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"La Lectio Divina è una fonte genuina della spiritualità cristiana, e ad essa ci invita la nostra Regola. La pratichiamo, quindi, ogni giorno, per acquistarne un soave e vivissimo affetto e allo scopo d’imparare la sovreminente scienza di Gesù Cristo. In tal modo metteremo in pratica il comando dell’Apostolo Paolo, riportato nella Regola: «La spada dello spirito, che è la Parola di Dio, abiti in abbondanza nella vostra bocca e nei vostri cuori, e tutte le cose che dovete fare, fatele nel nome del Signore».” Costituzioni Carmelitane (n. 82)

Lectio Divina: Luca 19,11-28

Lectio: 
Mercoledì, 22 Novembre, 2017
Tempo ordinario
 
1) Preghiera
Il tuo aiuto, Signore, ci renda sempre lieti nel tuo servizio,
perché solo nella dedizione a te, fonte di ogni bene,
possiamo avere felicità piena e duratura.
Per il nostro Signore Gesù Cristo...
 
2) Lettura
Dal Vangelo secondo Luca 19,11-28
In quel tempo, Gesù disse una parabola perché era vicino a Gerusalemme e i discepoli credevano che il regno di Dio dovesse manifestarsi da un momento all’altro.
Disse dunque: “Un uomo di nobile stirpe partì per un paese lontano per ricevere un titolo regale e poi ritornare. Chiamati dieci servi, consegnò loro dieci mine, dicendo: Impiegatele fino al mio ritorno.
Ma i suoi cittadini lo odiavano e gli mandarono dietro un’ambasceria a dire: Non vogliamo che costui venga a regnare su di noi.
Quando fu di ritorno, dopo aver ottenuto il titolo di re, fece chiamare i servi ai quali aveva consegnato il denaro, per vedere quanto ciascuno avesse guadagnato.
Si presentò il primo e disse: Signore, la tua mina ha fruttato altre dieci mine. Gli disse: Bene, bravo servitore; poiché ti sei mostrato fedele nel poco, ricevi il potere sopra dieci città.
Poi si presentò il secondo e disse: La tua mina, signore, ha fruttato altre cinque mine. A questo disse: Sarai tu pure a capo di cinque città.
Venne poi anche l’altro e disse: Signore, ecco la tua mina, che ho tenuto riposta in un fazzoletto; avevo paura di te che sei un uomo severo e prendi quello che non hai messo in deposito, mieti quello che non hai seminato.
Gli rispose: Dalle tue stesse parole ti giudico, servo malvagio! Sapevi che sono un uomo severo, che prendo quello che non ho messo in deposito e mieto quello che non ho seminato: perché allora non hai consegnato il mio denaro a una banca? Al mio ritorno l’avrei riscosso con gli interessi.
Disse poi ai presenti: Toglietegli la mina e datela a colui che ne ha dieci. Gli risposero: Signore, ha già dieci mine!
Vi dico: A chiunque ha sarà dato; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha. E quei miei nemici che non volevano che diventassi loro re, conduceteli qui e uccideteli davanti a me”.
Dette queste cose, Gesù proseguì avanti agli altri salendo verso Gerusalemme.
 
3) Riflessione
• Il vangelo di oggi ci presenta la parabola dei talenti, in cui Gesù parla dei doni che le persone ricevono da Dio. Tutte le persone hanno qualche qualità, ricevono qualche dono o sanno qualche cosa che possono insegnare agli altri. Nessuno è solo alunno, nessuno è solo professore. Impariamo gli uni dagli altri.
• Luca 19,11: La chiave per capire la storia della parabola. Per introdurre la parabola Luca dice quanto segue:“In quel tempo, Gesù disse una parabola perché era vicino a Gerusalemme e i discepoli credevano che il regno di Dio dovesse manifestarsi da un momento all’altro”. In questa informazione iniziale, Luca presenta tre motivi che portano Gesù a raccontare la parabola: (a) L’accoglienza da dare agli esclusi, riferendosi quindi all’episodio di Zaccheo, l’escluso, che Gesù accoglie. (b) L’avvicinarsi della passione, morte e risurrezione, poiché diceva che Gesù era vicino a Gerusalemme dove sarebbe stato a breve condannato a morte. (c) L’imminente avvento del Regno di Dio, poiché le persone che accompagnavano Gesù pensavano che il Regno di Dio sarebbe giunto dopo.
• Luca 19,12-14: L’inizio della Parabola. “Un uomo di nobile stirpe partì per un paese lontano per ricevere un titolo regale e poi ritornare. Chiamati dieci servi, consegnò loro dieci mine, dicendo: Impiegatele fino al mio ritorno”. Alcuni studiosi pensano che in questa parabola, Gesù si riferisca ad Erode che settanta anni prima (40 aC), era andato a Roma per ricevere il titolo e il potere di Re della Palestina. Alla gente non piaceva Erode e non voleva che diventasse re, poiché l’esperienza che avevano di lui da comandante per reprimere le ribellioni nella Galilea contro Roma fu tragica e dolorosa. Per questo dicevano: “Non vogliamo che questo uomo regni su di noi.” A questo stesso Erode si applicherebbe la frase finale della parabola: “E quanto a questi nemici, che non vogliono che io regni su di loro, portateli qui, ed uccideteli dinanzi a me”. Infatti Erode uccise molta gente.
• Luca 19,15-19: Rendiconto dei primi impiegati che ricevettero cento monete d’argento. La storia informa inoltre che Erode, dopo aver ottenuto il titolo di re, ritornò in Palestina per assumere il potere. Nella parabola, il re chiamò gli impiegati a cui aveva dato cento monete d’argento, per sapere quanto avevano guadagnato. Si presentò il primo e disse: Signore, la tua mina ha fruttato altre dieci mine. Gli disse: Bene, bravo servitore; poiché ti sei mostrato fedele nel poco, ricevi il potere sopra dieci città. Poi si presentò il secondo e disse: La tua mina, signore, ha fruttato altre cinque mine. A questo disse: Sarai tu pure a capo di cinque città.
D’accordo con la storia sia Erode Magno che suo figlio Erode Antipa, tutti e due sapevano trattare con il denaro e promuovere le persone che li aiutavano. Nella parabola, il re dette dieci città all’impiegato che moltiplicò per dieci le cento monete che aveva ricevuto, e cinque città a colui che le moltiplicò per cinque.
• Luca 19,20-23: Rendiconto dell’impiegato che non guadagnò nulla. Il terzo impiegato giunse e disse: Venne poi anche l’altro e disse: Signore, ecco la tua mina, che ho tenuto riposta in un fazzoletto; avevo paura di te che sei un uomo severo e prendi quello che non hai messo in deposito, mieti quello che non hai seminato. In questa frase appare un’idea sbagliata di Dio che è criticata da Gesù. L’impiegato considera Dio un padrone severo. Dinanzi a un Dio così, l’essere umano ha paura e si nasconde dietro l’osservanza esatta e meschina della legge. Pensa che, agendo in questo modo, non sarà castigato dalla severità del legislatore. In realtà, una persona cosi non crede in Dio, ma crede solo in se stessa, nella sua osservanza della legge. Si rinchiude in se stessa, si allontana da Dio e non riesce a preoccuparsi degli altri. Diventa incapace di crescere come una persona libera. Questa immagine falsa di Dio isola l’essere umano, uccide la comunità, spegne la gioia ed impoverisce la vita. Il re risponde: Dalle tue stesse parole ti giudico, servo malvagio! Sapevi che sono un uomo severo, che prendo quello che non ho messo in deposito e mieto quello che non ho seminato: perché allora non hai consegnato il mio denaro a una banca? Al mio ritorno l’avrei riscosso con gli interessi. L’impiegato non è coerente con l’immagine che aveva di Dio. Se immaginava Dio così severo, avrebbe dovuto mettere per lo meno il denaro nel banco. Non è condannato da Dio, ma dall’idea sbagliata che si era fatta di Dio e che lo rende più immaturo e più pauroso di quanto avrebbe dovuto essere. Una delle cose che influisce maggiormente sulla vita della gente è l’idea che ci facciamo di Dio. Tra i giudei della linea dei farisei, alcuni immaginavano Dio come un giudice severo che li trattava secondo il merito conquistato dalle osservanze. Ciò causava timore ed impediva alle persone di crescere. Sopratutto impediva che aprissero uno spazio dentro di sé per accogliere la nuova esperienza di Dio che Gesù comunicava.
• Luca 19,24-27: Conclusione per tutti. “Disse poi ai presenti: Toglietegli la mina e datela a colui che ne ha dieci. Gli risposero: Signore, ha già dieci mine! Vi dico: A chiunque ha sarà dato; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha. E quei miei nemici che non volevano che diventassi loro re, conduceteli qui e uccideteli davanti a me”. Il signore ordina di togliergli le cento monete e darle a colui che ne aveva già mille, perché “A chiunque ha sarà dato; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha”. In questa frase finale si trova la chiave che chiarisce la parabola. Nel simbolismo della parabola, le monete d’argento del re sono i beni del Regno di Dio, cioè tutto quello che fa crescere la persona e rivela la presenza di Dio: amore, servizio, condivisione. Chi si chiude in sé, per paura di perdere il poco che ha, costui perderà anche il poco che ha. Quindi la persona che non pensa a sé, ma si dà agli altri, crescerà e riceverà, sorprendentemente, tutto ciò che ha dato e molto di più: “cento volte tanto” (Mc 10,30). “Perde la vita colui che vuole salvarla, la salva colui che ha il coraggio di perderla” (Lc 9,24; 17,33; Mt 10,39;16,25;Mc 8,35). Il terzo impiegato ha paura e non fa nulla. Non vuole perdere nulla e, per questo, non guadagna niente. Perde perfino il poco che ha. Il regno è un rischio. Chi non corre rischi, perde il Regno!
• Luca 19,28: Ritorno alla triplice chiave iniziale. Alle fine, Luca chiude il tema con questa informazione: “Dette queste cose, Gesù proseguì avanti agli altri salendo verso Gerusalemme”. Questa informazione finale evoca la triplice chiave data all’inizio: accoglienza da dare agli esclusi, vicinanza della passione, morte e risurrezione di Gesù a Gerusalemme e l’idea della venuta imminente del Regno. A coloro che pensavano che il Regno di Dio stesse per giungere, la parabola ordina di cambiare lo sguardo. Il Regno di Dio, arriva sì, ma attraverso la morte e la risurrezione di Gesù che avverrà tra breve a Gerusalemme. E il motivo della morte è l’accoglienza che Gesù da agli esclusi, come per esempio a Zaccheo e a tanti altri. Scomoda i grandi e loro lo elimineranno condannandolo a morte, e ad una morte di croce.
 
4) Per un confronto personale
• Nella nostra comunità, cerchiamo di conoscere e di valorizzare i doni di ogni persona? A volte, i doni di alcuni generano gelosie e competitività negli altri. Come reagiamo?
• Nella nostra comunità c’è uno spazio dove le persone possono mostrare i loro doni?
 
5) Preghiera finale
Lodate il Signore nel suo santuario,
lodatelo nel firmamento della sua potenza.
Lodatelo per i suoi prodigi,
lodatelo per la sua immensa grandezza. (Sal 150)
 

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Come Carmelitani, viviamo in ossequio di Gesù Cristo e lo serviamo fedelmente con cuore puro e retta coscienza, impegnandoci nella ricerca del volto del Dio vivente (dimensione contemplativa della vita), nella preghiera, nella fraternità e nel servizio (diakonia) in mezzo al popolo, sotto la protezione e la guida della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo che onoriamo come Madre e Sorella. Questi tre elementi fondamentali del carisma non sono valori separati o senza connessione, bensì strettamente legati l'uno all'altro.


date | by Dr. Radut