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"La Lectio Divina è una fonte genuina della spiritualità cristiana, e ad essa ci invita la nostra Regola. La pratichiamo, quindi, ogni giorno, per acquistarne un soave e vivissimo affetto e allo scopo d’imparare la sovreminente scienza di Gesù Cristo. In tal modo metteremo in pratica il comando dell’Apostolo Paolo, riportato nella Regola: «La spada dello spirito, che è la Parola di Dio, abiti in abbondanza nella vostra bocca e nei vostri cuori, e tutte le cose che dovete fare, fatele nel nome del Signore».” Costituzioni Carmelitane (n. 82)

Lectio Divina: Sacro Cuore di Gesù (B)

Lectio: 
Venerdì, 8 Giugno, 2018

Un soldato trafigge il Cuore di Gesù
Giovanni 19,31-37

1. LECTIO

a) Orazione iniziale:

Donaci, Signore Gesù, di sostare in atteggiamento di ascolto davanti alla tua Parola. Aiutaci a non essere frettolosi, di non avere la mente e il cuore immersi nella superficialità e nella distrazione. Se saremo capaci di meditare sulla tua Parola, di certo, faremo l’esperienza di essere invasi dal fiume di tenerezza, di compassione, di amore, che dal tuo cuore trafitto riversi sull’umanità. Donaci di comprendere il simbolismo del sangue e dell’acqua che sgorgano dal tuo cuore. Fa che possiamo raccogliere, anche noi, quel sangue e quell’acqua per partecipare alla tuo infinita passione di amore e di sofferenza nella quale ti sei fatto carico di ogni nostra sofferenza fisica e morale. Il meditare su quei simboli della tua passione spacchi i nostri egoismi, le nostre chiusure, le nostre freddezze. Quell’acqua e quel sangue, di cui la parola del vangelo oggi ci parla, lenisca le nostre ansie e angosce, lavi la nostra vanagloria, purifichi la nostra cupidigia, trasformi le nostre paure in speranze, le nostre tenebre in luce. Mentre ci apriamo alla forza della tua Parola ti diciamo con il cuore e la vita: «Gesù, tu sei davvero la rivelazione dell’amore».

b) Lettura del vangelo:

Giovanni 19,31-3731Era il giorno della Parasceve e i Giudei, perché i corpi non rimanessero in croce durante il sabato (era infatti un giorno solenne quel sabato), chiesero a Pilato che fossero loro spezzate le gambe e fossero portati via. 32Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe al primo e poi all’altro che era stato crocifisso insieme con lui. 33Venuti però da Gesù e vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, 34ma uno dei soldati gli colpì il costato con la lancia e subito ne uscì sangue ed acqua.
35Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera ed egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate. 36Questo infatti avvenne perché si adempisse la Scrittura: Non gli sarà spezzato alcun osso. 37E un altro passo della Scrittura dice ancora: Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto.

c) Momenti di silenzio orante:

Il silenzio sia in questo incontro con la Parola davvero preghiera: un parlare con Dio, un ascoltare Colui che si rivela ti chiama per nome, sei invitato a farti uno in Lui.

2. MEDITATIO

a) Chiave di lettura - contenuto e divisione:

Il brano del vangelo inizia con la menzione della Pasqua, dei «giudei» e con una richiesta a Pilato (19,31). Tale episodio ha per l'evangelista un'importanza straordinaria. Il cuore del brano evangelico è la trafittura del costato, da cui sgorgano sangue e acqua. Da notare nel racconto il cumulo dei simboli: il sangue che raffigura la morte, simbolo dell'amore fino all'estremo; l'acqua, da cui deriva la vita, è simbolo dell'amore dimostrato e comunicato. Nel contesto della Pasqua tali simboli indicano il sangue dell'Agnello che vince la morte e l'acqua la fonte che purifica. La carica simbolica del racconto vuole evidenziare che quest'amore (sangue) salva dando la vita definitiva (acqua-Spirito). Quanto l’evangelista ha visto, è il fondamento della fede. Il racconto è così articolato. Innanzitutto l’obbligo del riposo festivo del giorno dopo la pasqua provoca la richiesta fatta a Pilato che i corpi vengano tolti (19,31); segue la scena che si svolge sulla croce, in cui un soldato trafigge il costato di Gesù (19,32-34); infine la testimonianza dell'evangelista, basata sulla Legge e sui profeti (19,35-37).

b) Il riposo festivo e la richiesta a Pilato (19,31-33):

I dirigenti giudei, in forza della purezza legale richiesta dalla Pasqua ormai imminente e preoccupati che l’esecuzione della morte di Gesù potesse profanare il giorno del sabato o la stessa festa di Pasqua, «chiesero a Pilato affinché facesse spezzare loro le gambe e li facesse togliere». Essi non pensano minimamente che la loro Pasqua è stata sostituita da quella di Gesù. Significativa è la menzione dei corpi. Non solo, quello di Gesù ma anche di quelli crocifissi con lui. Come ad esprimere la solidarietà di Gesù verso quelli che sono crocifissi con lui e verso ogni uomo.
Il corpo di Gesù sulla croce che lo rende solidale con tutti gli uomini, è per l’evangelista il santuario di Dio (2,21). I corpi dei crocifissi non potevano restare sulla croce il giorno di sabato, era in gioco la preparazione della festa più solenne della tradizione ebraica. Ma ugualmente la festa sarà privata del suo contenuto tradizionale e sostituito da quello della morte e resurrezione di Gesù.
«I giudei» rivolgono a Pilato delle richieste concrete: vengano spezzate le gambe ai corpi dei crocifissi perché si acceleri la loro morte e venga tolto l’ingombro che essi rappresentano in questo particolare momento. Nessuna di queste richieste si realizza nei confronti di Gesù: i soldati non gli spezzeranno le gambe; nemmeno lo toglieranno dalla croce.

c) Il costato trafitto (19,34):

Difatti, i soldati spezzano le gambe a coloro che sono con Gesù, ma giunti da Gesù, vedendolo «che era già morto, non gli spezzarono le gambe». É significativo che i soldati spezzino le gambe ai crocifissi con Gesù. Essi che sono vivi, ora che è morto Lui, possono morire anche loro. É come dire che Gesù precedendoli con la sua morte ha aperto loro la via verso il Padre, ed essi lo possono seguire. Affermando che non gli spezzarono le gambe, l’evangelista sembra dire: Nessuno può togliere la vita a Gesù, egli l'ha data di propria iniziativa (10,17s; 19,30). «Uno dei soldati, con una lancia, gli trafisse il costato, e immediatamente uscirono sangue e acqua». Il lettore si trova sorpreso del gesto del soldato, perché se era già morto, quale la necessità di trafiggerlo? Evidentemente l’ostilità continua dopo la morte: la trafittura con la punta della lancia vuole distruggerlo per sempre. Questo gesto di odio permette a Gesù di dare amore che produce vita. Il fatto è di un'importanza eccezionale e possiede una grande ricchezza di significato. Il sangue che esce dal costato trafitto di Gesù simboleggia la sua morte, che egli accetta per salvare l'umanità; è espressione della sua gloria, del suo amore fino all'estremo (1,14; 13,1); è la donazione del pastore che si dona per le pecore (10,11); è l’amore dell'amico che da la vita per i suoi amici (15, 13). Questa estrema prova d'amore, che non si arresta davanti al supplizio della morte in croce, è oggetto di contemplazione per noi in questo giorno di solennità del Sacro Cuore di Gesù. Dal suo costato trafitto sgorga l'amore, che al tempo stesso è inseparabilmente suo e del Padre. Anche l’elemento dell'acqua che sgorga rappresenta, a sua volta, lo Spirito, principio di vita. Il sangue e l’acqua evidenziano il suo amore dimostrato e il suo amore comunicato. L'allusione ai simboli dell’acqua e del vino nelle nozze di Cana è palese: è giunta l'ora in cui Gesù dà il vino del suo amore. Ora hanno avuto inizio le nozze definitive. La legge dell'amore estremo e sincero (1,17) che egli manifesta sulla croce, ribadita nel suo comandamento, «come io vi ho amati, così amatevi anche voi gli uni gli altri (13,34), viene infusa nel cuore dei credenti con lo Spirito. Il progetto divino dell’amore viene completato in Gesù nel fluire del sangue e dell’acqua (19,28-30); ora si attende che si realizzi il completamento negli uomini. In tale completezza l’uomo sarà aiutato dallo Spirito che sgorga dal costato trafitto di Gesù che, trasformandoli in uomo nuovo, gli darà la capacità d'amare e di diventare figlio di Dio (1, 12).

d) Testimonianza dell'evangelista e della Scrittura:

Davanti allo spettacolo di Gesù trafitto sulla croce, l’evangelista, dà prova di una grande e solenne testimonianza, perché tutti quelli che lo ascoltano giungano a credere. Questa manifestazione definitiva e suprema sarà il fondamento della fede dei discepoli futuri. Da notare che solo in questo episodio l'evangelista si rivolge ai suoi lettori col «voi»: «affinché anche voi giungiate a credere».
Il costato trafitto di Gesù sulla croce è il grande segno verso il quale convergono tutti quei personaggi menzionati lungo il vangelo, ma soprattutto i lettori odierni, ai quali viene concesso di comprendere il pieno significato dell’esistenza di Gesù. Il racconto del costato trafitto è, per l’evangelista, la chiave interpretativa del suo darsi per la salvezza dell’umanità. E anche se tale segno può sembrare paradossale al lettore odierno, nel piano di Dio diventa manifestazione della sua potenza salvifica. Non poteva scegliere Dio un’altro segno per manifestarsi come amore che salva? Perché ha scelto quella di un uomo condannato a morte e morto su una croce? Quale immagine di Dio Gesù realizza in questo segno: Dio si manifesta soltanto nell'amore generoso capace di dare vita.

e) Alcune domande:

- Nella tua preghiera personale quale importanza ricopre la contemplazione del cuore trafitto di Gesù? Ti lasci coinvolgere dai simboli del sangue e dell’acqua che esprimono il dono misterioso di Dio alla tua persona e all’umanità?
- Hai mai pensato che dove si ha il massimo del rifiuto di Dio e della morte di Cristo, inizia, anche il momento della grazia, della misericordia, del dono dello Spirito, della vita di fede?
- Come vedi le tue debolezze? Ti accade di considerarle come lo strumento e il luogo della misericordia, soprattutto quando sai ammetterle? Non sai che possono essere lo strumento con cui Dio evangelizza il tuo cuore, ti salva, ti perdona, e ti fa nascere all’amore con amore?
- Le persone che si allontanano da Dio, i giovani difficili, le violenze, le ostilità... spesso creano dentro di noi motivi di lamentela, di disagio, di amarezza, di sconforto, di scetticismo. Non hai mai pensato che Dio sta salvando gli uomini nel loro peccato e a partire da esso? Hai mai pensato ai tanti uomini, donne, giovani, che nelle carceri o nelle comunità di recupero dei tossicodipendenti sperimentano in coloro che li aiutano l’incontro con il Signore e si sentono da lui amati e salvati?

3. ORATIO

a) Isaia 12,2; 4cd; 5-6

Ecco, Dio è la mia salvezza;
io confiderò, non temerò mai,
perché mia forza e mio canto è il Signore;
egli è stato la mia salvezza.

Lodate il Signore, invocate il suo nome;
manifestate tra i popoli le sue meraviglie,
proclamate che il suo nome è sublime.

Cantate inni al Signore,
perché ha fatto opere grandi,
ciò sia noto in tutta la terra.
Gridate giulivi ed esultate, abitanti di Sion,
perché grande in mezzo a voi
è il Santo di Israele

b) Preghiera finale:

Al termine di questo momento di ascolto della Parola attingiamo a un prezioso sussidio di preghiere scaturite da uno studio amoroso e sapienziale della Bibbia. La preghiera inizia con l’ascolto e spinge ad agire «con cuore puro e retta coscienza». Il titolo della preghiera è «Ch’io ami, Signore!»: É sogno fatuo immaginare l’umanità unita, nella quale ciascuno è felice di stare con gli altri e di sentirsi utile, compreso ed amato? Quante volte, quanti uomini, ieri, oggi e in futuro, han fatto e faranno tale sogno, Signore! perché è nella natura umana il bisogno dell’unità, l’ansia della carità. L’amore, questa legge che unisce l’universo, è il motivo e la vocazione, che Tu, o Signore, affidi a ciascuno che viene alla vita. E vivere significa sentirsi amati e avere capacità di amare: quando ci si sente soli, quando intorno c’è il vuoto, l’assenza di amore, pare che la vita non abbia valore, non abbia motivo, non abbia colore! Come mai, allora, Signore, non tutti e non sempre cercano l’amore; né vivono per gli altri, né riescono a donare se stessi? Donarsi vicendevolmente, significa trasformare in dono l’esistere della terra. Fa, o Signore, ch’io comprenda e viva questa meravigliosa vocazione all’amore! (Lucio Renna)

4. CONTEMPLATIO

Sulla terra, la conoscenza che possiamo avere di Dio, consiste in un silenzio divino. Con la lectio divina la fame della Parola non è spenta, ma si fa più acuta. Diceva Sant’Agostino: «Lo trovi solo per cercarlo più avidamente». Il cuore quando è sedotto dalla Parola si sente morire se l’incontro differisce. Ed è ciò che sperimenta Teresa d’Avila: «Muero por que no muero» (muoio perché non muoio). Per avviare questo momento contemplativo voglio citare tre frasi della Beata Elisabetta della Trinità. Insieme sono tratti da una sezione che ha come titolo un «inno» al dolore, ma non dobbiamo pensare che la sofferenza sia stata l’Assoluto della sua vita. Anzi lei afferma che siamo chiamati ad «entrare nella gioia del Signore». Il primo pensiero: «É qualche cosa di grande, di così divino la sofferenza! Mi sembra che se i Beati in cielo potessero invidiarci qualche cosa, c’invidierebbero questo tesoro. É una leva così potente sul cuore del buon Dio!» (Lettera alla Signore Angles, 14 agosto 1904). Il secondo: «La sofferenza è una corda che produce dei suoni più belli ancora ed essa (l’anima) ama farsene il suo strumento per commuovere più deliziosamente il cuore di Dio» (Ritiro Come si può trovare il cielo sulla terra). E infine: «Nulla commuove il cuore di Dio come la sofferenza. Se non si può desiderarla e andarle incontro, si accettino almeno le prove che Dio ci manda. Più egli ama un’anima, più la fa soffrire» (Diario, 17 marzo 1889). Perché la Beata Elisabetta della Trinità vede nella sofferenza «qualcosa di grande e di divino che commuove il cuore di Dio?». Perché è la strada seguita da Cristo. Nella Pasqua di Cristo, passione e morte da una parte, e resurrezione dall’altra, sono unite come il concavo e il convesso.

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Come Carmelitani, viviamo in ossequio di Gesù Cristo e lo serviamo fedelmente con cuore puro e retta coscienza, impegnandoci nella ricerca del volto del Dio vivente (dimensione contemplativa della vita), nella preghiera, nella fraternità e nel servizio (diakonia) in mezzo al popolo, sotto la protezione e la guida della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo che onoriamo come Madre e Sorella. Questi tre elementi fondamentali del carisma non sono valori separati o senza connessione, bensì strettamente legati l'uno all'altro.


date | by Dr. Radut