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Bruno Secondin, O. Carm.
Caratteristiche della spiritualità dell'Ordine carmelitano, oltre la contemplazione, sono la nota mariana nella consuetudine di vita con Maria, di cui il titolo di Fratelli e la prima chiesa nell'eremo, a lei dedicata, sono segni eloquenti; e la nota eliana, che i carmelitani hanno sviluppata trovandosi a vivere sul Carmelo, luogo delle gesta del grande Profeta.
Elia è il profeta che coltiva la sete dell'unico Dio vivo e vero (1Re 17,1) e che, dopo un cammino lungo e faticoso,impara a leggere di nuovo i segni della presenza di Dio (1Re 19,1-18). È il contemplativo rapito dalla passione per l'assoluto di Dio (2Re 2,1-13), la cui «parola ardeva come fiaccola» (Sir 48,1). In forza di questa sua esperienza si lascia coinvolgere nella vita del popolo, riconducendolo alla fedeltà dell'unico Dio e solidarizzando con i poveri e i lontani. Da lui il Carmelo ha ereditato la passione per il Signore e il desiderio di interiorizzare la Parola nel cuore, per testimoniare la sua presenza nel mondo, accettando che egli sia realmente Dio nella sua vita.
Dalle Costituzioni delle monache dell'Ordine dei fratelli della beata Vergine Maria del Monte Carmelo Cap V nn 16.18.
Accanto ad un'accentuata dottrina mariana, nel Carmelo si è sempre coltivata una "forte coscienza eliana", ricca di spiritualità ma anche di devozione popolare. "Carmelitarum Dux et Pater", così l'Ordine, nato presso la Fonte [di S. Elia], sul Monte Carmelo, ha chiamato per secoli il profeta Elia. E per buona parte di questi secoli di esistenza i Carmelitani si sono battuti per affermare e difendere la loro origine da Elia profeta, perfino come fondatore e iniziatore della loro esperienza di gruppo riunito al servizio del Signore.
Oggi le cose sono pacifiche: i Carmelitani non risalgono storicamente più in sù degli inizi del 1200. La "successione storica ininterrotta" da Elia ai Carmelitani è ormai solo un insieme di leggende. Permane invece orientativo il modello eliano del rapportarsi col Signore (solitudine, penitenza, zelo generoso, esperienza mistica) e dell'inserirsi nella storia del suo popolo (preoccupazione per la crisi religiosa, difesa dei poveri, amicizia con gli emarginati, solidarietà e speranza).
La storia di Elia si trova nella cronaca dei re di Giuda e di Israele (1Re 17-19; 21; 2Re,1-2): ed è difficile distinguere in questi testi quello che è storico da quello che è leggendario. Perché sì tratta di libri compilati durante un periodo di crisi di coscienza nazionale: è il momento così detto "deuteronomistico", nel quale si "reinterpretavano" i fatti del passato per capire il presente catastrofico e il fallimento delle speranze storiche. Arrivando alla conclusione che non Dio aveva tradito la sua alleanza, ma Israele aveva sbagliato, inseguendo alleanze e progetti di vita che non corrispondevano alla sua storia, e per questo tutto è finito nel disastro.
Il profeta Elia, e poi anche il suo successore Eliseo, appaiono ambientati nel contesto di elementi storici e istituzionali che minacciano la fedeltà al Dio vero. E la loro stessa attività è di carattere "restaurativo" per la fede pura e di minaccia violenta contro chi "fa deviare" il popolo (il re, la giustizia, i militari, i sacerdoti...). Gezabele, la sposa straniera e pagana del re Acab (869-850 a.C.) Il re del regno di Israele al tempo di Elia, rappresenta la massima degradazione: voleva strappare dal cuore di Israele il Dio dell'alleanza, per questo uccise tutti i profeti di Jahvé, per sostituirli con quelli di Baal.
In questa situazione di forzata e violenta "adulterazione" religiosa, sorge improvvisamente il profeta Elia, un uomo vestito in maniera rude (2Re, 1,8), di carattere irruente (1Re, 18,17), amante della vita nomade e delle solitudini (1Re,17,2-6.12). Egli si presenta come accusatore della strumentalizzazione religiosa (1Re, 17,18; 2Re 1,16) e del potere (1Re 21,20-24), e impegnato a reintrodurre i veri valori religiosi della tradizione, particolarmente Jahvé come unico Dio per Israele (1Re, 18, 21-24. 36-39).
Originario dell'oltre Giordano (Tesbe [el-Istib], vicino ad Aglun) (1 Re,17,1), terra marginale, di grandi foreste, di gente nomade e libera, conserverà per tutta la sua vita questo carattere dell'improvvisazione libera, dei colpi fulminei, della totalità senza limiti nell'entusiasmo e nell'abbattimento. Per questo rappresenta la fisionomia tipica del profeta: cioè dell'uomo dominato dalla Spirito, che irrompe nella vita degli uomini senza preavviso, e scompare misteriosamente quando Dio lo "prende con sé". Alla luce della Bibbia Elia appare caratterizzato da cinque atteggiamenti fondamentali:
Nell'ambiente del Nuovo Testamento il ricordo di Elia è molto popolare. Anche sul Calvario la gente crede che Elia "è salvatore" nei momenti più tragici (Mt 27,47): ciò è conforme ad una tradizione giudaica che sopravvive ancora oggi. Se il Battista reincarna lo stile "penitente" di Elia (cfr. Mt 3,4; 2Re 1,8), Gesù sembra averlo a volte come modello diretto: nella sua missione universale (cfr. Lc 4,25s), nei miracoli (Lc 7,11-16; cfr. iRe 17,17-24), nell'affrontare gli eventi decisivi (la trasfigurazione, Lc 9,30-31), nell'essere consolato da un angelo (Lc 22,43; cfr. 1Re 19,5.7). Elia elevato al cielo, mentre "il suo spirito riposa su Eliseo" (2Re 2,1-15), prefigura l'ascensione di Cristo che invierà ai suoi discepoli' "Colui che il Padre ha promesso" (Lc 24,51). Per Giacomo (Gc 5,17s) Elia è anche modello della preghiera del giusto, che ottiene esaudimento.
Possiamo distinguere due grandi periodi nella relazione fra il Carmelo ed Elia: nel Carmelo Medievale, dal XII al XV secolo Elia è visto soprattutto come un eremita, e perciò maestro della vita solitaria e orante dei Carmelitani; nel Carmelo del 1500 e in seguito, Elia è reinterpretato come modello di vita mista, fatta di contemplazione e azione. Di recente sono stati proposti anche altri sviluppi.
Della fase interpretativa eremitica si possono citare per esempio le famose osservazioni di Jacques de Vitry (circa 1220): "sull'esempio e ad imitazione di quest'uomo santo e solitario, il profeta Elia, vivevano solitari sul Monte Carmelo... abitando le loro piccole celle come incavi d'alveare, e come api del Signore, producevano miele di una dolcezza tutta spirituale".
Anche le prime Costituzioni giunte a noi (quelle di Londra, 1281) descrivono i Carmelitani come discepoli della tradizione solitaria, contemplativa e penitente dei grandi profeti Elia ed Eliseo, "devoti abitanti del Monte Carmelo". Tale attestazione, chiamata rubrica prima subirà ampliamenti, ma sempre nella stessa direzione, nelle edizioni successive che si conoscono.
Un vero salto di qualità in tutta la tradizione avviene però verso il 1370, con la compilazione di Felip Ribot (+1380): "De Institutione primorum monachorum.. libri decem". Si tratta di una antologia di testi storici e spirituali, che ha segnato la coscienza collettiva dei Carmelitani in maniera unica. Specialmente per quanto riguarda il tema del rapporto con il profeta Elia. Ad una prima parte chiamata "ascetica", - suggestivo commento allegorico del ritiro del profeta Elia presso il torrente Carith - segue poi una ricostruzione storica delle vicissitudini dell'Ordine da Elia all'epoca vicina al Riboti, prima metà del l300.
Sulla stessa lunghezza d'onda sono per es. il Baconthorp, provinciale di Inghilterra (+ 1346), Jean Soreth (+ 1471) il migliore commentatore della Regola (Expositio parenetica), Arnoldo Bostio (+1499). Anche se costoro di quando in quando accennano anche alla ‘attività' di predicazione, di carità e di difesa della vera lede da parte di Elia ed Eliseo.
Quando apparve la riforma teresiana, la tendenza a mettere in luce la via contemplativa eremitica, già si contemplava con l'impegno a favore del prossimo, letti entrambi nella vita dei "santi Padri fondatori" era linea ormai collaudata : si ricordino i due motti classici vit Deus ante cuius conspectu sto" e Zelo zelatus sum pro Domino Deo exercituum". Veniva chiamata "vita mista", cioè aperta ad una seria e armoniosa inclusione delle due modalità. La troviamo ben attestata in Teresa e in Giovanni; come anche in molti dei loro continuatori.
Per quanto riguarda il grande tronco del Carmelo, per es. nella riforma di Touraine, il corrispettivo francese della riforma teresiana, troviamo però un Jean de Saint-Samson (+1636) che afferma che i Carmelitani devono vivere "solitari... in perpetua orazione, silenzio e totale ritiratezza... alfine d'essere elevati alla contemplazione delle cose divine... E così si accederà a tutti i beni e le ricchezze spirituali del nostro padre sant'Elia". Ma d'altro canto, il principale iniziatore della medesima riforma, Philippe Thibault, e dopo di lui Michele di S. Agostino (+1684), grande maestro di mistica carmelitano, attestano la preoccupazione di ‘associare' la contemplazione all'azione, la vita contemplativa alla generosità apostolica. E questo proprio ad imitazione dei due profeti Elia ed Eliseo La composizione delle due modalità di cercare il Signore permane come finalità globale e vincolante anche nelle nuove Costituzioni che l'Ordine si è dato dopo il Concilio.
Una parola su alcuni recenti sviluppi della riflessione eliana, all'interno dell'Ordine carmelitano. Vogliamo accennare all'apporto che in questi anni ha dato al tema eliano un carmelitano olandese-brasiliano, Carlos Mesters. Per Mesters Elia profeta appare come un uomo che vive anzitutto dentro di sé delle lacerazioni fra antico e nuovo, fra immagini ormai spiazzate di Dio e della sua significanza, e nuove sfide culturali e sociali. La sua lotta pubblica contro i potenti del sistema , come anche la sua esperienza di penitente, solitario, mistico, si devono leggere all'interno di un processo di superamento della crisi che Elia vive con il popolo e a vantaggio del suo popolo.
Il cammino della solidarietà con gli oppressi e gli smarriti, il cammino della lotta aperta per la giustizia e contro ogni strumentalizzazione della religione, raggiungono il loro vertice e trovano la loro segreta forza nella vita contemp/ativa cioé nella purificazione interiore che Elia subisce in circostanze misteriose sull'Oreb, e si rende pubblico nella ascensione finale nel fuoco.
Le immagini di Elia sono tantissime, sia come illustrazione delle pagine bibliche che come modello di vita cristiana e specialmente di vita monastica. Gli episodi biblici che più vengono rappresentati sono: la sfida del sacrificio sul Carmelo, Elia vestito da monaco solitario col tipico mantello e il bastone, Elia confortato dall'angelo nel deserto, e specialmente il carro di fuoco finale, col dono del mantello ad Eliseo.
Ricordiamo gli affreschi della sinagoga di Doura-Europos (sec. III) e quelli delle catacombe (cimiteri di Domitilla e Lucina), i sarcofaghi del IV/V secolo e il Castel S. Elia in Calabria (XI sec.); le vetrate medievali di Chartres o di Brouges e le miniature di molte bibbie monastiche e principesche; le icone russe o di monte Athos e gli arazzi come quelli di Bruxelles ora conservati al castello sforzesco di Milano; i saggi pittorici di Guercino, Moretto, Rubens, Reni, Tiepolo, Cranach, Tintoretto, Signorelli, ecc. e fino alle recenti vetrate di Chagall (+1986). Per il culto liturgico di Elia profeta, l'Oriente è stato più creativo e abbondante, data anche la presenza notevole della spiritualità monastica nei testi eucologici. L'Occidente invece ha sempre avuto un po' diffidenza verso i santi dell'antico testamento. Solo i Carmelitani saranno i testimoni di un culto liturgico per Elia, ma anch'esso sorto non troppo presto, verso la fine del 1400; definitivo nell'edizione del messale 1583. Tanto in Oriente che fra i Carmelitani la festa si celebra il 20 luglio.