifania [6 gennaio], che la sera poi facemo il nostro secondo colloquio, questa benedetta Anima doppo la Comunione, sendo alla Messa, fu tirata alla consideratione di quelle parole che si dicono nel' principio della Epistola, cioè: Surge illuminare Hierusalem quia venit lumen tuum, et gloria Domini super te orta est (Is. 40,1).
Intendeva per la voce che dice surge, cioè lievati su, l'unione della S.ma Trinità; illuminare, per il' lume dello Spirito Santo, et Hierusalem, per l'anima.
"E dicevo in me (diceva lei): o, e gli è vero sì che l'anima è Hierusalem, pero che Hierusalem è detta vision di pace. Et l'anima, per esser essa il' riposo di Dio, //71// ch'è quel' Re Pacifico del' quale s'e detto in questi dì passati: Rex pacificus (cf. 1 Chr. 22,9); bisogna che sia in se pacifica e quieta, acciò che esso possa bene possederla e riposarsi in lei. È detta visione di pace, perché l'anima è fatta per possedere Dio in quella vision di pace del' Paradiso, et a questo fine solo l'ha creata Dio acciò che lo possegga e fruisca, sì come ben dice Santo Agostino.
"Venit lumen tuum, dhe viene il' lume tuo, intese il' Figliuolo di Dio che venne in questo mondo per illuminare l'anime nostre, che erano nelle tenebre del' peccato.
"Et mi ricordai (disse lei) di quelle parole che esso disse: Ego sum lux mundi (Jo. 8,12), et dicevo in me: se bene lo Spirito Santo è lume, è ancora lume il' Figliuolo, perché sono una cosa medesima col' Padre eterno; et procedendo lo Spirito Santo dal' Padre e da esso Figliuolo, si può ben dire che esso Figliuolo sia la luce stessa, et che sia ancora luce lo Spirito Santo procedendo da esso, che sono una stessa Deità in Unità.
"Et gloria Domini super te orta est, questa gloria del' Signore, intendeva che era l'Unigenito Figliuolo dell'eterno Padre, che è nato in questo mondo, et che dice egli nato, et non venuto, però che a nascere bisogna prima generare; et vuol dire che questa gloria, questo Figliuol di Dio, che a noi in tempo è nato, dico in questo mondo, ab eterno fu generato dal' Padre, e continuamente lo genera, sendo appresso di lui sempre un medesimo tempo il' presente, come il passato, et futuro.
"Et mi sovvenne di quel Verso del secondo Salmo di David: Dominus dixit ad me, Filius meus est tu, Ego hodie genui te (Ps. 2,7). Vedete che dice se il' mio Figliuolo già generato, dico, generato, per esser Figliuolo: Hodie genui te, che lo genera ab eterno, l'ha generato, //72// et genera, e lo genererà sempre. Mi ricordai all'hora anco di quell'altre parole: Generationem eius quis enarrabit? (Is. 53,8) parlando qui della generatione eterna, che e questa gloria nata a noi, esso Figliuolo di Dio, e fatto huomo per noi.
"Super te orta est, a te anima vuol dire, è stata manifestata questa gloria in questo mondo per la sua Natività, se ben nascosta essa gloria sotto la nostra humanità, che non la possiamo vedere si come la è. In questo mondo la vediamo per fede come dice San Paulo: Videmus nunc per speculum in enigmate; tunc autem facie ad faciem (1 Cor. 13,12). Imparadiso poi sarà manifestata questa gloria perfethmente; hora quaggiù in questo buiore, lo vediamo sotto ombra e nascosamente, ma poi lassù ci si mostrera alla scoperta, et facie ad faciem".
Et così disse (detta Anima) che intese, et gli sovienne il sopradetto detto di San Paulo.
Intese ancora, che si come la città di Hierusalem, haveva quella bella fortezza di Sion edificata da David, su alto in quel monte, che come guardia et torre risguardava verso la città per custodirla et difenderla, l'anima presa per la detta città di Hierusalem, ha per sua fortezza e guardia la volontà, la quale come una torre e guardia, dico custodia, guarda verso lei, cioè verso tutte l'opere che fa, pero che tutto quello che la facessi senza essa volontà, non gli gioverebbe, et non gli sarebbe a merito nessuno.
"Verbi gratia, io farò le mia opere a caso, senza havere intentione di voler farle per amore e honor di Dio, o vero per utilità alcuna de prossimi, o salute mia. Queste non saranno grate a Dio, e non haverò merito nessuno, o vero poco, o meno secondo che haverò havuto intentione, e che saranno state fatte volontarie. Et //73// quell'opere che si fanno dall'anima volontariamente et solo per piacere a Dio, queste dico (diceva lei) son tanto grate, et accette al' Signore che poi quando saremo imparadiso, le racconterà una per una (per compiacimento di quell'anima che l'hara fatte) alli Angeli santi.
"Et mi sovvenne quello che e' disse nell'Evangelio: Omnis quicunque confessus fuerit me coram hominibus, et Filius hominis confitebitur eum coram Angelis Dei (Lc. 12,8). Che quelli che faranno dell'opere buone inanzi alli huomini per honorare Dio, sì come hanno fatto di molti Santi, per aiuto della Chiesa e della Santa fede, gli renderà poi Jesu questo premio di più che non tacerà mai dinanzi alli Angeli et a tutti e' Santi di raccontare l'opere buone che haranno fatte nel' mondo, acciò essi habbino sempre quel maggior contento.
"Et mi ricordai ancora all'hora di quella bella antifona che si era detta in questo advento: Propter Sion non tacebo (Is. 52,1). Dice Jesu, questo Figliuol di Dio humanato: Propter Sion, per questa buona volontà, cioè per quelle buone opere fatte dalli mia Eletti, non tacebo, cioè non tacerò di raccontarle dinanzi al' mio Padre, e dinanzi a tutto il' Paradiso, acciò che essi habbino questo compiacimento, et questo contento".
Et intese che Jesu si piglia, e si piglierà sempre in se di questo, tanto il' compiacimento ch'el' suo eterno Padre (gli pareva) che ancor esso dicessi quelle medesime parole verso di esso suo Figliuolo humanato: Propter Sion non tacebo, per questo mio Figliuolo non tacerò, dico che non resterò mai di raccontare l'opere buone, che per amore e honor suo haranno fatto gli eletti nel' mondo, vedendo quanto esso se ne gode, e il compiacimento se ne piglia, havendo esse buone opere ricevuto il' vigore da //74// quelle che fece esso mio Figliuolo nel' mondo, e della sua Passione e morte.
Et qui dice finì questa mattina la sua contemplatione et intendimento, ritornando al' sentimento corporale si come è solita. Et noi ancora finiremo qui il' nostro santo colloquio.
Sia sempre di tutto laudato, glorificato, e benedetto quello che vive et regna ne' secoli de' secoli. Amen.
//75// Terzo Colloquio
Il' giovedì che fumo alli X di Gennaio 1584 [1585], facemo al' solito il' nostro santo colloquio, e ci disse la diletta Anima come il martedì alli 8 del' presente, doppo la santa Comunione, el' Signore la tirò a se, et molto si condoleva con lei che non era pregato, per le tante offese che gli erono fatte in tutto il' mondo, et che harebbe voluto essere impedito dalli eletti, acciò non havessi a versare l'ira sua sopra e' peccatori e sopra tutte le altre creature. Et tanto era il' desiderio che haveva di questo, che diceva quel verso del' Salmo di David: Quemadmodum desiderat cervus ad fontes aquarum ita desiderat anima mea a te Deus (Ps. 41,2).
Et diceva detta anima in se stessa:
"O come può egli desiderare che è Iddio? In Dio non può esser desiderio nessuno, e come può dire: te Deus, se gli è lo Iddio stesso questo che parla, e dice: te Dio? Questo io non lo intendo.
Et in quel subito mi fece sentire (disse ella) che l'era l'anima di Jesu questa che parlava al' suo eterno Padre, pregandolo per la conversione de peccatori. Et dice:
"A te, cioè per honor tuo desidero, o Padre, che tutte le creature si convertino a te, ti laudino, //76// ti glorifichino, e habbino la vita eterna. Et sì come, o Padre, tu hai clarificato me, così io clarifico te sopra la terra, desiderando e pregando che tutte le creature si salvino e venghino a te, fonte vivo".
"Et mi ricordai (disse questa Anima) di quelle parole che sono scritte in San Giovanni, quando Jesu elevati gli occhi al' cielo diceva al' suo eterno Padre: Pater, clarifica Filium tuum, ut Filius tuus clarificet te (Jo. 17,1). Et quell'altre: Ego clarificavi te super terram (Jo. 17,4).
Et per mostrargli bene Jesu quanto desiderio havessi di esser pregato e impedito a non versar l'ira sua sopra le creature, gli pose questo esemplo:
"Se un padre havessi un figliuolo cattivo' quale gli fussi forza gastigare per li sua mali portamenti, et per il' zelo grande che esso Padre ha del' suo bene, o non pensi tu, che mentre lo percuote e batte, e anche inanzi lo percuota, sentendosi irato verso di esso suo figliuolo, non habbi charo di essere impedito, e di esser pregato da qual' che suo familiare e domestico che gli voglia perdonare, e lo ritenga che non lo percuota come esso figliuolo meriterebbe? Credilo pur certo, però che amando questo padre di cordiale amore il' suo figliuolo gli viene a esser molto grato questo servitio fattogli da questo tale suo amico, che non vorrebbe il' padre haver mai a gastigare il' figliuolo. Ma pure occorrendo che si porti male, bisogna che per forza si adiri e che lo gastighi, per eseguire e dar luogo alla giustitia, ancora che molto più desideri di fargli misericordia. Et però sendo pregato a quel modo da quel suo amico, può dare ancor luogo alla misericordia.
"Et perché Dio gli è proprio la Misericordia, e il' perdonare e tanto, ha charo di poter usarla verso le suo creature, però tanto //77// desidera e brama di esser pregato dalli sua eletti per le tante offese che gli son fatte; che se cio non si fa e non è impedito, gli è forza di essequire la suo giustizia".
Ci disse ancora che Jesu gli diceva che tutte le offese che gli son fatte vengono dall'amor proprio che hanno in loro le creature, e che e' multiplica come gramigna sopra la terra se non è dibarbicato e levato via presto, e che tutto il' mondo è pieno di detto amor proprio, e che è la radice e principio di tutti e' peccati; però bisogna haversi cura che gli è una cosa tanto occulta che non si conosce, e bisogna stare molto vigilante e durar fatica, che e' si intermette in ogni cosa. Et così come la gramigna è cavata della terra sempre gli rimane appiccato di essa terra alle barbe, per esser tanto fortemente barbicato in quella, così questo amor proprio per esser tanto barbicato in noi, se ben ne leviamo via con il' pentimento del' peccato che habbiamo, non dimeno sempre ce ne rimane addosso qual' che poco; et che Jesu l'ha tanto abborrito nella sua Natività.
"Che, vedete (diceva lei), l'ha dimostro in tutte le cose, e massimo nell'humiltà e nell'abborrire la sensualità, sendo la superbia cagionata dall'amor proprio più che altro vitio, et così ancora le cose del' senso. Et però Jesu s'e voluto tanto abbassare, pigliando in essa sua Natività una forma tanto vile, come e di un piccolo bambino, nascere in una stalla tra dua animali, e altre cose come voi sapete, e così ha voluto pigliare tutte le cose che sono contro al' senso, e che noi per l'ordinario molto abborriamo, come e volere essere stato posto sul fieno le sua carne tenerine, patir freddo, e ogni altro incomodo, per mostrare quanto gli e contrario a questo amor proprio, quale sempre cerca le grandezze, e di havere tutte le comodità del senso, e non patire di cosa nessuna. Et Jesu in tutte le cose ha voluto patire e sempre s'è //78// abbassato e voluto apparir vile, per mostrarci quanto abborrisce questo amor proprio, e quanto gli è contrario".
Intese poi che ci erano di dua sorte persone possedute da questo amor proprio.
"La prima sorte ne sono tanto pieni, che non si conoscono, e fanno come chi cammina nelle tenebre, che non e' scorge cosa nessuna che gli habbia intorno, o che sia per quella via dove e' cammina, e ancora che vi fussi una grossa pietra, o qual' che grande, non la scorge, e va sempre a gran pericolo di farsi qualche gran male e perire. Così questi che sono così pieni di amor proprio, camminano sempre alla cieca, pero che fra le altre l'amor proprio ha questa proprietà che accieca e fa che la persona non si conosce, e non si conoscendo cammina nelle tenebre con gran pericolo e danno dell'anima sua. Et se bene a questi tali gli fussi detto: voi havete il' tal difetto, per essere accecata dal' detto amor proprio, non gli parrebbe vero, non lo potendo conoscere perché non ha lume.
"Altri (disse lei) ci sono che n'hanno un poco manco, e questi tali sono come quelli che camminano quando e nebbia, che si scorge un poco meglio i pericoli che sono per la strada, e più facilmente si possono evitare. Così quelle persone che hanno manco di detto amor proprio, conoscendosi un po meglio sono manco pericolose, e più facimente si guardono da difetti e peccati, e si possono questi alcuna volta emendare".
Et altro non ci disse detta Anima havere havuto in detta mattina, che così fini.
Ma ben poi il' mercoledì mattina, alli 9 del' presente [gennaio], fu tirata dal' Signore nella consideratione del S.mo Sacramento, in che modo esso benignissimo Signor si sia degnato voler venire a noi sotto l'ombra di quella sacratissima Hostia, sendo che appunto lei era comunicata insieme con le altre Suore.
//79// "Et mi faceva vedere in quel punto (diceva ella) quanta era stata grande la sua immensa bontà in volersi tanto abassare e [di]minuire Se stesso, a dir così, coprendo la suo grandezza sotto l'ombra di quella Hostia tanto piccola, per far conoscere alla creatura il' suo infinito amore, et ancora la sua gran potentia. Però che grandemente si scuopre in questo, che minuendo come dire Se stesso in quella cosa tanto sottile e piccola come è quella Hostia, non dimeno non diminuisce, però che resta in Se stesso quel medesimo che è. Et ancora che non solo in quella Hostia, ma in un piccolo briciolino resta tutto intero, sendo tanto grande e infinito, che e' cieli stessi nol' posson capire.
"Et questo non lo poteva fare se non la sua stessa gran potentia, però che la creatura può bene minuire e scemare una cosa, ma non può già fare che minuendola resti tutta intera, però che sempre mancherà a essa cosa quello che gli è stato scemato e levato. Et coprendo esso la suo grandezza, la sua Divinità, e tutto quello che è sotto l'ombra di quella sì piccola cosa, ha fatto che la creatura tanto piccola e incapace, ha potuto ricevere in Se quello che empje il' tutto, che è lui stesso, Dio, eterno, immenso, incomprehensibile e infinito; e questo l'ha fatto per il' desiderio grande che ha di riposarsi in essa creatura.
"È venuto, diceva lei, sotto ombra per riposarsi nell'ombra".
Et gli sovvenne di quelle parole che sono scritte nella Cantica: Sub umbra illius quem desideraveram sedi, et fructus eius dulcis gutturi meo (Cant. 2,3).
Et in quello vedeva drento nell'interiore di tutte le Monache stare Jesu a sedere, dormendo e riposandosi sotto un bello albore che ciascuna haveva nell'anima sua. Et vi era di quelle che havevano detto albore grande, grande, con quelli //80// belli rami che facevono un' ombra a Jesu molto dilettevole. Altre ve ne era che l'havevano un poco piccolo, e altre assai minore; et intendeva essere detto albore la charità che ciascuna haveva in se, e piccola e grande. Et così disse che chi ha la charità naturalmente, se bene è charità, non dimeno è molto piccola; ma quelle che l'acquistano con fatica, son quelle che l'hanno grande come quelli belli albori quali vedeva che facevono a Jesu quella bella ombra, sotto la quale tanto si dilettava di riposarsi che si era adormentato.
"Et non si fermava qui l'amore inmenso del' dolce Jesu, però che non solo è voluto venire sotto l'ombra per riposarsi nell'ombra, ma per condurre ancor poi noi sotto la sua ombra, dico di Se stesso" (ci diceva lei, formandoci nella mente sotto queste breve parole tutta questa sua consideratione).
Et lo vedeva essere nella Chiesa santa come una vite molto grande e bella, sovvenendogli subito nella mente quelle parole che disse di Se stesso: Ego sum vitis vera (Jo. 15,1), la qual vite gli pareva empiessi tutto il' mondo con la suo grandezza che teneva dal' cielo alla terra, et non si vedeva di essa nel' principio, né la fine. Et questo diceva intendere che era la eternità che è in lui per essere Dio.
Le foglie di essa vite, che dice erano tanto belle e dilettevole, intese essere tutte le parole che disse in questo mondo Jesu che sono scritte nel santo Evangelio, e ancora quelle che sono nel' Testamento Vecchio, e tutte quelle che ha dette e dirà sempre, sì nel' dare la legge e i santi Comandamenti e consigli, come hora parlando per sua Servi Predicatori; et in paradiso con li Angeli e Santi, e con li sua Eletti.
Haveva poi essa vite di molti tralci, de' grandi e de' //81// piccoli tanti, tanti; di quelli minori (dice) si vedeva il' fine, che sono tutte l'opere che Jesu ha fatte in questo mondo, e de' miracoli e dell'altre cose che noi ne vediamo il' fine, cioè le conosciamo, perché ha voluto operarle nella nostra humanità. Ma quelli altri tralci più maggiori che dice non se ne poteva vedere il' fine, sono tutte quelle opere che fa hora imparadiso e che fara sempre, le quale mentre che siamo quaggiù in questa miseria non le possiamo conoscere, ma sì bene poi in paradiso le conosceremo in quel modo che secondo i nostri meriti ne potremo esser capace, e quanto piacera alla sua Bontà di fare intendere.
Vedeva che le Monache si riposavono ancor loro sotto detta vite, sì come Jesu sotto quell'albore; et così ancora di molte altre creature, et si stavono sotto la sua ombra con gran consolatione e quiete. Et questo intendeva essere quella quiete che ritrova l'anima in Dio, quando e venuta a quel grado che Dio in lei si riposa con gran quiete, et essa si riposa in lui e lo possiede veramente in quel modo che quaggiù ne può esser capace.
Faceva ancora questa vite l'uva, e si come dell'uva si cava il' vino, il' quale bevendo l'huomo lo fa inebriare, per la quale inebriatione si viene adormentare, così l'anima che si riposa sotto questa vite di Jesu, esso gli dà a gustare l'uva del' suo divino amore, del' quale quando e bene inebriata si adormenta, si può pigliare questa dormitione in questo mondo per il' morire in tutto e per tutto a se stesso, et poi ancora per la morte corporale, per la quale haremo quello eterno riposo in Paradiso.
Et qui daremo fine al' nostro terzo Colloquio.
[10 gennaio: v. infra pp. 90s]
[11 gennaio: v. infra pp. 96-98]
Domenica sera alli 13 di gennaio, che era l'ottava della santa Epifania, e ancora il Battesimo di Jesu, havendo visto stare questa benedetta Anima stamani in eccesso di mente sempre ginocchioni presso a 4 hore, ci risolvemo di fare con lei al' solito il' nostro santo colloquio.
Et fatto al' quanto oratione, cominciamo a domandargli quello ch'el' Signore si era degnato di comunicarli questa mattina [13 gennaio].
Et lei come obediente, con un volto allegro che pareva un Angelo, ci disse che si senti tirare dal' Signore nella consideratione dell'ultima parte dell'Evangelio che si era detto nella Messa, in quelle parole che dicono: Et testimonium perhibuit Joannes dicens quia vidi Spiritum descendentem quasi columbam de caelo, et mansit super eum; et ego nesciebam eum sed qui misit me baptizare in aqua ille mihi dixit: 'Super quem videris Spiritum descendentem et manente super eum, hic est qui baptizat in Spiritu Sancto'. Et ego vidi, et testimonium perhibui quia hic est Filius Dei (Jo. 1,32-34), sopra le quale parole ha havuto tanti divini e alti sentimenti, che con difficultà ci ha potuto dire il tutto.
Pure, cominciò così: che San Giovanni rese testimonianza di //83// Jesu per haverlo conosciuto mediante lo Spirito Santo che vedde descendere sopra di lui, che da altri prima non haveva havuto chiara cognitione, tanto che per il' lume che lui stesso n'hebbe da esso Spirito Santo, manifestò Jesu al' mondo e alle creature.
Et che Jesu haveva eletto noi si come San Giovanni perché manifestassimo Dio alle creature mediante il' buono essemplo delle sante operatione, e per via delle sante oratione, per le quale le creature vengono a essere illuminate, e che per questo ci haveva fatto venire alla santa Religione, e ci dava tanta comodità di far bene, e non solo haveva eletto noi, ma ancora dell'altre, e Religiose e secolare, per manifestare per questa via Dio alle creature; et che sempre Dio haveva voluto adoperare i Santi e i buoni per manifestare Se stesso al' mondo, così nel' Testamento Vecchio come ancora nel' Nuovo.
"Dico che di tempo in tempo ha eletto Dio qualche creatura e più creature per manifestare Se stesso al' mondo, per via loro, o per predicatione, o per opere singulare di santità, o per martirio sopportato per lui, o per sante oratione fatte da essi suo Servi".
Et che gnene distinse Jesu in tre stati, cioè in tre sorte di creature, però che così come Dio e trino e uno, non dimeno distinto in tre Persone, così sendo la creatura una sola, si distingue in tre maniere di persone.
"Dico quelle sono credente e hanno havuto la fede, havendo a confessare e manifestare al' mondo esso Dio essere Trino e Uno; et ancora perché ogni stato, maniera, e sorte di persone, ha tenuto una di esse Persone della S.ma Trinità.
"E primi che sono stati gli santi Patriarci e Profeti, hanno tenuto la Persona del' Padre, sì per l'antichità, come ancora per havere, come dire, partorito al' mondo il' Figliuolo, facendolo venire in terra con i lor clamori, lacrime e oratione, e manifestatolo //84// alle creature con le figure e con le profetie.
"E' secondi che sono stati gli santi Apostoli e Martiri, questi hanno rappresentato la Persona del' Figliuolo; gli santi Apostoli, nello essergli tanto congiunti, conversato con lui tanto intrinsicamente che gli chiamava suo fratelli e amici, et manifestatolo al' mondo con l'opere e con la predicatione, sendo stati e' primi che hanno reso testimonianza che lui era vero Figliuol di Dio a tutte le creature col predicare e scrivere il' Santo Evangelio. Et gli santi Martiri gli sono stati simili nel' patire e nello spargimento del' sangue, rendendogli testimonianza con la loro constantia, fede e patientia.
"E i terzi sono le Vergine, e i continenti, e questi hanno rappresentato la terza Persona che e lo Spirito Santo, per la santa purità, la quale e una virtù che rende un grande splendore, e così ancora la santa continentia. Onde le Vergine in un certo modo fanno l'uffitio dello Spirito Santo, illuminando le creature con lo splendore di essa santa virginità, purità e continentia. Et così ancora rendono testimonianza a Dio, manifestandolo alle creature con le vigilie, penitentie, digiuni e oratione, col fare di molte buone opere, sopportare povertà, osservare obedientia, e patire di molte cose per amor di Dio.
"Et se bene ci sono ancora gli Santi, Dottori, li Confessori, Monaci e Eremiti, tutti questi sono ancor loro in uno di detti tre stati; chi in quello de' Patriarci e Profeti, come sono li Eremiti e solitarii; chi in quello delli Apostoli e Martiri, come e' Confessori e gli Dottori, come si legge in San Martino, e di altri; et chi in quello delle Vergine e delli continenti, come sono i Monaci e ancora gli Dottori, confessori, et Heremiti, che in molti ce ne sono stati vergini, et tutti continenti e casti. Et questi ancor loro con le sante virtù sopra dette, hanno manifestato al mondo la gloria del' nostro Signore Dio".
//85// Et ci disse questa benedetta Anima, che noi havevomo a essere del' numero delle sopra dette vergine e continente, che tengono la Persona dello Spirito Santo, che Jesu ci haveva elette per questo; ma a volere che noi lo potessimo manifestare alli altri, per la purità e per le buone opere, e che le nostre oratione potessino esser accette a lui, e havessino a giovare alle creature, che bisognava fussimo pure e nette dal' peccato, e tutte piene di Spirito Santo.
Et perciò ci bisognava purificarci nel' lavacro che haveva ordinato dell'acqua e del' Sangue, però che haveva voluto santificare l'acqua battezzandosi da San Giovanni nel fiume Giordano per ordinare il' Santo Battesimo, nel' quale si scancellassi il' peccato originale, e si purificassino le creature. Che quando noi siamo piccolini per non havere ancora l'uso del' libero albitrio, non habbiamo altro peccato che l'originale; ma poi quando siamo alla età di poter peccare, ci imbrattiamo l'anima col peccato attuale, o mortale, o veniale che si sia. Et però gli diceva Jesu che haveva ordinato il' secondo lavacro, che è la Santa Penitentia e la Confessione, volendo che nel' suo conspetto apparissimo sempre puri e mondi, che havendoci creati nello stato della innocentia, gli piaceva sempre vederci in quella purità, et mai si era rimutato né si rimuterebbe di volerci altrimenti che a quel' modo puri e innocenti.
Et gli sovvenne alla mente quel detto che credo sia di Esaia [sic]: Ego Deus et non mutor (Mal. 3,6). Et perciò haveva ordinato questi lavacri, gli dua già detti dell'acqua et ancora quello del' Sangue, che si ha nella Santa Confessione, perché nella penitentia si lava l'anima nell'acqua delle lacrime per il' pentimento del' peccato, et nella //86// confessione si lava nel' Sangue, per l'assolutione che gli da il Sacerdote impersona di Jesu.
"Ha ordinato ancora il' terzo lavacro, che è insieme di Sangue et di acqua, et questo e il' suo Santo Costato; et per questo (disse lei), che haveva voluto riserbarsi le sua Santissime Piaghe, ma particularmente quella del' Costato, che quando gli fu aperta da Longino, versò Sangue e acqua, acciò potessimo entrarvi drento ogni volta che volevomo, e di nuovo ripurificarci quivi da ogni macchia che per nostra fragilità havessimo contratta, et di poi adornarci col' suo Sangue, però che quivi l'anima si purifica e adorna. L'acqua purifica, e il Sangue adorna, et doppo si transforma tutta in Dio diventando un altro lui. Et così lo va poi manifestando alle creature.
"Et mi pareva in quello (disse lei) vedere drento nel' Costato di Jesu tante, tante anime come pretiosissime gioie che adornano la corona del' re, per la qual corona si manifesta uno esser re. Et così che l'anime quando son fatte a quel modo belle nel' Costato di Jesu diventano la suo corona come disse ancora San Paulo: Gaudium meum, et corona mea (Fil. 4,1), per la manifestazione che fanno di esso alle creature; et esso se ne gloria non meno che un re della suo corona".
Et ci disse ancora, che lo Spirito Santo descende nell'anima sì come fa il sole, il' quale non trovando ostaculo, né impedimento nessuno, la illumina. Et ancora che descende come una saetta infocata la quale cadendo dal' cielo se ne va nel' più profondo luogo che trovi, e quivi si posa, e non si ferma per la via, né si posa in luoghi alti o montuosi, ma si bene giù nel' centro della terra; così lo Spirito descendendo dal' cielo con le sagitte di fuoco del' suo divino amore, non si ferma punto in //87// quelli cuori che sono superbi, e nelle mente alte, ma si bene in quelle creature che sempre stanno humile e basse, et quelle che più basse si pongono, in quelle proprio si ferma e si riposa [cf. De dilectione Dei et proximi, c. 4].
Di poi gli pareva vedere che esso Spirito Santo, movessi gli nostri Angeli a pigliare ciascuna di noi per i capelli si come fece l'Angelo ad Abacuc, ponendolo sopra il' lago de' leoni [sic: "lacus leonum": Dn. 14,36 Vulgata; it.: "fossa dei leoni"] dove era Daniello; et così gli nostri ci portavono nel' Costato di Jesu.
Per i capelli intese essere gli desiderii buoni di ciascuna, et secondo che più o meno erano gli detti nostri desiderii, tanto più o meno eramo copiose di capelli, per li quali pigliandoci gli nostri Angeli ci facevano, come dire, volare tanto velocemente, e leggiermente ci portavono.
Et massimo, dice, ne vedeva alcune, però che alcune ne vedeva che pareva non si potessino muovere; et per havere pochi capelli gli Angeli pareva non potessino pigliarle con quella forza come quelle che n'havevono assai; et andavono queste adagio adagio, e alcune più e alcune meno secondo che più e meno erano desiderose di andare a Jesu.
Et così ancora vedeva un altro Monasterio, che dice erano le Cappuccine di Roma, e ancora quattro donne secolare che gli Angeli le pigliavono a quel modo per i capelli, e conducevono nel' Costato di Jesu. Et fra tutt'a dua detti Monasterii, dico che ne vedde sei che rimasono, e non furno prese dalli Angeli. Quattro di dette Cappuccine, dua perché si pentivono di haver preso si grande austerità di penitentia, e l'altre dua per vivere a caso, e così la facendo poco frutto nella Religione; et dua del' nostro Monasterio: una perché Jesu non trovava in lei cosa alcuna di bene, et l'altra, che ce la nominò, crediamo noi per parergli essere e non stimare persona, che ce lo disse anco in modo lo potemo comprendere.
Quelle che entrorno drento nel' Costato di Jesu, //88// vedeva che facevono tua effetti, primo si transformavono nel' Sangue per amore, e poi nell'acqua pel' dolore.
Et ci diceva che Jesu si compiaceva più in noi per il dolore che per l'amore, sendo che il' dolore che l'anima ha dell'offese di Dio non può nascere se non dall'amore che gli porta, e ancora si esserciti in questo modo nella charità dell'prossimo, e ha quel desiderio che tanto piace a esso Dio del' zelo della salute dell'anime che se ne conduca un buon date a lui e si salvino.
Gli piace ancora a Jesu che noi ci essercitiamo più nel' dolore che nell'amore, perché esso dolore è come ire una spetie di martirio, e ci fa essercitare nel' patire, e in questo modo vegniamo (se dirsi può), a ricompensarlo di quello che ha patito per noi. Et con esso dolore possiamo compatirgli alle sue pene, e piangere e dolersi della suo Passione.
Et ancora perché esso dolore, sendo afflittivo, purga l'anima dalle suo colpe. L'amore è più dolce, e più dilettevole all'anima, et sendo noi in questo mondo per purgarci, e che ci sono tante miserie, e più tempo di dolore che di amore.
Et ancora si compiace più in noi Jesu per il' dolore che per l'amore, però che il dolore ha a finire quaggiù, e l'amore poi alla morte entrerà con noi in Paradiso, tanto che sempre lo esserciteremo.
Vedeva poi che in detto Costato tutte ci purificavomo in quella acqua, e diventavamo tutte pure, di poi ci adornavamo con il' Sangue, che dice era una bellezza a vedere quelle nostre anime a quel modo tanto candide, e poi in su quella bianchezza postovi quel Sangue, che faceva uno adornamento tanto bello che non si può dire.
Prima nell'acqua ci lavavamo, però che nel' Costato l'acqua e inferiore, e di sopra e il' Sangue; l'acqua come s'e detto, purifica, e il' Sangue adorna.
Et qui (dice) vedava che alcune di noi quando eramo a quel modo //89// purificate e adorne, di nuovo uscendo poi del' detto Costato, ci rimbrattavamo e perdevamo quel bello adornamento. Et fra l'altre ne conobbe una [forse Suor Antonia Bellini (†1621), conversa: cf. III 81-84; VI 11s], che uscita poi del' Costato, si rimbrattava, e perdeva tutto quello che haveva acquistato per ritornare alla sua vecchia consuetudine [il vizio del vino].
Et gli disse Jesu:
"Dì alle Monache che si ricordino di quello che io dissi di lei a Suor Maria Gratia",
la qual cosa lei [Maria Maddalena de' Pazzi] non poteva sapere per essere stata molto tempo innanzi che essa anima si facessi qui Monaca [commento di Suor Maria Maddalena Mori. Infatti Suor Maria Grazia Senapi, una delle tre grande contemplative del monastero, era morta nell'anno 1571; cf. III 60].
Ne vedeva poi alcune altre, ma dice furno poche queste che se ne andavono poi al' Cuore di Jesu quando erano a quel modo ben purificate e adorne, et quivi si transformavono tutte in lui, diventando come dire un altro Dio per participatione e per unione, et intendevano di esso Dio quanto ne potevono esser capace.
Et sopra quelle parole: Hic est Filius meus, in quo mihi bene complacui (Mt. 3,19), intese che poi in Paradiso haranno l'anime un contento grande di veder Jesu nel' quale il' Padre eterno s'è tanto compiaciuto.
Et gli sovvenne di quel verso del' Salmo che si dice all'hore canoniche: Qui timent te videbunt me et laetabuntur (Ps. 118,74), le quale il' Figliuolo che dice al' Padre che quelli che lo temeranno, in Paradiso haranno un gran diletto di quella Humanità, nella quale esso eterno Padre tanto s'è compiaciuto.
Doppo questo gli diceva Jesu che noi operassimo queste cose e tutte le altre che ci fa dire di mentre che noi siamo in questa vita, e che habbiamo il' tempo che verrà poi la morte, e non potremo poi più operare; e disse intese gli piaceva tanto che noi spesso pensassimo alla morte, che si era di si gran profitto all'anime //90// nostre, et di tanto utile.
Et che in quello gli fu mostro un luogo tanto tenebroso che nulla non vi si scorgeva; di poi un altro che era tutto luce, e risplendente, e si sentiva dire nella mente: qui in questi dua luoghi non e più tempo di operare, laggiù si a' star sempre in quelle tenebre, et lassù sempre in quella luce.
Et qui finì per questa volta.
[10 gennaio: v. supra p. 82]
Doppo questo, pure in el' medesimo santo colloquio la pregamo che ci dicesse quello che il' Signore gli haveva comunicato il' giovedì passato che fumo alli dieci del' presente [gennaio], che all'hora mai ce lo volse dire per essere stata cosa di lei stessa, dicendo:
"Se io vi vorrò qui dire il' vero, non potrò se non dir la bugia".
Pure in detta sera ne cavamo questo ancora che molto scarsamento, che doppo la Comunione, non havendo all'hora consideratione nessuna nella mente, si dette a pregar Jesu che gli facessi gratia che sempre l'honorassi. Et in quello al' solito fu tirata dal' Signore, et gli diceva:
"Tu mi honori".
Et lei secondo noi gli doveva rispondere:
"Io vi vorrei honorare come fanno quest'altre che tanto si affaticano per la santa Religione",
e il' Signore rispondeva a lei:
"Sappi che tu mi honori più che tutte, con quel buon desiderio che hai di honorarmi".
Et gli dovette poi dire Jesu:
"Tu mi piaci tanto, perché cammini per via di timore e confidentia".
Lei ci disse:
"Jesu mi diceva che gli piaceva tanto chi camminava per questa via della confidentia e del' timore, però che caminando con timore, facciamo vedere alle creature quanto sia grande la suo potentia, pero che un signore quanto è più potente, tanto più è temuto. Et nella confidentia facciamo vedere la sua gran bontà".
Et però che ci dovessimo esercitare in tutt'a dua insieme, se volevamo grandemente piacergli. Et ci disse Jesu gli //91// diceva del Padre Confessoro:
"Et però il mio ministro mi piace tanto perché cammina per esse dua vie del timore e della confidentia".
Diceva poi a Jesu quelle parole del' Salmista: Faciem tuam illumina super servum tuum (Ps. 118,135), pregandolo che illuminassi la faccia sua sopra quella dell'anima sua, cioè che Jesu con il' lume della suo faccia, risguardando nella faccia della sua anima, la facessi tutta risplendente acciò che poi esso risguardando in quella si potessi compiacere in lei, in quello splendore che gli haveva conferito con il' suo risguardo, et a questo modo venissi a honorarlo.
Et qui demo fine al' nostro santo colloquio con ringratiare il' Signore delli sua doni.
//92// Quinto Colloquio
La sera del' glorioso Santo Antonio [d'Egitto, abbate], che fu il' giovedì alli 17 di gennaio 1584 [1585], facemo di nuovo il nostro santo colloquio, il' quale cominciamo con alcuni brevi ragionamenti familiari, avvedendoci che la diletta Anima non era punto in se.
Et crediamo noi perché haveva cominciato andare a compagnare il' suo Diletto Sposo alla Passione, che quasi sempre ne fa dimostratione per insino a tutto il' venerdì, apparendo nella faccia assai più scura e mesta del' solito suo, e ancora lo mostra nel' parlare e nel' conversare, che non par quasi in se [cf. I 211].
Pure detta sera la pregamo tanto che per la santa obedientia non volessi mancare di conferirci tutto quello chel' Signore s'era degnato comunicarli doppo l'ultimo colloquio che havevamo havuto insieme, onde il' meglio che potette ci disse tre cose, dua occorrergli doppo il' detto colloquio [16 e 17 gennaio], e una del' venerdì inanzi [11 gennaio], che sarà domani a otto dì. Et perché lei prima ci disse quelle dua, però ancor noi da esse ci comincieremo, e poi ritornando indreto, scriveremo quella del' detto venerdì [v. infra p. 96ss].
[16 gennaio]
Cominciò così:
"Mercoledì mattina che fumo alli 16 del' presente, sendo comunicata, dicevo a Jesu come quasi fo sempre doppo che sono comunicata: 'O gran bontà, o sapientia, //93// o potentia, o amore, o grandezza di Dio', e simile cose; e quando dissi: 'o grandezza di Dio', in un subito fui tirata dalla consideratione di essa grandezza di Dio.
Et lo vedevo essere infinitamente grande da Se stesso in Se stesso, et per sua grandezza non si contentava di havere essa grandezza solo da Se in Se, et però l'ha voluta comunicare e fare che si vegga in tutte, tutte le suo creature, così animate, come rationale, ma in essa creatura rationale ha voluto apparisca e si vegga in lei più precipuamente, sendo che noi siamo fatte a sua inmagine e similitudine, et più participiamo del' suo essere che nessuna altra.
"Ma che prima ha voluto comunicare essa sua grandezza, e fare si vegga nel' Verbo humanato suo Unigenito Figliuolo. Dico ch'el' Padre eterno l'ha fatto grande in Se nella equalità e sapientia, sì come esso Verbo humanato lo manifestò poi al' mondo, dimostrandosi esser grande in questo che era la sapientia del' Padre et equale a lui, et lo Spirito Santo in bontà e purità. Et chi mai fu al' mondo maggiore e più grande in bontà e purità che esso stesso Figliuol di Dio Verbo Incarnato?
"Si mostrò ancor poi questa grandezza di Dio nelli santi Apostoli, però che e' furno e' più vicini e i più congiunti con questo Verbo che nessun' altra creatura; et volse esso Dio che si vedessi in loro questa suo grandezza nella charità e nella predicatione nella quale si vedde bene quanto gli facessi apparir grandi, che sendo huomini idioti e semplici, fece che con essa loro predicatione convertissino tutto il' mondo alla fede essendo ancor loro si piccol numero".
Volse che si vedessi ancora lo immenso Dio questa suo grandezza nelli santi Martiri nella potentia e nell'amore; nelle sante Vergine, in verità e bellezza; et in tutte le altre creature in fede e chiarezza.
Vedeva poi la creatura essere un niente, et che Dio tanto grande //94// per comunicargli questa suo grandezza haveva nascosto il' suo essere sotto la nostra piccolezza, pigliando l'essere di essa creatura, acciò che essa creatura potessi diventare un altro Dio per participatione.
"O immenso Amore, era lui nel' suo essere infinito, invisibile, inmortale, impassibile, e volse diventar mortale, visibile e passibile, acciò che la creatura potessi diventare impassibile e che mai havessi a finire. Era riccho, grande, sapiente, inmenso, e pieno di tutti li thesori della sapientia e scientia di Dio, et volse diventare poverino, abietto, humile e insipiente, acciò che l'huomo potessi diventare ricco, grande, savio, e pieno di ogni virtù e eccellentia".
Et intese ancora questa benedetta Anima che volendo la creatura poter havere in se questo esser di Dio, che gli conveniva ancora a lei lassare tutto il' suo essere abnegando se stessa in tutto e per tutto.
Et gli sovvenne quelle parole del' Vangelo che si erano dette la mattina alla Messa di S. Marcello: Qui vult venire post me abneget semetipsum (Mt. 16,24).
Et questo andare doppo lui intendeva che la creatura camminassi per via di povertà, humiltà, obedientia e patientia, si come haveva fatto lui, et annegassi se stessa, lassando il' suo essere del' peccato che è quello essere un niente, sì come esso haveva voluto lassare il' suo essere nascondendo la suo grandezza sotto la nostra piccolezza, acciò che essa creatura potessi diventare con lui altro Dio per la participatione del' suo essere che haveva voluto con lei comunicare, ma che non poteva essa creatura mai venire a questo se non perdeva affatto affatto tutto il' suo essere, che e quello annegar se stessa come s'e detto.