Skip to Content

"La Lectio Divina è una fonte genuina della spiritualità cristiana, e ad essa ci invita la nostra Regola. La pratichiamo, quindi, ogni giorno, per acquistarne un soave e vivissimo affetto e allo scopo d’imparare la sovreminente scienza di Gesù Cristo. In tal modo metteremo in pratica il comando dell’Apostolo Paolo, riportato nella Regola: «La spada dello spirito, che è la Parola di Dio, abiti in abbondanza nella vostra bocca e nei vostri cuori, e tutte le cose che dovete fare, fatele nel nome del Signore».” Costituzioni Carmelitane (n. 82)

Lectio Divina: 31ª Domenica del tempo ordinario (A)

Lectio: 
Domenica, 5 Novembre, 2017

Contro l'ipocrisia
Matteo 23,1-12

1. Orazione iniziale

Signore Gesù, mandaci il tuo Spirito perché possiamo leggere la tua Parola liberi dai pregiudizi, perché possiamo meditare il tuo annuncio nella sua integrità e non selettivamente, perché possiamo pregare per crescere nella comunione con te, con i fratelli e le sorelle. Perché possiamo, alla fine, agire, contemplando la realtà che viviamo ogni giorno con i tuoi stessi sentimenti e la tua stessa misericordia. Tu che vivi con il Padre e ci doni l’Amore, amen.

2. Lettura

a) Introduzione:

Questo brano evangelico è l’ultimo degli insegnamenti pubblici di Gesù iniziati con il discorso della montagna (cc.5-7). Gesù si trova a Gerusalemme, si avvicina il momento dell’arresto, sta avendo un duro confronto con le diverse categorie di persone: sommi sacerdoti, anziani, erodiani, scribi, farisei, ecc. Gesù non sta contestando la religiosità giudaica in quanto tale, ma pronuncia parole dure sul tentativo di alcuni, i capi in particolare, di stravolgerne i valori autentici con atteggiamenti incoerenti. L’evangelista Matteo, in questa prima parte del capitolo 23, riportando queste parole di Gesù, mette in guardia la comunità dei primi cristiani dal riprodurre uno stile di vita incompatibile con la fede in Lui. Sullo sfondo si percepisce il conflitto tra la chiesa nascente e la sinagoga.

b) Una possibile divisione del testo:

Matteo 23, 1-7: Messa in guardia degli ascoltatori e denuncia del comportamento degli scribi e farisei.
Matteo 23, 8-12:
Raccomandazioni alla
comunità dei discepoli.

c) Testo:

1 Allora Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo: 2 "Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. 3 Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno. 4 Legano infatti pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito. 5 Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini: allargano i loro filattèri e allungano le frange; 6 amano posti d'onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe 7 e i saluti nelle piazze, come anche sentirsi chiamare "rabbì" dalla gente.
8 Ma voi non fatevi chiamare "rabbì", perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli. 9 E non chiamate nessuno "padre" sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo. 10 E non fatevi chiamare "maestri", perché uno solo è il vostro Maestro, il Cristo. 11 Il più grande tra voi sia vostro servo; 12 chi invece si innalzerà sarà abbassato e chi si abbasserà sarà innalzato.

3. Momento di silenzio

Per ascoltare lo Spirito, far entrare la Parola di Dio nel cuore e illuminare la nostra vita

4. Alcune domande

A chi sono rivolte le parole di Gesù?
Chi sono gli interlocutori dell’evangelista Matteo?
Osservanza e ipocrisia possono convivere?
Qual è la novità del messaggio di Gesù?
Quali atteggiamenti caratterizzano la comunità dei discepoli di Gesù?

5. Meditazione

Queste parole di Gesù appaiono dure e polemiche. Proviamo a meditarle in rapporto al primo discorso di Gesù, quello sul monte, secondo la redazione di Matteo. Esse diventano allora come un paragone tra l’ideale di vita del discepolo di Cristo e i comportamenti non corrispondenti a questo ideale, evidenti in coloro che sono ancora “sotto la Legge”, direbbe Paolo. Il discorso è rivolto alle folle e in particolare ai discepoli, non agli scribi e ai farisei, almeno in questa prima parte del capitolo. Ci sono comunque anche scribi “non lontano dal regno di Dio” (Mc 12,34). Sono ovunque quelli che “dicono e non fanno”.

Il riferimento all’insegnamento degli scribi, stando “seduti sulla cattedra di Mosè”, era reale nelle sinagoghe, ma ha anche un riferimento simbolico, perché è divenuto un segno di potere, così Gesù ammaestrava stando seduto per terra (Mt 5,1). Il rapporto di Gesù con la Legge è chiarito nel discorso della montagna, egli non è venuto per abolirla, ma per portarla a compimento (Mt 5, 17-19) quindi i comandamenti autentici sono da mettere in pratica: “quanto vi dicono fatelo e osservatelo”. Aggiungeva però Gesù nel precedente discorso: “Io vi dico: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei celi” (Mt 5,20). Seguiva l’interpretazione autentica della Legge: “avete inteso che fu detto… ma io vi dico”. Gesù supera l’osservanza formale della Legge (Mc 7,15) perché è giunto il Regno di Dio (Mt 4,17), col suo avvento l’Amore è al di sopra della Legge. Non basta più ricorrere alla Legge per giustificare la validità delle disposizioni cultuali (il sabato, lavarsi le mani) né per imporre “pesanti fardelli”, ora ci si deve riferire all’amore di Dio che solo conferisce all’agire dell’uomo il suo significato ultimo. Per il discepolo di Cristo sono valide le motivazioni interiori, le intenzioni autentiche (Mt 6, 22-23). Annunciando che il regno di Dio è qui, Gesù offre un nuovo criterio di azione che non sopprime la Legge, ma ne rivela il senso autentico. Il comandamento dell’amore è il metro di misura nella critica della Legge. “Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi… Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero” (Mt 11,28-30). I “pesanti fardelli” sono prescrizioni elaborati dalla tradizione orale. Queste possono aiutare l’osservanza della Torah, ma la possono anche aggirare e soppiantare con usanze umane. Ecco allora che riguardano gli altri piuttosto che i capi: “loro non vogliono muoverli neppure con un dito”.

La religiosità può essere pure motivo di esibizionismo (vv.5-7) contrario a quanto insegnato nel discorso della montagna. “Guardatevi dal praticare le vostre buone opere davanti agli uomini” (Mt 6,1): l’elemosina (Mt 6,3), la preghiera (Mt 6,5), il digiuno (Mt 6,16) che erano le opere buone più frequenti per un giudeo, devono essere fatte “in segreto” dal discepolo di Cristo, perché hanno come unica motivazione l’adorazione di Dio. Più importante per il discepolo non è il consenso sociale e il rispetto degli uomini, né i titoli di onore, “rabbi”, ma essere “poveri in spirito” (Mt 5,3) perché tutto si è posto nelle mani di Dio e non si ha nulla per sé, là è il proprio tesoro (Mt 6,21), in cielo. Questo porta persecuzione (Mt 5,10-11) più che applausi e consenso (Mt 23,6-7). Dio è “Padre nostro” (Mt 6,9), nessuno si può interporre a Lui. Per questo il discepolo di Cristo si deve guardare dal conferire ad alcuni titoli: rabbi, padre, maestro un’importanza e un potere che oscuri il fatto che uno solo è rabbi, padre, maestro e voi siete tutti fratelli. Giovanni che battezzava, quando vide passare il vero Maestro, mandò i suoi discepoli da lui (Gv 1,35), l’unico Maestro e non li trattenne per sé. La comunità di Gesù è quella delineata nel discorso delle “Beatitudini” con le sue esigenze radicali. Una comunità di fratelli e sorelle capace di accogliere Dio che viene a salvare gratuitamente. Questa comunità ha il suo ideale nel “servizio” (Mt 20,28) del Figlio dell’uomo, modello della Chiesa. L’autorità del capo perde la sua attrazione, non è più un ideale, “Il più grande tra voi sia vostro servo” (conf. Mc 10,41-44; Gv 13), non si parla più di modello gerarchico, ma di servire e di abbassarsi, “chi invece si innalzerà sarà abbassato e chi si abbasserà sarà innalzato”. Nelle parole di Gesù c’è molto di più di una polemica con gli scribi e i farisei, molto di più di una esortazione a essere coerenti, è un richiamo all’identità stessa dei suoi discepoli, alla novità che loro son chiamati a testimoniare.

6. Orazione

Preghiamo con il salmo 131

Signore, non si inorgoglisce il mio cuore
e non si leva con superbia il mio sguardo;
non vado in cerca di cose grandi,
superiori alle mie forze.

Io sono tranquillo e sereno
come bimbo svezzato in braccio a sua madre,
come un bimbo svezzato è l'anima mia.

Speri Israele nel Signore,
ora e sempre.

7. Contemplazione

Mi hai messo in guardia, Signore, da un comportamento ipocrita che non riflette la novità di vita che anima la comunità dei tuoi discepoli. Come è facile tornare a mettere al centro se stessi, attaccarsi alle usanze, a rimanere immobili, ascoltando la tua Parola. Sì, anch’io sono tra coloro che “dicono e non fanno”, la tua Parola mi mette in imbarazzo. La ricerca di segni esteriori, di consenso, di titoli e onorificenze turba i miei pensieri e indebolisce la fraternità. Come era pura di cuore tua madre, Maria, così siano le mie intenzioni e i miei atteggiamenti in modo da poter costruire una comunità secondo i tuoi stessi sentimenti con la tua stessa compassione verso tutti. Amen.

Ebook per Lectio Divina

Vorreste ricevere mensile Lectio Divina sul vostro Ipad / Iphone / Kindle

  Email:



Come Carmelitani, viviamo in ossequio di Gesù Cristo e lo serviamo fedelmente con cuore puro e retta coscienza, impegnandoci nella ricerca del volto del Dio vivente (dimensione contemplativa della vita), nella preghiera, nella fraternità e nel servizio (diakonia) in mezzo al popolo, sotto la protezione e la guida della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo che onoriamo come Madre e Sorella. Questi tre elementi fondamentali del carisma non sono valori separati o senza connessione, bensì strettamente legati l'uno all'altro.


date | by Dr. Radut