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"La Lectio Divina è una fonte genuina della spiritualità cristiana, e ad essa ci invita la nostra Regola. La pratichiamo, quindi, ogni giorno, per acquistarne un soave e vivissimo affetto e allo scopo d’imparare la sovreminente scienza di Gesù Cristo. In tal modo metteremo in pratica il comando dell’Apostolo Paolo, riportato nella Regola: «La spada dello spirito, che è la Parola di Dio, abiti in abbondanza nella vostra bocca e nei vostri cuori, e tutte le cose che dovete fare, fatele nel nome del Signore».” Costituzioni Carmelitane (n. 82)

Lectio Divina: 15ª Domenica del tempo ordinario (A)

Lectio: 
Domenica, 16 Luglio, 2017

La parabola della semente in terra
Matteo 13,1-23

 
1. Orazione iniziale

La preghiera è, anche, disponibilità all’ascolto; è il momento propizio in cui avviene il vero incontro con Dio. Oggi, domenica del ‘seminatore’, vogliamo aprire il cuore all’ascolto della parola di Gesù con le parole di San Giovanni Crisostomo, per divenire, anche noi, ascoltatori docili e disponibili della Parola che salva: «Fà, o Signore, che ascolti con attenzione e ricordi costantemente il tuo insegnamento, che lo metta in pratica con forza e coraggio, disprezzando le ricchezze e allontanando tutte le inquietudini della vita mondana...Fà che mi fortifichi da ogni parte e mediti le tue parole mettendo profonde radici e purificandomi da tutti gli attacchi mondani» (San Giovanni Crisostomo, Commento al Vangelo secondo San Matteo 44,3-4).

 

2. Lettura 

a) Contesto:

Matteo colloca la parabola della semente con gli eventi precedenti dei capitoli 11 e 12 dove è menzionato il regno di Dio che soffre violenza. Il tema della nostra parabola, come di tutto il discorso in parabole nel capitolo 13, è il regno di Dio.
La “casa” da cui Gesù esce è quella in cui aveva preso dimora a Cafarnao e dove si ritrova con i suoi discepoli (v.1: Quel giorno uscì di casa) e la sua uscita viene messa in relazione con quella del seminatore (v.3: e il seminatore uscì per seminare). Il suo “uscire” ha come approdo fisico o concreto la riva del lago (v.1: e si sedette presso il lago); tale luogo richiama il momento in cui Gesù aveva chiamato i suoi discepoli (4,18), ma, il mare è il luogo di passaggio verso i popoli pagani, quindi, rappresentava la frontiera fra Israele e il mondo pagano. Lo sfondo del discorso in parabole è, quindi, il lago di Genesaret, chiamato “mare” secondo l’opinione della gente. La sua uscita attira le folle. E mentre Gesù è seduto in riva al mare, sorpreso dalle stesse folle che affluiscono a lui, è costretto a salire in barca. Questa diventa la cattedra del suo insegnare. Gesù si rivolge ai suoi ascoltatori mediante un “parlare in parabole” che è diverso dall’insegnare o annunciare.

b) Il testo:

1Quel giorno Gesù uscì di casa e si sedette in riva al mare. 2Si cominciò a raccogliere attorno a lui tanta folla che dovette salire su una 'barca e là porsi a sedere, mentre tutta la folla rimaneva sulla spiaggia.
3Egli parlò loro di molte cose in parabole. E disse: «Ecco, il Seminatore uscì a seminare. 4E mentre seminava una parte del seme cadde sulla strada e vennero gli uccelli e la divorarono. 5Un'altra parte cadde in luogo sassoso, dove non c'era molta terra; subito germogliò, perché il terreno non era profondo. 6Ma, spuntato il sole, restò bruciata e non avendo radici si seccò. 7Un'altra parte cadde sulle spine e le spine crebbero e la soffocarono. 8Un'altra parte cadde sulla terra buona e diede frutto, dove il cento, dove il sessanta, dove il trenta. 9Chi ha orecchi, intenda».
Matteo 13,1-2310Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: «Perché parli loro in parabole?». 11Egli rispose: «Perché a voi, è dato di conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. 12Così a chi ha sarà dato e sarà nell'abbondanza; e a chi non ha sarà tolto anche quello che ha. 13Per questo parlo loro in parabole: perché pur vedendo non vedono, e pur udendo non odono e non comprendono. 14E così si adempie per loro la profezia di Isaia che dice: Voi udrete, ma non comprenderete, guarderete, ma non vedrete. 15Perché il cuore di questo popolo si é indurito, son diventati duri di orecchi, e hanno chiuso gli occhi, per non vedere con gli occhi, non sentire con gli orecchi e non intendere con il cuore e convertirsi, e io li risani.
16Ma beati i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché sentono. 17In verità vi dico: molti profeti e giusti hanno desiderato vedere ciò che voi vedete, e non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, e non l'udirono!
18Voi dunque intendete la parabola del seminatore: 19tutte le volte che uno ascolta la parola del regno e non la comprende, viene il maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. 20Quello che è stato seminato nel terreno sassoso è l'uomo che. ascolta la parola e subito l'accoglie con gioia, 21ma non ha radice in sé ed è incostante, sicché appena giunge una tribolazione o persecuzione a causa della parola, egli ne resta scandalizzato. 22Quello seminato tra le spine è colui che ascolta la parola, ma la preoccupazione del mondo e l'inganno della ricchezza soffocano la parola ed essa non dà frutto. 23Quello seminato nella terra buona è colui che ascolta la parola e la comprende; questi dà frutto e produce ora il cento, ora il sessanta, ora il trenta ».

 

3. Un momento di silenzio orante

Nel nostro agire frettoloso, che ci porta a essere protesi all’esterno, sentiamo il bisogno di una sosta pacata nel silenzio... in questo momento diventiamo ricettivi al fuoco della Parola...

 

4. Interpretare il testo

a) L’azione del seminatore:

Il racconto parabolico parla di un seminatore, non di un contadino e la sua attività è caratterizzata dal contrasto tra perdita dei semi (13, 4-7) e frutto abbondante (13, 8). Inoltre una differenza è da notare tra la ricchezza dei particolari con cui viene descritta la perdita dei semi e la forma concisa del frutto abbondante. Ma alla quantità delle esperienze di insuccesso e di delusione rappresentate dalle varie perdite dei semi (lungo la strada... sul terreno roccioso... tra le spine...) si contrappone il grande raccolto che fa dimenticare l’esperienza negativa della perdita. Inoltre, nella parabola c’è una differenza temporale tra la fase d’inizio della semina e quella della fine che coincide con il frutto del raccolto. Se nei vari tentativi della semina il frutto è assente, tale mancanza rimanda al Regno di Dio, al momento in cui ci sarà il grande raccolto. Gesù, il seminatore, semina la parola del regno (13,19) che rende presente la signoria di Dio sul mondo, sugli uomini e che realizza il frutto finale. La parabola ha un tale forza persuasiva da portare l’ascoltatore ad avere fiducia nell’opera di Gesù che, per quanto segnata da insuccessi o delusioni, alla fine avrà un esito di successo.

b) Gesù, in disparte, comunica ai discepoli lo scopo del parlare in parabole (13,10-17):

Dopo il racconto della parabola e prima della sua spiegazione (13,18-23) i discepoli si avvicinano a Gesù (il verbo avvicinarsi esprime il rapporto intimo con Gesù) e gli pongono una domanda esplicita, non vedono per quale motivo Gesù parli in parabole alla folla (v.10: Perché parli a loro in parabole?). La risposta alla loro domanda i discepoli la ricevono al v.13: «...parlo a loro in parabole, perché essi, pur vedendo, non vedono e, pur udendo, non odono né capiscono». É come dire: le folle non percepiscono né comprendono. Gesù non intende forzarle a capire. Infatti finora Gesù ha parlato e agito con chiarezza, ma le folle non hanno compreso; ma, essendo venuta meno la condizione per continuare a esporre il suo messaggio nella sua radicalità - cioè la comprensione - ricorre al linguaggio delle parabole che, essendo più velato potrà stimolare le folle a pensare di più, a riflettere sugli ostacoli che impediscono la loro comprensione dell’insegnamento di Gesù. Sembrano ripetersi le circostanze del tempo di Isaia, quando il popolo era chiuso al messaggio di Dio (Is 6,9-10) e come tale situazione di rifiuto previsto dalla tradizione biblica si ripeta ora nella folla che “vede-ascolta” ma non comprende.
Rispetto alla folla i discepoli hanno una posizione privilegiata (13,11). Gesù lo mostra nella prima parte della risposta quando distingue tra quelli che vengono messi a conoscenza dei del regno e quelli che ne vengono esclusi. La conoscenza dei misteri di Dio – cioè il piano di Dio - è possibile con un intervento di Dio e non con le proprie forze umane. I discepoli vengono presentati come coloro che comprendono la parola di Gesù non perché sono più intelligenti, ma perché è lui stesso a spiegare loro la sua parola.
L’incomprensione delle folle diventa la causa del parlare in parabole: esse non capiscono Gesù, quindi, mettono in evidenza la loro palese incomprensione ostinata o meglio l’incapacità a discernere. I discepoli, al contrario, sono dichiarati come beati perché possono vedere e ascoltare.

c) La spiegazione della parabola (13,18-23):

Gesù, dopo aver espresso i motivi del suo parlare in parabole, illustra la sorte della parola del Regno nei singoli ascoltatori. Sebbene vengano elencati quattro tipi di terreni, due sono le tipologie di ascoltatori che vengono messe a confronto: chi ascolta la Parola e non comprende (13,19) e chi ascolta la Parola e comprende (13, 23). Interessante è notare che Matteo, a differenza di Marco, racconta la storia al singolare. É l’impegno personale il banco di verifica del vero ascolto e della vera comprensione. La prima categoria di ascoltatori evidenza l’ascolto della Parola (19), ma non la comprende. La comprensione della Parola è qui da intendere non a livello intellettuale, ma sapienziale, è necessario entrare nel suo significato profondo e salvifico. Nella seconda (13, 20-21) la Parola, oltre che a essere ascoltata, è accolta con gioia. Tale accoglienza (mancanza di radici) diventa instabile quando all’entusiasmo dell’inizio segue la discontinuità della scelta, dovuta sicuramente a esperienze di sofferenza e persecuzione, inevitabili in ogni cammino di fedeltà all’ascolto di Dio.
La terza possibilità evoca le preoccupazioni materiali che possono soffocare la Parola (13, 22). Infine, l’esito positivo: il seme perduto nel triplice terreno viene compensato dal risultato fruttuoso. In sintesi vengono evocate nella parabola tre aspetti che segnano l’atto del credere, attivo e perseverante: l’ascoltare, il comprendere e il portare frutto.

 

5. Piste meditative per la prassi ecclesiale

- La parabola cosa può dire alla Chiesa oggi? Quale terreno presenta la nostra comunità ecclesiale? E a livello personale quale disponibilità interiore e comprensione manifestiamo davanti all’ascolto della Parola?
- Non è vero che i pericoli segnalati da Gesù ai suoi discepoli circa l’accoglienza della Parola interessano anche noi? Per esempio: l’incostanza di fronte alle difficoltà, la negligenza, la pigrizia, l’ansia per il futuro, le preoccupazioni quotidiane?
- I discepoli sono stati capaci di domandare a Gesù, di interrogarlo sulle loro preoccupazioni e difficoltà. Nel tuo cammino di fedeltà alla Parola di Dio a chi rivolgi i tuoi interrogativi, le tue domande? Dalla qualità delle nostre domande dipendono anche le risposte che Gesù sa comunicarci nel rapporto intimo e personale con lui.
- La figura del seminatore richiama quella della Chiesa nel suo impegno di evangelizzazione: saper comunicare in maniera nuova la figura di Gesù e i valori del vangelo. La Chiesa deve distinguersi per l’autorevolezza del suo insegnamento, per la franchezza del suo dire e per la forza della sua azione. Oggi si necessita di evangelizzatori fiduciosi, solerti e infaticabili. Ogni comunità ecclesiale è sollecitata dalla parabola del seminatore a non svolgere un’azione di selezione circa le persone o contesti sociali dove annunciare il vangelo; è necessario avere larghezza di vedute e dedicarsi anche alle situazioni che sembrano impossibili per comunicare il vangelo. Ogni azione pastorale di evangelizzazione conosce un primo momento di effimero entusiasmo, al quale, però, può seguire una risposta di freddezza e opposizione. I vari tentativi della pastorale, paragonabili al triplice tentativo del seminatore, alla fine sono ricompensati dall’abbondanza del triplice frutto. Certamente la parola di Gesù germoglia e fruttifica in cuori disponibili alla sua azione, ma non bisogna desistere nello scuotere il torpore, l’indecisione e la durezza d’ascolto di molti credenti.

 

6. Salmo 64 (65)

Tu visiti la terra e la disseti:
la ricolmi di ricchezze.
Il fiume di Dio è gonfio di acque;
tu fai crescere il frumento
per gli uomini.
Così prepari la terra:
ne irrighi i solchi, ne spiani le zolle,
la bagni con le piogge
e benedici i suoi germogli.
Coroni l’anno con i tuoi benefici,
al tuo passaggio stilla l’abbondanza.
Stillano i pascoli del deserto
e le colline si cingono di esultanza.
I prati si coprono di greggi,
le valli si ammantano di grano;
tutto canta e grida di gioia.

 

7. Preghiera finale

Signore, la tua parabola sul seminatore, riguarda ognuno di noi, le strade della nostra vita, la durezza del vivere quotidiano, le difficoltà e i momenti di docilità e che costituiscono il nostro paesaggio interiore. Siamo tutti, di volta in volta: strada, sassi, spine. Ed anche terra fertile, buona. Liberaci dalla tentazione delle potenze negative che tentano di annullare la forza della tua Parola. Fortifica la nostra volontà quando emozioni fuggevoli, incostanze rendono meno efficace la seduzione della tua Parola. Aiutaci a conservare la gioia che l’incontro con la tua Parola sa generare nel nostro cuore. Rendi forte il nostro cuore perché nella tribolazione non ci sentiamo indifesi e quindi esposti allo scoramento. Donaci la forza di resistere alle resistenze che poniamo alla tua Parola quando sopraggiungono le preoccupazioni del mondo, o siamo ingannati dal miraggio del denaro, sedotti dal piacere, dalla vanità di apparire. Rendici terreno buono, persone accoglienti, per essere capaci di rendere il nostro servizio alla tua Parola. Amen!

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Come Carmelitani, viviamo in ossequio di Gesù Cristo e lo serviamo fedelmente con cuore puro e retta coscienza, impegnandoci nella ricerca del volto del Dio vivente (dimensione contemplativa della vita), nella preghiera, nella fraternità e nel servizio (diakonia) in mezzo al popolo, sotto la protezione e la guida della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo che onoriamo come Madre e Sorella. Questi tre elementi fondamentali del carisma non sono valori separati o senza connessione, bensì strettamente legati l'uno all'altro.


date | by Dr. Radut